L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Contrabbasso contemporaneo

 di Roberta Pedrotti

L'ensemble Ludus Gravis porta il contrabbasso dalle retrovie alla ribalta e stimola un repertorio contemporaneo per l'inconsueto organico: una strada ancora tutta da esplorare.

BOLOGNA, 28 ottobre 2019 - Quella corrispondenza lessicale fra il gioco e la performance (suonare, recitare) che ritroviamo in altre lingue con verbi come to play e jouer si è persa in italiano, ma era ben presente in latino: il sostantivo ludus e il verbo ludere abbracciano il gioco e lo scherzo come la danza, la poesia, la recitazione, il canto, la musica strumentale. Di fronte a un ensemble che si battezza Ludus gravis è legittimo immaginare che il consort omogeneo e atipico – tutti contrabbassi – riservi sorprese, anche se il fondatore e direttore Daniele Roccato è subito chiaro nella sua presentazione: quando, con Stefano Scodanibbio, nacque l'idea del Ludus gravis, esistevano già complessi di contrabbassi, che però si orientavano più su versanti ludici e teatralizzati, mentre il loro obbiettivo era diverso, puntava a valorizzare appieno uno strumento dal grande potenziale ancora da esplorare, uno strumento che può solleticare come pochi le sperimentazioni della musica contemporanea. Sei ottave d'estensione, un corpo maestoso che può essere percosso in svariate maniere, corde lunghissime da pizzicare, accarezzare, manipolare con le dita, i crini o il legno dell'archetto, sul ponticello, fra cluster, glissandi, bicordi... Tutto il potenziale tecnico sviluppato sugli strumenti a corde in secoli e secoli di pratica posa comodo sugli ampi spazi del maggiore della famiglia: quale invito migliore per un compositore?

E quale invito migliore anche per l'ascoltatore curioso, ma già edotto di quel che negli ultimi anni si è saputo fare con i bassi delle varie famiglie strumentali finalmente non più confinati a borbottare nelle retrovie?

L'ensemble Ludus gravis si esibisce nell'ambito di Bologna Modern, sotto l'egida di Musica Insieme, in un programma tutto dedicato a compositori viventi, coinvolti direttamente dal gruppo, e con una prima assoluta: si parte dal più giovane, Filippo Perocco, classe 1972, si conclude con la decana della musica contemporanea, Sofia Gubajdulina (classe 1931). Il primo impatto, dai Canti immaginari (1972) di Perocco è con una sorta di magma sonoro in cui si intrecciano, alla ricerca di un'idea sfuggente di canto, diversi elementi, che tematizzano anche il gesto tecnico, l'arcata tagliente, il glissando, il pizzicato, fino a distinguere non un magma, in realtà, ma un brodo primordiale brulicante di vita ancora in potenza. La potenza si dovrebbe fare atto, ma l'impressione è che prevalga in ogni brano una concentrazione quasi ossessiva su una singola idea. Così è in Cupio dissolvi (2017) di Fabio Cifariello Ciardi (1960), che astrae dal celebre discorso I have a dream di Martin Luther King frasi e parole che si riverberano nei contrabbassi come modelli metrici: la retorica diventa suono, pulsazione poetica e ombra significante di un significato che dovrebbe essere oggi più vivo che mai e invece sembra svaporare di fronte a recrudescenze abiette. Concetto forte, ben sviluppato, ma forse un po' prolisso pur nei suoi dieci minuti. Una sensazione che si ripete anche in Resurrezione (2014-2019) di Daniele Roccato (1969), che ha un po' l'aria di uno studio quasi minimalista sull'arco del crescendo. Simile, ma più smaliziato (ci sarà un pensiero all'alba dell'Attila verdiano e a quella del Desert di David?) Seascapes X (2018) di Nicola Sani (1960), in cui suoni aspri e spigolosi sembrano evocare onomatopee portuali nella foschia mattutina. La prima assoluta di Lively first pro Ludo Gravi (2019) di Tonino Battista (1960) ci riporta a una materia elementare, questa volta il pizzicato, declinato ed esplorato su un disegno melodico placidamente ostinato e ammiccante, come in una danza barocca, come in un limpido esempio da manuale. E poi arriva lei, Sofia Gubajdulina, con la sua sintesi tutta slava fra razionalità e misticismo in Mirage: The Dancing Sun (2002-2013): un pezzo, come sempre, di gran classe, in perfetto equilibrio fra fremiti ansiosi e slanci melodici, fra incespicanti, sottili trame sonore e vigorosi impasti armonici. Resta giusto un piccolo senso d'incompiuto: il pezzo nasce per violoncelli, è trascritto a meraviglia per contrabbassi, ma sempre una trascrizione si ha la sensazione di ascoltare, senza quel tratto peculiare che avremmo auspicato in una serata tutta consacrata al maggiore fra gli archi. Resta la sensazione, da tutto il concerto, che il potenziale del contrabbasso, la sua estensione, la sua cavata, le oltre quaranta tecniche di produzione del suono possano trovare ancora espressione più spregiudicata, più disinibita, amplificare nell'ensemble omogeneo quel che si elabora per il solista o in complessi compositi. Insomma, fra tante suggestioni, fra modelli, moduli, elementi metrici tecnici o melodici, sembra che non sempre si arrivi a un'elaborazione superiore, sfoderando, piuttosto, un bel campionario di possibilità – ostinato e crescendo, glissando o pizzicato - di uno strumento finalmente alla ribalta.


 

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