L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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I due volti del virtuoso

 di Alberto Ponti

Il celebre violinista russo trionfa con un programma che accosta l'introverso Prokof'ev del primo Concerto allo sfavillio di Saint-Saëns e Paganini.

TORINO, 21 novembre 2019 - Cominciamo dal fondo. Vadim Repin, dopo cinque minuti di applausi roboanti, imbraccia finalmente il violino per il più classico e temibile dei bis: sui lievi pizzicati degli archi si stagliano con piglio imperioso le funamboliche acrobazie delle paganiniane variazioni sul Carnevale di Venezia. È l'apoteosi della serata di giovedì 21 novembre che vede il ritorno sotto la Mole del grande interprete russo, assente dall'auditorium Rai dal 2013 quando eseguì il Concerto di Alban Berg.

Sarebbe inutile elencare la tecnica superlativa di questo musicista che nel brano di Paganini ha la propria consacrazione. A sbalordire in Repin è la leggerezza e potenza del suono allo stesso tempo, che sa mantenersi corposo anche nei passaggi sussurrati, nei pianissimo impalpabili del Concerto per violino e orchestra n. 1 in re maggiore op. 19 (1917) di Sergej Prokof'ev (1891-1953) proposto in apertura. Lo Stradivari 'Rode' del 1743 disegna con eleganza le volute del primo tempo (Andantino) in cui sarebbe vano ricercare, come del resto in tutta l'opera, il Prokof'ev corrosivo di lavori quasi contemporanei come i Sarcasmi per pianoforte o la Suite scita. La cifra stilistica del concerto è all'insegna di una meditazione sognante e fantastica che nella concitazione del breve Scherzo seguente, unico movimento veloce, appare, sotto le dita e l'archetto di Repin, più vortice danzante che suggestione diabolica. Nel Moderato conclusivo il solista distilla colori terreni ed aerei involandosi in un lirismo scuro e denso capace di imprimere nella memoria il ricordo della melodia principale con calco indelebile. L'intero pezzo scorre senza un calo di intensità grazie a una visione esecutiva esemplare che, pur attraverso il caleidoscopio di stati emotivi dispiegato in venti minuti di musica, infonde la sensazione di un discorso condensato in un solo gesto, di un ponte leggero e bizzarro librato con un'unica arcata sopra i ribollenti flutti del modernismo più aggressivo, lasciato per un attimo in disparte dall'autore. Valida spalla è l'Orchestra Sinfonica Nazionale, guidata nell'occasione dal quarantenne Kazuki Yamada, direttore stabile della Philarmonique di Monte Carlo. La sua regia è discreta ma attenta, l'attenzione ai dettagli è assai curata in una partitura quasi cameristica disseminata di brevi ma puntuali interventi di ogni strumento nel dialogo col violino solo.

Vadim Repin nobilita con classe innata anche il virtuosismo brillante e un poco di maniera dell'Introduzione e Rondò capriccioso op .28 (1863), pagina molto nota di Camille Saint-Saëns (1835-1921). L'artista siberiano accoppia al massimo grado sonorità smaltata e acutissimo senso ritmico in un canto espansivo e coinvolgente impreziosito da un controllo magistrale di staccato e legato cui conferisce, nel breve 'Andante malinconico' dell'introduzione e nel secondo tema lirico (indicato 'con morbidezza') l'ombra sublime e fugace di un istante di sospeso smarrimento tosto dissolto in una cavalcata da dominatore sulle strepitose sestine di semicrome che percorrono tutto il rondò.

Yamada è chiamato alla ribalta dopo l'intervallo dalla raffinata scrittura della maturità di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) in un caposaldo del repertorio sinfonico ottocentesco quale la Sinfonia n. 3 in la minore op. 56 Scozzese (1842). La lettura del maestro giapponese è improntata ad una forte comunicativa del gesto: a vederlo danzare sul podio si intuiscono con precisione attacchi e contrasti dinamici. L'orchestra lo asseconda docile e precisa in un'interpretazione audace, dalle forti tinte e assai apprezzata dal pubblico in sala, che mette da parte il lato composto e classico di Mendelssohn per farne un vero protagonista del periodo romantico. Il temporale nello sviluppo del primo movimento ha nelle folate cromatiche degli archi uno stampo già wagneriano; gli interventi degli ottoni nell'episodio solenne dell'Adagio e nell'Allegro maestoso assai sono carichi di bagliori e di mistero al pari del mélange di oboi, clarinetti, corni e fagotti che apre la sinfonia. Ma forse l'esito migliore si raggiunge nel breve Scherzo (Vivace non troppo) in seconda posizione: il genio giocoso del compositore traspare in tutta la sua vitalità dal rapido discorso di archi e fiati sostenuto dai rintocchi incalzanti del timpano, condotto con mano ferma, e tuttavia gettando il cuore oltre l'ostacolo della corsa rapinosa, da un direttore dal talento originale e non inferiore alla sua indubbia preparazione.


 

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