L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Meli eroe verdiano

 di Antonino Trotta

C’è scritto Verdi Opera Gala, si legge Gala Francesco Meli: fra consolidate conquiste e futuribili traguardi il tenore genovese trionfa alla Fondazione Teatri Piacenza. Accanto alla sua, spicca la prova di Serena Gamberoni mentre un parterre vocale di buon livello, guidato da Michele Gamba e animato dall’elegante disegno registico di Federico Bertolani, arride al successo di una magnifica chiusura di stagione.

Piacenza, 27 ottobre 2019 – Tra i teatri di tradizione disseminati lungo la ridente penisola il Municipale di Piacenza è un gioiello più unico che raro: condotto con classe dall’acuto ingegno del direttore artistico Cristina Ferrari, negli ultimi anni s’è guadagnato l’attenzione con una programmazione che, ora per il prestigio del nome, ora per la ricercatezza del titolo, digrigna i denti – per sfoggiare un orgoglioso sorriso – anche alle fondazioni più prestigiose. E di prestigio si può tranquillamente parlare in merito al gala che chiude la stagione 2018/2019, dedicato a Verdi e, fra ammiccanti parentesi, al Francesco Meli nazionale che, tassello dopo tassello, ruolo dopo ruolo, ha saputo ripulire, rinnovare, per non dire ripristinare, allorquando davvero esista, il mito del tenore verdiano. Nel glossario delle inutili etichette appiccicate in fronte a dive e divi di ogni tempo, ogni definizione andrebbe ben contestualizzata perché spesso cucita ad hoc sulla siluette di chi per primo l’ha potuta indossare. Non è certo l’«Esultate!» cantato nell’arcata di un solo fiato a insignire del suddetto titolo, quanto semmai l’attenzione al colore, alla dinamica, a ogni sfaccettatura del dettato testuale e musicale – che in fondo sarebbero prerogative imprescindibili qualunque compositore si affronti – ad autorizzare l’accesso all’universo del Cigno di Busseto.

Ebbene tutte queste qualità non solo si fondono per forgiare la corazza artistica di Francesco Meli, ma di ogni sua interpretazione divengono punto di forza e vera chiave d’accesso alla poetica verdiana. Esistono forse oggi, viepiù se nella sua preparazione si ravvisa la pacca sulle spalle di Muti, un Radamès più sfumato o un Gabriele Adorno più completo e vibrante del suo? Il fraseggio, poi, che nulla lascia al caso ma approfondisce e valorizza ogni segno della partitura, da solo meriterebbe un’ovazione per quanto è forbito, aristocratico, ispirato nei colori e nell’accento. Si aggiunga infine l’assoluta qualità del materiale vocale, che passa persino in secondo piano dinnanzi a siffatta abbondanza, e vien da sé che in una serata in cui si susseguono il secondo atto del Simon Boccanegra, il terzo di Aida e l’ultimo da Otello non può che essere un preannunciato successo. Certo, che nei primi due titoli fosse interprete di riferimento lo si sapeva già – e cionostante l’aria di Gabriele risuona ancora una volta superba per quell’illustrazione michelangiolesca del mare in tempesta che l’orchestra fomenta e la voce finalizza –, ma quel Moro fiero di un Meli in così splendida forma lascia presagire il raggiungimento di una meta quanto mai vicina.

Al suo fianco, sulla scena e nella vita, Serena Gamberoni s’impone per una prova assai pregevole e sale a pieno titolo sul carro dei vincitori. Amelia Grimaldi irresistibile per morbidezza d’emissione e temperamento, forte di un timbro cristallino, delicato, evanescente nelle splendide filature che impreziosiscono ovunque la linea di canto – la chiusura del duetto «Parla, in tuo cor virgineo» è entusiasmante –, si difende con onore anche nel ruolo di Desdemona: peso e tessitura richiedo nel finale dell’opera forse un altro tipo di vocalità ma nell’apertura dell’atto inanella elegantissima «canzon del salice» e preghiera, entrambi encomiabile esempio di canto legato, senso della misura e raffinatezza espressiva.

Lungo le rive del Nilo Vittoria Yeo, invece, accusa inizialmente non poca durezza, musicale e interpretativa; tuttavia nervi e corde vocale tornano a fuoco nei successivi duetti – soprattutto in quello col padre –, il fraseggio si fa più animato e il personaggio di conseguenza più vivo. Kiril Manolov, imponente Simon Boccanegra, Amonastro e Jago, canta con bella rotondità e proprietà d’accento mentre appropriatamente completano il parterre Cristina Melis (Amneris, Emilia), Mattia Denti (Jacopo Fiesco, Ramfis, Lodovico), Michele Patti (Paolo Albiani, Montano), Lorenzo Izzo (Cassio) e Juliusz Loranzi (Pietro). Ottima la prova del Coro Del Teatro Municipale di Piacenza istruito dal maestro Corrado Casati.

Alla guida dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna “Arturo Toscanini”, Michele Gamba intavola una concertazione in generale accesa e controllata, ma ben consapevole dei trent’anni che separano il primo e il terzo titolo. Essa è pertanto ben calibrata nel frangente della tinta orchestrale e trova la sua massima compiutezza negli impasti strumentali flessuosi dell’«Ave Maria» dell’Otello. Tanto suggestivo quanto minuzioso il disegno registico di Federico Bertolani che, seppur in un contesto che legittimerebbe qualche disattenzione, cura con premura ogni dettaglio: in uno spettacolo ideato con gusto, l’essenziale attrezzeria di scena trova risonanza nelle luci e nei pannelli mobili che circoscrivono ambienti e dischiudono porte. E i bei costumi di Artemio Cabassi fanno il resto.

Serata magnifica, come al Municipale di Piacenza sovente accade.


 

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