L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Fantasmagorico Beethoven

di Alberto Ponti

Il secondo appuntamento della stagione Rai regala, grazie all’audacia dei protagonisti, un Concerto per violino destinato a rimanere impresso nella memoria

TORINO, 18 ottobre 2019 - Esistono pezzi, nell’immaginario dell’ascoltatore, legati a un canone esecutivo talmente consolidato da sfociare talvolta nel luogo comune. In musica non potrebbe esistere delitto peggiore. Il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 61 (1806) di Ludwig van Beethoven (1770-1827) passerebbe allora per opera riflessiva, intima e sentimentale, incastonata quasi per caso tra i furori del periodo ‘eroico’. Caratteristiche certo presenti ed evidenti anche all’ascoltatore meno attento ma le opere di Beethoven, come quelle di tutti i grandi, non si possono ridurre a visioni a senso unico. Eppure a quante esecuzioni troppo smussate, quasi frenate nei tratti più impetuosi di questo capolavoro è capitato e capita di assistere!

La lettura di James Conlon, affiancato giovedì 17 e venerdì 18 ottobre dal bravissimo solista Frank Peter Zimmermann, ha il merito di spazzare via in un colpo solo tutte le convenzioni superficiali legate alla pagina. Ne esce un concerto vivo, coraggioso, originale, spumeggiante nella fluidità del dialogo tra solo e tutti, in grado di tenere col fiato sospeso il pubblico dell’auditorium Toscanini per oltre quaranta minuti. Il violinista tedesco affianca a uno straordinario talento carattere da protagonista. Lo si capisce già dalle battute iniziali dell’Allegro ma non troppo quando, dopo il celebre esordio del timpano, Zimmermann imbraccia l’archetto per eseguire, insieme con il gruppo degli archi, la parte dei primi violini, imprimendo il suo passo all’orchestra. Sarà così per tutta l’opera, con lo Stradivari ‘Lady Inchiquin’ del 1711 impegnato, in un gioco di perlacee opacità e brillantezze supreme, nel passare senza soluzione di continuità dal ruolo di primo attore a quello di concertatore aggiunto (e l’abbraccio fraterno tra solista e direttore alla fine la dice lunga sulla perfetta partita a tre fra podio, solo e orchestra). Il suono che Zimmermann riesce a distillare dallo strumento è liquido e cangiante, perfetto per intensità, affascinante per lucentezza; l’espressione vigorosa conduce il discorso di Beethoven lungo sentieri che, percorsi mille volte, paiono rivelare di colpo nuove prospettive, nuovi paesaggi, col piglio monumentale dell’incedere che lascia improvvisamente spazio a confessioni a cuore aperto. I tempi veloci staccati da Conlon nei tempi estremi, con la compagine degli archi snella nel numero (con soli sei violoncelli e quattro contrabbassi) ma audace ed elastica nel fraseggio, sono di stimolo a un’indagine sonora mai superficiale o declinata in un virtuosismo di facciata. La voce del solista conquista per l’intonazione cristallina, ottenuta con un impiego dell’arcata ai limiti delle umane possibilità, tanto negli accenti di danza dionisiaca del Rondò finale che nelle celestiali altezze del Larghetto, dove il maestro di Bonn anticipa, nel canto sostenuto dal pizzicato della parte centrale, la commovente astrazione che sarà propria degli ultimi quartetti per archi. A stento contenuto già alla fine del primo movimento, un entusiastico boato accoglie la fine dell’esecuzione, con il calore della sala che si stempera solo dopo lunghe ovazioni premiate dal bis da brividi della Melodia dalla Sonata per violino solo di Béla Bartók.

La versatilità della bacchetta statunitense si esprime al meglio anche nel resto del programma, a cominciare dall’ouverture per Coriolan op. 62 (1807), altro vertice del repertorio beethoveniano. Non una nota di troppo altera la classica perfezione del pezzo, forse il primo della storia in cui il silenzio assume un’importante funzione costruttiva, con l’alternanza tra pause e flusso musicale che produce un effetto di chiaroscuro quasi caravaggesco. Conlon bilancia con sapienza e mano fermissima la tensione del dramma espressa dall’imperioso do minore dei primi accordi con l’estatico rapimento del secondo tema, disegnando con tangibile rapimento narrativo la turbinosa parabola del condottiero romano idealizzata dall’autore.

Suggestioni di origine più naturalistica sono invece alla radice della Sinfonia n. 1 in sol minore op. 13 Sogni d’inverno (1866-74), primo ambizioso lavoro su larga scala di Pëtr Il’ičČajkovskij (1840-1893) in cui il compositore russo mostra già le sue capacità di creatore di raffinate atmosfere e impareggiabili melodie. Sotto la sua guida principale l’Orchestra Sinfonica Nazionale dà prova di eccellente vividezza e varietà nei colori e nella resa timbrica dell’Allegro tranquillo introduttivo (col sottotitolo di Sogni di un viaggio d’inverno), del seguente Adagio cantabile, ma non tanto(Terra di nebbie), con un indimenticabile tema esposto a turno da tutti gli strumenti, e del danzante Scherzo. Nell’Allegro maestoso finale, con il suo spiegamento di ottoni e percussioni che lo rende senza dubbio la pagina più esteriore della sinfonia, gli interpreti elettrizzano il pubblico con una compattezza brillante che non disdegna un’incursione nell’esotismo un po’ di maniera, ma fresco e sincero, di un tema tipicamente russo a cui Conlon conferisce il sapore di un’autentica cavalcata senza freni.


 

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