L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Dal Giappone con passione

di Andrea Parisini

In tour fra Stoccarda e Würzburg, il gruppo d’archi dell’orchestra giovanile dell’Università di Hokkaido ha offerto al pubblico della città bavarese un sostanzioso programma accolto da un calorosissimo successo.

Würzburg, 19 agosto 2019 - Frutto di un intenso programma di scambi culturali fra l’Hochschule für Musik di Würzburg e l’Hokkaido University of Education di Sapporo, il concerto tenuto lunedì scorso dallo Young Hokkaido String Ensemble ha rappresentato un evento notevole sotto molti punti di vista. Artefice di questa collaborazione era Friederike Kienle, la violoncellista e direttrice d’orchestra tedesca che per un decennio ha svolto la sua attività di docente nell’Università di Hokkaido e poi, una volta rientrata in patria, ha attivato e mantenuto le relazioni fra le due importanti istituzioni di alta formazione musicale. Vero deus ex machina della serata, la musicista di Stoccarda ha consegnato all’attenzione degli ascoltatori un evento di rara bellezza, dove tutti gli elementi in gioco svolgevano la loro parte accordandosi perfettamente fra loro. Fra questi andranno menzionati innanzitutto il violino di Satoki Nagaoka, l’attuale coordinatore del gruppo, che ha offerto autorevole prova di sé nel dare compattezza al giovane gruppo nel difficile compito imposto dal programma, e il violoncello di Hilde Skomedal, strumentista norvegese, oggi attiva in Svizzera, che ha affiancato Kienle nel doppio ruolo di sostegno armonico dell’ensemble e di solista in quel bellissimo unicum rappresentato dal Concerto in sol minore per due violoncelli e archi RV 531 di Antonio Vivaldi.

Organizzazione e motivazioni a parte, che pure hanno giocato un ruolo fondamentale nel dare senso all’occasione del concerto di lunedì scorso, l’altro elemento decisivo è parso essere proprio il programma, dove la varietà delle ‘voci’ non ha impedito l’individuazione di una ‘corda’ comune, che vorremmo definire neoclassica. È prassi ormai comune, oggi, ricercare coordinate possibilmente unitarie ai diversi brani che compongono un programma da concerto; a maggior ragione nel caso di un concerto che nasce innanzitutto come progetto didattico, come idea culturale finalizzata alla formazione di giovani concertisti. Quali poi siano i connotati che ci fanno parlare di neoclassicismo in relazione ad autori di così diversa ascendenza e storia – da Grieg a Vivaldi, da Mendelssohn a Akutagawa, fino a Bartók – è davvero difficile dire, se non in senso molto generale in una certa manifesta tensione verso la compiutezza e l’oggettività, la trasparenza e il distacco da quei moti individuali – il pathos, per intenderci – che di quella compiutezza e oggettività sono i primi nemici. Eppure dallo slancio e dall’energica determinazione con cui i giovani dell’Ensemble nipponico hanno attaccato il Prälude dell’Holberg Suite di Grieg il romanticismo del compositore norvegese si affacciava perentorio, laddove poi il ricorso alle movenze stilizzate di danze come la Sarabanda, la Gavotte/Musette, l’Air e il Rigaudon ci riportava a un’evidente intenzionalità antichista, in particolare al desiderio di omaggiare l’eponimo umanista scandinavo, Ludvig Holberg, a duecent’anni dalla sua nascita.

Potremmo forse, più in generale, e con la dovuta flessibilità, parlare di questo concerto nei termini di un percorso dialettico, di un gioco vivo, sfaccettato e coinvolgente cui i giovani musicisti hanno preso parte con pieno entusiasmo. Nella bella e intelligente varietà del programma offerto a Würzburg dal gruppo giapponese, anche i riferimenti estetico-stilistici dei brani variavano, così al Settecento galante e pre-classico vagheggiato da Grieg, il neoclassicismo di Mendelssohn manifestato dalle giovanili Sinfonie per archi (qui la n. 6 in mi bemolle maggiore) rimandava al classicismo di Mozart e dei suoi giovanili anni salisburghesi. La netta scansione delle figure tematiche e lo sciolto, si direbbe già magistrale gioco di imitazioni che l’ensemble ci ha restituito con energica chiarezza era quello dei Divertimenti, quello che anche Goethe con entusiasmo vedeva risorgere dalle mani del suo giovane amico berlinese. E anche nell’agile trapasso dal Menuetto al Prestissimo l’Ensemble ha saputo tener tesa la corda del virtuosismo strumentale, che ha poi avuto il suo apice alla fine della prima parte della serata nel Concerto in sol minore per due violoncelli di Vivaldi, proposta tanto più preziosa e interessante perché sono qui gli albori della letteratura concertistica per violoncello, che gli studiosi mettono oggi in relazione a una possibile influenza emiliana e in particolare della scuola bolognese di Giuseppe Jacchini. Certo la cangiante luminosità, l’umorale espressività che conosciamo della musica vivaldiana trova anche qui, nella cantabilità e agilità tenorili di uno strumento sottratto per una volta al suo ruolo di basso armonico, esiti entusiasmanti, che nel libero gioco delle figurazioni virtuosistiche e degli equilibri dinamici fra ‘soli’ e ‘tutti’ hanno trovato nei violoncelli di Kienle e Skomedal puntuale e sensibilissima realizzazione.

Nella seconda parte del programma, l’omaggio a uno dei più notevoli compositori giapponesi del Novecento, Yasushi Akutagawa, ha ulteriormente e sorprendentemente ampliato l’orizzonte dell’ascolto. Nel caso di Triotyque, fino a includere il mondo della Russia sovietica, che il compositore ebbe modo, anzi il merito di avvicinare nei primi anni Cinquanta rompendo il muro di isolamento che circondava il Giappone ancora dopo anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Chiare si avvertono qui le influenze di Kachaturian e Kabalevskij, ma soprattutto di Šostakovic, nella scrittura a un tempo vigorosa e compatta ma anche internamente fibrillante, fatta di accentuazioni irregolari e dissonanze riconoscibili come in filigrana. E che bella la Berceuse del secondo tempo, una preghiera recitata nei modi gentili ma fermi di un rito antico che sopravvive e si offre a un nuovo ascolto, a una più ampia e condivisa partecipazione. Da qui, in un certo senso, è parso meno lontano di quanto non sia per la sua distanza linguistica e geografica il Molto adagio del Divertimento di Bartók, pagina notturna quant’altre mai dove le visioni angosciose del compositore ungherese ormai in procinto di lasciare definitivamente l’Europa schiacciata dalla dittatura fascista e dalla guerra, si stemperano in una forma incredibilmente purificata. Un classicismo della ragione si direbbe, più che dello stile, così intessuto di tecnicismi e delle asprezze di un linguaggio forgiato sulle strutture della musica popolare. E però anche capace di ironia, come si coglie nell’inaspettato alleggerimento del passo di Polka a ridosso della stretta finale della composizione. Banco di prova arduissimo il Divertimento di Bartók, e tuttavia pienamente risolto nello slancio sicuro di un gruppo di giovani capace di portare la gioia al pubblico che affollava la Kammermusiksaal della Hochschule für Musik di Würzburg, proprio di fronte al capolavoro dell’architettura rokoko – la Residenz dei vescovi conti di Würzburg, appunto – riconosciuto dall’Unesco patrimonio dell’umanità.


 

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