L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Di Sibelius e Stravinskij

 di Stefano Ceccarelli

All’Accademia Nazionale di Santa Cecilia si porta in scena un accattivante programma che ha come pezzi forti il Concerto in re minore per violino e orchestra op. 47 di Jean Sibelius e Le sacre du printemps. Quadri della Russia pagana di Igor Stravinskij. Dopo la defezione improvvisa di Mikko Franck, è Carlo Rizzari a dirigere la serata, nella quale la talentuosa Anna Tifu esegue la parte solistica del concerto di Sibelius. Ad aprire la serata c’è ancora Hector Berlioz: l’ouverture dalla Béatrice et Bénédict.

ROMA, 24 ottobre 2019 – Se il pubblico romano si attendeva Mikko Franck, il direttore ospite principale dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, deve arrendersi al fatto che un’indisposizione lo ha tenuto lontano dai suoi impegni romani: fortunatamente, però, – il che depone a favore della qualità dell’istituzione stessa – il direttore Carlo Rizzari, assistente di Antonio Pappano alla direzione della maggiore orchestra capitolina (e, direi, italiana), riesce a salvare il ciclo di concerti, prendendo il posto di Franck. E non se ne rimpiange, certo, l’assenza, ma anzi Rizzari dirige un’ottima serata di musica.

Come oramai di consueto dall’inizio dell’anno, il concerto rende omaggio a Berlioz con la tardiva ouverture di Béatrice et Bénédict: lo stile del francese, ironico, frizzante, attento ai dettagli armonici, fecondo di accattivanti melodie è tutto presente in questo concentrato senile di stile berlioziano. Rizzari dà, sicuro, stacchi e tempi, con gesto ampio ma non plateale, attento a far risplendere il dettato, persino musicalmente shakespeariano, del pezzo. Gli applausi suggellano il gradimento del pubblico. Per la seconda parte del primo tempo entra in sala Anna Tifu, oramai violinista affermata. La Tifu e Rizzari ci portano a fare un viaggio fra i paesaggi finlandesi di Jean Sibelius, con il suo Concerto per violino op. 47. Celeberrimo ne è l’attacco, dove il violino entra elegiacamente, in una toccante melopea su un vapore orchestrale tremolante. La Tifu mostra sensibilità acuta per la brillantezza e il pacato vibrare del suono, che porge rotondo e sicuro; è pure capace però di sfumarlo, quasi sfibrarlo senza perderlo, creando magnifici effetti con il suo Stradivari. L’Allegro moderato è un canto del violino, sorretto dall’orchestra, con una virtuosistica cadenza, che la Tifu affronta come meglio non si potrebbe. Nell’Adagio, l’orchestra di Rizzari e lo strumento della Tifu si armonizzano in maniera perfetta, generando nuances espressive e delicate. L’Allegro ma non tanto finale chiude con brio e coreutico movimento di orchestra e solista un concerto decisamente in linea con l’estetica tardoromantica. Gli applausi arrivano a pioggia, soprattutto per la giovane violinista che ottiene un prestigioso successo personale.

Il secondo tempo è interamente occupato da Le Sacre di Stravinskij. Rizzari, a mio avviso, non si trova proprio nelle sue acque, ma esegue con precisione quasi millimetrica l’ardua tessitura ritmico-motivica della partitura. Per chi gradisca (o abbia solo nell’orecchio) direzioni come quella di Bernstein, ad esempio, potrebbe rimanere deluso per l’assenza di taluni effetti (suoni strascicati, accenti iper-marcati etc.); Rizzari preferisce una lettura fedele e, comunque, partecipe, che cura al millimetro la dedalica partitura, manifesto musicale tra i più celebri di tutti i tempi. Tale cura formale si può certamente scorgere nell’attenzione all’entrata degli strumenti e alla loro primitiva cantabilità nell’incipit dell’Adorazione della terra. Rizzari fa un buon lavoro quando sbandola tutto il tessuto ritmico. Il direttore è anche capace di sollevare, se necessario, volume e tensione, come nella sezione del Gioco del rapimento; o nelle Ronde primaverili, in maniera anche sostanzialmente netta. Magnifico è anche il passaggio della Danza della terra, dove Rizzari riesce ad accumulare ottimamente la tensione in orchestra e a farla poi esplodere. La medesima energia Rizzari la profonde nella Glorificazione dell’Eletta, dove l’orchestra vibra autenticamente in uno sforzo di tensione. Il colpo finale che termina l’azione sacrificale della Danza sacrale chiude un’ottima esecuzione: orchestra e direttore sono meritatamente applauditi.


 

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