L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Une vague harmonie

 di Stefano Ceccarelli

Ivo Pogorelich tiene un recital incredibile all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, spaginando quasi tutta la storia della musica: da Bach a Ravel, passando per Beethoven e Chopin.

ROMA, 1 dicembre 2019 – Da più di quarant’anni, Ivo Pogorelich incanta le folle di tutto il mondo con un pianismo sensibile, meditativo, tecnicamente impressionante. In questo recital romano, che assume i contorni di un evento, il pianista serbo regala un programma studiatissimo, spaginando la storia della musica per tastiera dai suoi albori (Bach) fino alle sue sperimentazioni più ardite del secolo passato (Ravel). Com’è ovvio, si tratta di un saggio dell’arte interpretativa di Pogorelich, ma cela forse anche l’intenzione di porgere al pubblico la sua personalissima rilettura della storia della musica pianistica mediante qualche brano per lui (e per noi) significativo. Questa operazione assume a livello interpretativo i contorni, in un certo senso, di una palinodia.

Il concerto inizia con la Suite inglese n. 3 in sol minore, BWV 808 di Johann Sebastian Bach, un pezzo cui il serbo è particolarmente legato, un suo cavallo di battaglia – ricorderei, almeno, l’incisione Deutsche Grammophon del 1986, assieme alla n. 2. Volendo fare un confronto (e la cosa è rischiosa, come pure – forse – inopportuna), mi pare che il pianismo di Pogorelich si sia rarefatto sempre di più, mantenendo l’impressionante, tersa sgranatura delle note in quanto parti di un discorso e, però, volgendosi anche a una meditazione sulla natura puramente fisica del suono. Ciò mi è parso particolarmente evidente nell’Allemande, dove l’interprete ha autenticamente distillato la cullante melodia. Ma anche nella Courante, che prevede, ovviamente, un’esecuzione più spedita, Pogorelich ha posto impressionante attenzione a fatti di ordine puramente sonoro, creando un impasto quasi ipnotico. In tal senso, una summa perfetta dell’esecuzione del pezzo potrebbe essere la lettura portentosa delle due Gavotte, che mostrano pure due diverse anime del pianismo del serbo (la prima più meditativa, la seconda quasi ‘sfrenata’, ma pur sempre coreutica). Il primo tempo è chiuso dall’esecuzione della Sonata per pianoforte n. 11 in si bemolle maggiore, op. 22 di Ludwig van Beethoven. Tecnicamente, si è ancora nell’empireo degli dèi del pianoforte. Interpretativamente, però, mi sento di avanzare qualche dubbio, almeno per quanto attiene ad un gusto personale. Forse, infatti, Pogorelich allarga troppo l’agogica di alcune pagine, tergendo il dettato di Beethoven ad un livello incredibile se si bada al puro dato sonoro, cui però manca un po’ di mordente. Peraltro, se si confronta la sua odierna lettura dello spartito con l’interpretazione che ne diede in video nel 1993, il fatto risulta assolutamente evidente e, dunque, ancor più pregnante in un dato di storia personale d’interpretazione. Non tanto l’Adagio con molta espressione, che nella lettura odierna di Pogorelich mantiene inalterato il suo colore così dolcemente malinconico, quanto piuttosto l’Allegro con brio o il finale Rondò, cui viene sacrificato del colore in omaggio a una pura ricerca fisica del suono. In questo mutamento d’intenti estetici, però, non sembra rientrare il Minuetto, la cui semplice e consueta luminosità coreutica mi pare inalterata.

Il secondo tempo si apre con un autore certamente amato da Pogorelich, Fryderyk Chopin, ma con un pezzo da lui rarissimamente frequentato (almeno che io sappia), se non in tempi recenti: la Barcarola in fa diesis maggiore per pianoforte op. 60. Gli effetti ‘marini’ della mano sinistra sono eccezionali, come pure le screziature che imperlano un pezzo che da manieristico (come il titolo lascerebbe suggerire) diventa quasi ‘musica assoluta’. Pogorelich, ancora, espande l’agogica al massimo della rilassatezza, mantenendo quel tanto che basta per non perdere il filo ritmico del discorso: l’effetto è assai particolare, apprezzabile a livello puramente timbrico, certo ancora opinabile da un punto di vista interpretativo. Ma poco importa, vista l’eccellenza del risultato. Segue il Preludio op. 45 in do diesis minore, che nel suo gioco eminentemente coloristico, di fino nel trascolorare delle note, incontra molto più l’ethos pianistico dell’ultimo Pogorelich; peraltro, si tratta di un pezzo inciso e più volte eseguito dal serbo, con una coerenza interpretativa più accentuata, direi, della Grande sonata op. 22 di Beethoven. Ma l’apoteosi del concerto è, senz’ombra di dubbio, la sua chiusa: il Gaspard de la nuit di Maurice Ravel. L’esecuzione di Pogorelich supera ogni più rosea aspettativa: si tratta della perfezione allo stato puro. Si sa che il Gaspard è un suo pezzo, forse il suo pezzo; e sentirlo dal vivo crea un’emozione indescrivibile. Ondine scorre con una naturalezza impressionante, non solo per le irte difficoltà virtuosistiche, quanto per l’incredibile qualità della sgranatura al millimetro di ogni sonorità di questo pezzo acquatico. La languida vibrazione marina della mano destra, un trillo che cangia in cromature finissime, screzia il melodizzare delle delicate linee della mano sinistra; si approda, verso la fine, allo svanire etereo della creatura, alluso da una verticalizzazione energica della linea del pianoforte. Le Gibet è eseguito con una cadenza ipnotica incredibile; l’abitudine di Pogorelich all’esecuzione di quello (cioè l’intero Gaspard) che forse è fra i pezzi pianistici a lui più cari trasforma tutto in una lettura vivida, carnale: in Le Gibet, chiudendo gli occhi, siamo trasportati in un tramonto di morte di cui riusciamo a intravedere tutti i contorni. La vetta dell’arditezza virtuosistica la si raggiunge, però, in Scarbo. Qui, Pogorelich cava dallo strumento persino l’inaudito per evocare questo gnomo degli incubi, sondando l’inconscio di una partitura schizofrenica che trae linfa vitale da un certo qual ‘satanismo’ virtuosistico, ottimamente eseguito da un pianista che ricevette lezioni dai discendenti della scuola di Liszt.

La serata è assolutamente straordinaria. Pogorelich è invaso di applausi, ma non concede – e come, del resto? – alcun bis, lasciando gli spettatori magicamente storditi dal miglior Gaspard del mondo.


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