L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Ecco il magico liquor

di Roberta Pedrotti

È "la bevanda amorosa della regina Isotta" la protagonista ideale del concerto inaugurale di Donizetti Opera 2019; protagonista sulla scena è, però, un sempre magnetico Alessandro Corbelli, artista di caratura superiore intorno al quale si apprezzano le prove di Marta Torbidoni, Carmela Remigio, Kanu Kim e Florian Sempey diretti da Riccardo Frizza sul podio dell'Orchestra Rai.

BERGAMO, 14 novembre 2019 - Brindiamo, brindiamo a un Donizetti Opera sempre più splendente, serio nella ricerca, allegro nell'atmosfera. Brindiamo con spavalda noncuranza del vin dei Borgia che fra una settimana si mescerà in questo stesso teatro, alle sue insidie risponde il segreto per esser felici che sembra aver scoperto questo nuovo corso del Festival. Il programma del Galà inaugurale anche quest'anno con l'Orchestra Rai ospite d'onore, ci serve una degustazione di filtri, bordeaux, liquori e veleni - anche metaforici - di gran pregio, tutti legati da fili più o meno sottili che si irradiano dall'Elisir d'amore. Ascoltiamo le sinfonie da Luisa Miller, con il suo omicidio-suicidio per avvelenamento, da Le philtre di Auber e Scribe, fonte d'ispirazione per Donizetti e Romani; ascoltiamo nel Preludio come Wagner sviluppò in musica "la bevanda amorosa della regina Isotta"; ascoltiamo la sinfonia di Fausta, che sugge il veleno sottratto a Crispo, e la morte di Imelda de' Lambertazzi, intossicata dalla medesima pozione letale che aveva ucciso l'amato Bonifacio; ascoltiamo i veleni metaforici di amore, potere e tradimento alla corte inglese con Anna Bolena; ascoltiamo l'ebrezza metaforica del factotum Figaro;  ascoltiamo Hamlet brindare, nell'opera di Thomas, prima di scatenare il metodo della sua follia.

Tutto ruota intorno all'Elisir d'amore, e tutto ruota intorno a Dulcamara. Così, la festa inaugurale di Donizetti Opera è l'omaggio al genius loci, sì, ma anche un sacrosanto omaggio a uno dei suoi maggiori interpreti, Alessandro Corbelli. Non si esagera se si parla del baritono torinese come uno dei più grandi artisti viventi: ogni muscolo del suo corpo, nella mimica, nell'accento, nello sguardo, nell'inflessione, nel gesto è un tutt'uno, è musica. Nulla di scontato, nulla di gratuito, misura perfetta, intelligenza arguzia si sommano in un canto che fa dell'esattezza la sua cifra e con l'arte la anima e le dà vita. Il tempo non ha affievolito la bellezza distinta del timbro, né la pulizia dell'emissione e la tenuta del fiato perché a tutto sovrintende un'interpretazione di classe superiore forte del controllo dei propri mezzi. E non si riesce a distogliere lo sguardo da questo Dulcamara sempre presente al personaggio e senza mai, mai una sottolineatura di troppo, sia che inganni Nemorino, che duelli con Adina, che celebri il lieto fine e i portenti della propria scienza. Non prevarica, peraltro, mai il partner di turno, rendendo anche il suo carisma affilato strumento teatrale di un gioco di squadra in cui non una parola, nemmeno nei sillabati che fungono da pedale alle frasi spiegate da tenore e soprano, si perde o si sottovaluta.

Fanno da corona a Corbelli il baritono Florian Sempey, il tenore Konu Kim, il soprano Marta Torbidoni, con la quale, a duettare come Seymour, compare anche un'altra ospite eccellente, Carmela Remigio, impegnata nelle prove di Lucrezia Borgia e decisamente a suo agio come agguerrita e sfaccettata deuteragonista, seconda donna in procinto di scalzar la prima sul trono. Sempey sfoggia subito una comunicativa trascinante che conquista il pubblico, ma non è solo un animale da palcoscenico: la voce è importante, brillante e timbrata, capace di passare senza colpo ferire da un istrionico Figaro a un fosco Hamlet. Kim ha una bella voce e una dizione limpidissima, tanto limpida da mettere quasi a nudo perfino qualche incertezza nell'approccio al fraseggio italiano, che potrà essere più rifinito e naturale, favorendo anche l'emissione. Torbidoni esordisce con un pizzico di vibrato, ma rapidamente s'impone anche per la versatilità con cui passa da una Adina civetta quanto basta, con quella freschezza e determinazione che spazza via ogni rischio di leziosità, a una fiera Bolena e soprattutto a un'allucinata Imelda, incisiva nell'accento e attenta al belcanto. 

Riccardo Frizza, sul podio, colpisce per la morbidezza con cui affronta un programma variegato che trova il trait d'union proprio in un gioco di sottrazione e di misure belcantistiche, gustando il respiro di ogni pezzo senza lasciarsi travolgere dall'irruenza che, pure, talvolta sembra ineluttabile (per esempio in Luisa Miller). Tutto questo senza apparire esangue: il Preludio del Tristan ha una sensualità sottile e interiorizzata che non lascia indifferenti; la proposta integrale di tutte le riprese anche nei duetti fa gustare appieno la dinamica musicale e teatrale di ogni pezzo.

Il bel successo si corona con un fuori programma graditissimo: il finale dell'Elisir con Sempey, Kim e Torbidoni ad un tempo coro e solisti intorno al titanico Dulcamara di Alessandro Corbelli.