L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Inni, viaggi, nazioni

di Roberta Pedrotti

Sofisticato nella concezione, brillante nell'effetto, il concerto diretto da Roberto Abbado arricchisce il percorso dedicato ai rapporti fra Verdi e la Francia appagando melomani e musicologi.

Parma, 4 ottobre 2019 - È un programma sofisticato, per studiosi che si trovano serviti dal vivo esempi di confronti, richiami e riferimenti anche in pagine che magari un'autonomia concertistica ce l'avrebbero a stento (è il caso dell'introduzione al secondo atto dei Lombardi alla prima crociata, per esempio). È, però, anche un programma così ben concatenato da incontrare anche il favore di un pubblico più ampio, che si scalda via via e alla fine applaude festoso e chiede bis. Nel percorso di esplorazione del rapporto fra Verdi e la Francia nel quale sta indirizzando la sua direzione musicale del Festival, Roberto Abbado inserisce un programma che, proprio accostando il genius loci e autori transalpini riflette sull'espressione di esotismi, caratteri nazionali e patriottici in musica. 

Apre la serata la sinfonia dalla Battaglia di Legnano, apripista perfetto perché rappresenta un punto di partenza, inquadrando lo stile del giovane Verdi, e già mostra, nel gusto timbrico, influenze d'Oltralpe, mentre il motto che preannuncia il coro "Viva Italia! Un sacro patto" con il suo carattere d'inno patriottico. I lombardi alla prima crociata fanno eco con scintillii di triangoli e guizzi di fiati a marcare le atmosfere orientali dei bellicosi uomini di Acciano (il basso Tiziano Rosati) e delle irridenti donne dell'Harem. Come contraltare si seglie prima l'Entr’acte e coro “Allons, avant que midi sonne” da Lakmé di Délibes, un po' lontana del tempo (1883), ma non nello spirito di brillante fantasia esotica. Tutto al contrario, Le désert di Felicien David non testimonia una maniera, bensì indica una direzione, o molte direzioni. L'avventuroso compositore francese, l'acceso saintsimonista che riparò per anni fra la Turchia e l'Egitto rifuse, poi, l'esperienza diretta nella sua ode-symphonie, fonte di materiali melodici orientali DOC (il canto del muezzin, qui il pregevole giovane tenore David Astorga), ma anche di suggestioni ambientali feconde, come l'alba che colpisce la fantasia di Verdi per Attila e che in quegli stessi disegni dei violini sembra offrire uno spunto a Wagner per Lohengrin. Subito dopo due estratti da Le désert, allora, i Ballabili da Otello appaiono come qualcosa di più del rutilante divertissement in cui Verdi squaderna virtuosismi strumentali anni luce lontani, si direbbe, dai primi esotismi incontrati dai crociati lombardi. La maestria dell'orchestratore va di pari passo con il gioco di citazioni, riferimenti e, sì, anche ironie, che pervade quest'ultima pagina scritta da Verdi per il teatro in ossequio al gusto parigino.

La sinfonia scritta per Aida, e saggiamente accantonata dall'autore stesso, sembra improponibile se pensata prima dell'ingresso di Ramfis "Sì: corre voce che l'Etiope ardisca", ma come pezzo da concerto appare sapiente sintesi dell'opera, in cui i temi di Aida, di Amneris, del giudizio dei sacerdoti entrano in rapporto e s'intrecciano con abilità teatrale e sopraffina intelligenza ritmica e polifonica, per esempio quando si fa strada un profumo di valzer disorientante, ma non certo fuori luogo. Così si apre la seconda parte del programma, facendo seguire due casi esemplari di sfarzoso esotismo francese erede del tramontato grand-opéra: l'introduzione da Les pêcheurs de perles di Bizet e il coro paradisiaco da Le roi de Lahore di Massenet. Come in Lakmé, coloratissima India da cartolina per far sognare l'alta borghesia parigina, nel Secondo Impero (Bizet) o, dopo Sedan, nella Terza Repubblica (Massenet, Délibes). Roberto Abbado, però, non punta a un decorativismo di facciata, o, meglio, punta all'essenza anche della musica decorativa, delinea i caratteri dell'esotismo nella maniera e nell'elaborazione più sottile intessendo, con precisa cura, la rete di una poetica condivisa e diversamente declinata. Non abbiamo, così, mai la sensazione di trovarci di fronte all'esibizione di un'esuberanza orchestrale fine a se stessa, ma all'esplorazione dell'idea stessa di colore locale, della sua funzionalità drammaturgica, della sua "autenticità" reinventata in una maniera o ricercata in materiali sonori sentiti come autentici. Tutto culmina nell'accostamento fra il coro a cappella Suona la tromba (1848) su testo di Mameli, "popolare e facile" secondo l'intenzione dello stesso compositore, e l'Inno delle nazioni (1862) su versi di Boito, tanto più magniloquente nell'intreccio grandioso fra God save the King, la Marseilleise e Il canto degli italiani di Mameli/Novaro (eletto, dunque, da Verdi in persona a inno nazionale, con buona pace dei detrattori). Due pezzi scritti non proprio con entusiasmo da lui che odiava le cerimonie, le formalità, la musica d'occasione, ma tanto eloquenti del suo percorso, del suo ruolo simbolico, della sua espressione ed elaborazione della tinta e del carattere, anche nazionale, di un tema. Abbado, ancora una volta, si prodiga a restituire la reporica senza farne pomposo sfoggio, coadiuvato dal coro del Regio preparato da Martino Faggiani, dal tenore Bum Joo Lee, già buon Radames a Busseto [leggi la recensione], oltre che dall'Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini, sempre pronta, nel corso della serata, a rendere le intenzioni del direttore valorizzando senza sbavature scritture magine  sfavillanti, maestose o corrusche.

L'orecchio musicologo è appagato (non capita tutti i giorni di ascoltare dal vivo Le désert, seppur in estratti, e così ben contestualizzato); l'istinto melomane pure, fra tante pagine accattivanti e suggestive, tanto Verdi, anche con il cimiero, ma sempre con arguzia. Il pubblico festeggia e chiede il bis: difficile prevederlo dopo un programma del genere, ma si esce soddisfatti ugualmente, con molti spunti di riflessione nella mente mentre a due passi del teatro già l'aroma del culatello induce in tentazione. Callidae juncturae nell'autunno parmigiano, fra Parigi e i taglieri: Viva Verdi!