L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Echi dal presente

 di Alberto Ponti

Il ritorno di Juraj Valčuha sul podio dell'auditorium Rai avviene all'insegna di un accattivante impaginato in cui il Novecento storico di Prokof'ev e Stravinskij convive con il Francesconi più recente

Spenti i riflettori sul concerto inaugurale di 'Rai NuovaMusica', la serata del 7 e 8 novembre propone in partenza un'interessante escursione ancora nel repertorio contemporaneo con Macchine in echo (2015) per due pianoforti e orchestra, composizione di Luca Francesconi (1956) in prima esecuzione sotto la Mole. Si tratta di un'opera interessantissima, capace di incatenare l'attenzione degli ascoltatori per oltre venti minuti grazie all'esecuzione impeccabile dei solisti Emanuele Arciuli e Andrea Rebaudengo, con l'Orchestra Sinfonica Nazionale diretta da uno Juraj Valčuha attento e concentrato che conferma tutto il suo valore anche nella musica d'oggi, dove un semplice attacco sbagliato potrebbe produrre danni incalcolabili. L'idea germinale del lavoro sfrutta le risonanze che il tocco dei due pianoforti, intesi come sofisticate 'macchine' da suono, sembra suscitare negli altri strumenti, dapprima ripreso con semplici rimandi e amplificazioni (da qui la locuzione in echo) di puntillistica chiarezza, quindi espanso con l'introduzione graduale di nuovo materiale tematico fino a configurare un vero e proprio scontro tra soli e tutti. La scrittura di Francesconi coniuga un avanzato e sorprendente sperimentalismo sonoro, in cui tutti gli attori danno prova di un dominio totale della tecnica, con il rigore costruttivo di una pagina che si dispiega in maniera logica e naturale senza mai costringere l'orecchio a convivere con la sensazione di smarrimento tipica invece di tanti brani del nostro tempo. In questo autore, nelle esuberanti espansioni del dialogo sinfonico così come nelle pulsazioni di meccanica esattezza, a parlare è sempre il poeta, per dirla con Schumann, e la ripresa torinese premiata da calorosi applausi dimostra come esistano instant classic destinati ad avvincere un pubblico trasversale e assetato di nuovo.

Sotto la bacchetta di colui che ne fu direttore principale dal 2009 al 2016, la compagine Rai sfodera un saggio di meravigliosa pulizia timbrica, precisione ritmica, intensità di fraseggio. La seconda parte della serata ne sancisce la consacrazione attraverso l'aforistica e pungente suite dall'opera lirica L'amore delle tre melarance op. 33bis (1919-25) di Sergej Prokof'ev (1891-1953) seguita dall'ultima e più ampia delle tre suite (1945) che Igor Stravinskij (1882-1971) trasse da L'oiseau de feu arrivando a comprendere due terzi dell'originario balletto del 1910.

L'interpretazione di Valčuha è audace, quasi irriverente nella travolgente corsa a spremere ogni effetto di beffardo straniamento dai passi sfacciatamente violenti e sarcastici del lavoro di Prokof'ev che, tra numeri dall'andamento tra il veloce e il precipitoso (culminanti, oltre che nella celebre Marcia, nello Scherzo e nella Fuga di chiusura), incastona l'oasi elegiaca dell'episodio dell'incontro tra il principe e la principessa nel terzo atto, stillato dal maestro slovacco con sospeso stupore e improvvisa delicatezza di gesto.

Una lettura di delibata riflessione è invece ravvisabile nell'Oiseau dove, accanto all'irruenza della Danza infernale e all'epico pathos dell'Inno finale, prevale il cesello del dettaglio nell'immortale Khorovod (Rondò delle principesse) e nella Berceuse. Ma è forse con l'incantato Scherzo (Danza delle principesse) che si raggiunge il connubio più elevato tra dettato compositivo, memore di grazie quasi mendelssohniane, e visione direttoriale di lucida eleganza.

Entusiasmo della sala alle stelle, con punte di reale fervore in particolare per il nutrito gruppo delle percussioni e il primo corno Giovanni Urso, superlativo per profondità e intonazione in molti passi della partitura di Stravinskij.

Foto: PiùLuce per Orchestra Rai


 

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