L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Natale alla Scala con Berlioz

di Francesco Lora

Trilogia sacra” qui oratoriale, là epica e a tratti non meno che operistica, L’enfance du Christ torna in Italia con Gardiner alla testa di orchestra e coro milanesi, e con il canto di Hallenberg, Clayton, Lhote, Dolié e Courjal.

MILANO, 21 dicembre 2019 – «Il coro dei pastori è molto più moderno [dell’ouverture] e bisogna essere ignoranti come una carpa [sic] per credere che un maestro di cappella del Settecento abbia mai immaginato la modulazione che si trova nel mezzo di questo coro»: così Hector Berlioz scriveva a Théophile Gautier, intorno al Natale 1853, a proposito della sua Fuite en Egypte. Il menzionato «coro dei pastori», L’adieu des bergers, ne era stato il primo nucleo: nel novembre 1850 l’autore si era divertito a presentarlo come lavoro di uno sconosciuto e mai esistito Pierre Ducré, «maestro di musica della Sainte-Chapelle di Parigi», e vi aveva ancor più spudoratamente apposto la data del 1679; l’uditorio parigino era all’epoca digiuno di Lully e Charpentier: al cospetto di quelle tre strofe di tenerezza musicale andò in brodo di giuggiole e cadde a piè pari nel tranello. La partitura crebbe poi ben oltre i quindici minuti della Fuite en Egypte: nel 1854 divenne una “trilogia sacra” di un’ora e mezza, L’enfance du Christ, dove all’episodio della fuga in Egitto erano stati aggiunti, prima e dopo, quelli del sogno di Erode e dell’arrivo a Sais. Il successo di pubblico superò le aspettative: Berlioz stesso se ne dovette meravigliare, pensando alla freddezza con la quale sue composizioni di maggiore impegno e pretesa – La damnation de Faust in testa a tutte – erano state accolte negli anni precedenti. Oggi rara dappertutto e ancor più in Italia, L’enfance du Christ ha costituito il programma del concerto di Natale al Teatro alla Scala, il 20 e 21 dicembre, siglando nel contempo le celebrazioni per i centocinquant’anni dalla morte di Berlioz. Quanto all’Adieu des bergers, esso rimane la gemma di questa partitura qui oratoriale, là epica e a tratti – si pensi alla parte di Hérode – non meno che operistica: ascoltare il brano dal coro scaligero, il migliore al mondo con quel suo caldo bouquet timbrico e quell’ampiezza di gesto che cela carezze, è un privilegio che non si dimentica. Eccellente è anche la relativa orchestra, che si tratti di articolare severi contrappunti fugati, ritrarre i gorghi dell’animo agitato o evocare l’atmosfera di paesaggi esotici. Peccato però che il direttore John Eliot Gardiner, appassionato berlioziano e fulcro dell’operazione, conosca a malapena i professori milanesi: fatica dunque a illustrare loro – e con loro riprodurre – gli ancora più incisivi fraseggi che subito saprebbe inculcare negli strumenti originali della propria Orchestre Révolutionnaire et Romantique. Raffinato e con picchi di lusso autentico il quintetto delle voci soliste: le parti di Marie e Joseph sono rilevanti più per gerarchia mutuata dai racconti evangelici che per loro effettivo trattamento drammatico e musicale, ma ricevono del pari il canto forbito, materno e mai lezioso del mezzosoprano Ann Hallenberg da una parte, e dall’altra quello nobilmente baritonale di Lionel Lhote, un esperto del repertorio francofono ottocentesco; un Hérode di mobilissima sottigliezza psicologica, con armonici di magnificenza non meno che organistica e con una superba consapevolezza della parola, è a sua volta quello di Nicolas Courjal, forse il più dotato basso francese oggi in attività; misura, eleganza, prontezza e stilizzazione accompagnano infine le prove del tenore Allan Clayton, come Narratore e Centurione, e del baritono Thomas Dolié, come Padre di famiglia e Polydorus.


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