L’ape musicale

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Alla ricerca del giovane Strauss

di Alberto Ponti

La violinista russa debutta all'auditorium Toscanini eseguendo con piglio esuberante e impetuoso il raro concerto dell'adolescente compositore

TORINO, 6 dicembre 2019 - Meno fortunato degli analoghi lavori per solista e orchestra di Richard Strauss (1864-1949), il Concerto per violino in re minore op. 8 (1881-82), a differenza dei due per corno e di quello per oboe, è brano di rarissimo ascolto dal vivo. Per gli amanti delle statistiche, ai Proms di Londra, forse la più ampia e varia stagione concertistica al mondo, il pezzo fece una sola apparizione nel lontanissimo 1912. (Detto per inciso: che meraviglia il sito della BBC con la possibilità, insieme a tanto altro, di ricercare i programmi degli ultimi 120 anni con date ed esecutori!)

Un'operazione di notevole interesse è stata il proporre tale autentica rarità all'interno della presente stagione, giovedì 5 e venerdì 6 dicembre, con la violinista russa Alena Baeva nel ruolo di protagonista, accompagnata dall'Orchestra Sinfonica Nazionale diretta da Tomáš Netopil. Ricercare in quest'opera accenni o lampi dello Strauss che verrà non è criterio valido; essa va presa per ciò che è: uno dei primi tentativi di approcciare la grande forma da parte di un diciassettenne di indubbio genio ma ancora alla ricerca di una propria precisa poetica. I temi principali dell'Allegro sono già torniti ed icastici, un'aura romantica assai debitrice a Brahms avvolge l'oasi lirica del Lento ma non troppo. L'interpretazione di Alena Baeva, dai tempi serrati, punta sul lato più scalpitante e appassionato del Rondò finale, un Presto dalla scrittura piacevolmente virtuosistica che, nonostante qualche perdonabile irruenza, trascina il pubblico dell'auditorium Rai a una convinta ovazione. La giovane solista dispiega una personale impronta attraverso un suono sempre brillante e leggero accompagnato da un'invidiabile varietà nel vibrato e da una padronanza tecnica impeccabile. Se il tempo centrale scorre sciolto, un po' appiattito in una prospettiva mancante della profondità che la scrittura di Strauss, a tratti acerba ma mai superficiale, invece suggerirebbe, i movimenti veloci sono quelli in cui la Baeva riesce a dare il meglio di sé grazie a una splendida e naturale facilità di articolazione in grado di farne, oltre che per le orecchie, uno spettacolo per gli occhi. La danza delle sue sottili dita sulla tastiera colpisce allo stesso modo dei suoni che dalle corde si librano.

Tomáš Netopil affronta nella seconda parte della serata la Sinfonia n. 2 in do maggiore op. 61 (1845-46), pagina vasta e ambiziosa appartenente al periodo della piena maturità artistica di Robert Schumann (1810-1856). Il direttore ceco dimostra una capacità di lettura analitica e uno sguardo intensamente acuto anche sui particolari minuti di una partitura tanto affascinante quanto problematica, rivelatrice fin nel midollo dell'animo tormentato e talvolta contraddittorio del compositore. Accanto alla prova di bravura dello Scherzo, con un'orchestra in grande spolvero capace di incastonare tra lo smagliante moto di semicrome dei violini le gemme preziose dei due trii con il loro sognante romanticismo, Netopil ora accende di febbrile sentimento ora ombreggia di accenti inquieti gli ampi Allegro iniziale e conclusivo senza mai dare l'impressione, fra stati interiori a tal punto diversi, di divagare in modo gratuito o frastagliare la linearità del discorso. L'ammirevole equilibrio tra la sobrietà del gesto e la pienezza dell'espressione raggiunto nell'Adagio, vertice della sinfonia, onora la versatilità e l'intelligenza di questa bacchetta, caratteristiche in verità già percepite nelle musiche per il balletto K 367 (1780) dell'Idomeneo, re di Creta di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) eseguite in apertura di concerto. Il sommo salisburghese lascia intravedere, in uno dei suoi titoli più proiettati verso il futuro, spiriti già quasi ottocenteschi nel trattamento dello strumentale spargendo, in una prova solo in apparenza disimpegnata tra numeri che paiono alludere con placida quiete al passato, i fremiti affatto inediti di un'immortale Chaconne.

foto Più Luce


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