L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Arcisnobismo al microscopio

di Francesco Lora

La Sagra musicale Malatestiana ha ospiti d’eccezione: dopo Riccardo Muti, è stata la volta di Sir Simon Rattle e la London Symphony Orchestra, con un programma viepiù compiaciuto da Dvořák a Rachmaninov e Satie.

RIMINI, 23 agosto 2019 – Per l’inaugurazione del ricostruito Teatro Galli, l’autunno scorso, le cose in grande si dovevano fare e sono state fatte: una Cenerentola di Rossini con Cecilia Bartoli [leggi la recensione], concerti sinfonici di qualità secondo la tradizione della Sagra musicale Malatestiana, un Simon Boccanegra di Verdi diretto da Valerij Gergiev [leggi la recensione]. Finita la festa, santo gabbato? No: la corrente LXX edizione della Sagra ha già accolto al Galli, il 3 agosto, Riccardo Muti per una selezione delle Nozze di Figaro di Mozart, e il 23 ha rilanciato con un concerto di Sir Simon Rattle e la London Symphony Orchestra. Sinfonico ma anche cameristico, antiquario e sperimentale, il programma malatestiano si estenderà fino al 14 dicembre: arricchirà dunque l’attività culturale cittadina per quasi una metà d’anno e si riferirà più ai musicofili che ai vacanzieri estivi (ormai distratti da ben altro). La caccia al biglietto e il teatro stracolmo indicano che la strada è quella giusta, quand’anche pensino poi gli artisti ad arroccarsi in certe loro torri d’avorio. Mentre Kirill Petrenko si è insediato a tutti gli effetti alla direzione musicale dei Berliner Philharmoniker, Rattle, che ha lasciato libero quel ruolo, ha fatto altrettanto con l’illustre compagine londinese. Incuriosirà seguire la progressiva “rattlizzazione” – se, come, quando – della London Symphony Orchestra, visto che il maestro inglese, nei tre lustri post Claudio Abbado, aveva convertito i Berliner a immacolate ma asettiche letture da analista vivisetttore, nonché a consistenze sonore e discipline timbriche fatte trasparenti come tulle o ragnatele.

Se un simile processo è stato avviato anche oltremanica, nel concerto riminese esso è però parso appena agli albori: nel materiale tecnico e nell’innato porgere della London Symphony Orchestra si riconosce ancora la squillante, generosa, antica pennellata. La concertazione di Rattle si percepisce non tanto dentro quanto intorno. Per esempio: nel far balzare in primo piano dettagli melodici di quart’ordine, anche a costo di confondere, attraverso questo studio al microscopio, la differenza gerarchica tra temi e accompagnamento; nell’attuare con un’abbondante punta di vanità il ricambio di un gran numero di professori tra una parte e l’altra del programma; soprattutto nel frenare l’esibito rombo del motore di una tra le più scalpitanti orchestre al mondo, per rieducare invece l’uditorio ai sottili percorsi di una poetica sofisticata quando non arcisnob. La scelta del programma la dice lunga: non le sinfonie di Mozart, Beethoven, Schubert o Čajkovskij, che appartengono alla memoria di molti e svelano dunque con facilità la tara interpretativa, bensì una selezione dalle Danze slave op. 72 di Dvořák (nn. 1-4 e 7), affrontata come virtuosistico esercizio di meccanica orchestrale, e la Sinfonia n. 2 in Mi minore op. 27 di Rachmaninov, eseguita con compiaciuto annuncio di aver riaperto i tagli interni. La scelta del bis la dice, poi, ancora più lunga: non una smagliante Ouverture delle Nozze di Figaro o – lo si dice ormai per scherzo – una travolgente Sinfonia della Forza del destino, bensì una ricercata trascrizione orchestrale e un’opalina estenuazione coloristica della prima tra le tre Gymnopédies di Satie.