L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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MITO, laboratorio di musica

 di Antonino Trotta

La prima esecuzione italiana di Joie éternelle di Qigang Chen e la concertazione della Quarta di Mahler affidata a John Axelrod non entusiasmano nel concerto conclusivo del MITO Settembre Musica: eccellenti, al solito, i complessi dell’OSN Rai.

Torino, 19 settembre 2019 – L’ultimo concerto è sempre il più difficile: esso dovrebbe chiudere un cerchio, segnare il punto di arrivo, concludere in bellezza il festival dopo una serie di appuntamenti eccezionali o casomai provare a riscattarlo allorquando qualcosa potesse essere andato storto. Soprattutto all’ultimo concerto spetta l’onere di ribadire in maiuscolo quella che è l’identità della rassegna, in cui ravvisare ciò per cui vi abbiamo preso parte e il motivo per il quale non si mancherà l’anno successivo. MITO è qualcosa che va oltra la maratona concertistica, è una bottega dove sperimentare composizioni chimiche mai azzardate, inventare nuove leghe, mescolare il vecchio al nuovo, il noto all’ignoto, anche guardando più in là di quanto sarebbe necessario. Eccoci allora approdare al concerto di commiato, “Isole gioiose”, per il secondo anno di fila affidato all’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, fiore all’occhiello del panorama musicale torinese e nazionale, per il secondo anno di fila con un programma che, appunto in linea con leitmotiv del festival, osa affiancare una prima esecuzione italiana alla più nota Quarta di Mahler.

Circa l’esito dell’esperimento, in realtà, ci sarebbe qualcosa da postillare poiché la novità assoluta della scaletta, Joie éternelle per tromba e orchestra di Qigang Chen, già al primo ascolto, suona un tantino ordinaria. È figlia del Novecento indubbiamente per questioni anagrafiche ma purtroppo ben lontana dai rampolli del penultimo secolo. Dalla forma di tema e variazione essa coglie l’opportunità per muoversi liberamente nelle lande atmosferiche che questo tipo di musica suggerisce anche se nel complesso l’opera sembra appartenere a quel genere di produzione contemporanea che civetta con l’orecchio senza mai curarsi di stimolare l’intelletto. Un merito, tuttavia, ce l’ha ed è quello di ripresentarci la tromba quale strumento rapsodico – qui affidato alle cure di una bravissima Tine Thing Helseth –, capace di sfumare, legare, volteggiare lungo virtuose colorature o melodiare appassionatamente fino a farsi alter ego della voce umana.

John Axelrod tende poi a calcare la mano un po’ ovunque, a rendere grandioso ciò che grandioso non sarebbe – in termini di drammaturgia musicale –, a vivere ciascun movimento come se fosse estrapolato dal contesto. E se questo modus operandi già si percepiva nell’incoativo L’isle joyeuse di Debussy – orchestrato da Bernardino Molinari –, nella magnifica Sinfonia n.4 decreta in buona misura il trionfo sordo della concertazione. Sacrificare qui la cura dell’impasto strumentale, la ricerca delle sfumature timbriche – specialmente se l’orchestra è quella della Rai che tutto sa e tutto può fare – a vantaggio di un fraseggio fin troppo articolato nel ritmo significa rinunciare in gran parte alla delicata poetica che questa sinfonia racchiude. Nemmeno l’ultimo movimento spalanca le porte alle gioie celestiali che questo capolavoro vorrebbe rivelare: il soprano è Rachel Harnisch, dotatissima in quanto a timbro e velluto – note fisse permettendo –, accurata nel legato, tuttavia poco convincente per quel vibrato che ella stessa pare enfatizzare artificiosamente e che in definitiva depaupera la linea purissima del lied.

In un laboratorio quale MITO è, insomma, non tutte le ciambelle riescono col buco. Magari talvolta si riscopre l’acqua calda, è da metterlo in conto, ma il segreto della ricerca, della crescita, per il pubblico innanzitutto, è proprio qui. Non vediamo l’ora che sia di nuovo settembre.


 

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