L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Alla ricerca del suono perduto

di Alberto Ponti

Purezza di intonazione ed intensità emotiva: sono l'impronta del violinista austriaco nell'esecuzione del secondo concerto di Prokof'ev cui si accompagna, da parte di Marc Albrecht, una lettura della Symphonie fantastique esemplare per precisione timbrica e cura del particolare

Torino 13 dicembre 2019 - Marcel Proust afferma, in uno dei passi della Prisonnière più citati, spesso in modo stravolto a uso dell’industria turistica, che ‘l’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro…’. Se al termine occhi si sostituisse quello di orecchi avremmo, grazie all’intuito estetico del grande scrittore, l’essenza anche del viaggio musicale. Quando si abbandona l’affollato presente, forse già testimone di opere ancora inesplorate ma destinate in futuro ad essere acclamate tra i traguardi eccellenti del nostro tempo, e si rivolge lo sguardo ai capolavori del passato di cui si crede di avere ormai penetrato ogni segreto, l’autentica scoperta sarebbe avvicinarsi ad essi con lo spirito di chi non dà nulla per scontato, calarsi nelle emozioni di un ascolto vergine. Non si tratta ovviamente di fare, con artificiosa finzione, tabula rasa di una sensibilità formatasi proprio con la conoscenza e l’esperienza dei testi musicali quanto piuttosto di utilizzarla per meglio immaginare le opere nel contesto in cui nacquero.

Da qualsiasi angolo la si consideri, la carica rivoluzionaria della Symphonie fantastique op. 14 (1830) di Hector Berlioz (1803-1869) non può che uscirne così ingigantita. Se la tumultuosa Marche au supplice e il Songe d'une nuit de Sabbat traggono linfa da una sezione di ottoni irrobustita rispetto agli organici del primo Ottocento, nei primi tre movimenti, con i mezzi di un'orchestra pressoché beethoveniana, il compositore francese estrae invece suoni inauditi per l'epoca. I colpi d'arco dei contrabbassi sotto l'esposizione dell'idée fixe, tema conduttore della sinfonia, il crescendo cromatico degli archi che conduce alla sua ripresa all'inizio dello sviluppo, il dialogo in eco tra oboe e corno inglese che apre la Scène aux champs non sono che esempi di una visione spaziale capace di stupire l'uditorio dell'epoca al pari di quello odierno, se ci si abbandona almeno un poco al consiglio proustiano.

Marc Albrecht, sempre amato e atteso dal pubblico subalpino, valorizza con talento e precisione questi e tanti altri dettagli, spesso trascurati in esecuzioni meno accurate, sfruttando la versatilità coloristica di un'Orchestra Sinfonica Nazionale apparsa in gran forma: nel controcanto, finalmente calato nella dovuta luce, di flauto e clarinetti al tema cantabile dell'introduzione, già scalpita il fuoco della passione che esploderà da lì a poco nell'Allegro agitato e appassionato assai. La mano del direttore tedesco è assai felice anche nei passaggi più rutilanti dell'imponente partitura, liberando impressionanti ondate sonore, senza concedere nulla all'effetto pompier fine a se stesso, con estrema attenzione agli elementi costitutivi del discorso. La sonorità di ogni strumento è distillata nel suo rilievo caratteristico; ogni voce si distingue nella pregnanza quasi fisiologica degli assoli (memorabili, nella serata torinese, quelli di tutti i fiati con un atteso momento di gloria per il clarinetto piccolo) così come negli accordi a piena orchestra. Capita allora che l'attacco della Ronde duSabbat abbia, nella filigrana limpida della sua polifonia, una trasparenza di passo e fraseggio poche volte ascoltata, prefiguratrice delle sublimi acrobazie della Regina Mab che usciranno in seguito dalla fantasia di Berlioz, per sovrapporsi poi con la massima scioltezza alla melodia del Dies Irae in una chiusa entusiasmante per senso del ritmo e pulsione timbrica.

Ospite nella prima parte era Julian Rachlin, interprete del Concerto n. 2 in sol minore op. 63, lavoro del 1935 di Sergej Prokof'ev (1891-1953). La sua presenza all'auditorium Toscanini è il sigillo finale a una serie di appuntamenti nell'ultimo mese dedicati al violino, dopo le performance a breve distanza di Vadim Repin e Alena Baeva. Rispetto ai due nomi precedenti, lo stile di Rachlin appare meno estroverso, mirato ad evocare il mondo interiore di un concerto in cui Prokof'ev regala qualche momento di guizzante virtuosismo solo nell'Allegro ben marcato conclusivo. Un tono fiabesco e ovattato, che ben si addice alla cantabilità spiegata degli altri due tempi, si stende sull'interpretazione del solista austriaco di origine lituana senza per questo sacrificare il lucente fulgore dell'intonazione dello Stradivari 'Liebig' del 1706. Una carica sentimentale solo in apparenza trattenuta è in realtà la chiave per penetrare nell'animo dell'autore, diviso tra la ricerca di una nuova espressività lirica dopo le opere di rottura degli anni '20 e il modernismo cosmopolita e graffiante radicato nel suo linguaggio. Il disinvolto dominio di tutti gli aspetti tecnici, con armonici letteralmente trascendentali, consente a Rachlin di piazzare a colpo sicuro affondi di intensa emozione, sia che si tratti della melodia in punta d'archetto del commovente Andante assai centrale che della Sarabanda dalla seconda partita di Bach, concessa tra applausi incessanti dopo l'altro generoso encore della sonata n. 3 di Eugène Ysaye.


 

 

 
 
 

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