L’ape musicale

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Torre del Lago tra Puccini e Beethoven

di Luca Fialdini

Dopo 79 anni di assenza, l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia fa ritorno al Festival Puccini sotto la guida di Antonio Pappano e con un programma che, oltre al padrone di casa, omaggia anche Ludwig van Beethoven nei 250 anni della nascita.

TORRE DEL LAGO, 28 luglio 2020 – La cavea del Teatro Puccini è assai più vuota del consueto, qua e là alcuni grappoli di sedili sono chiusi da strisce di nastri gialli e neri, ma la magia della cornice di Torre del Lago è intatta. Questa 66a edizione del Festival Puccini è destinata ad abitare a lungo nella memoria, non solo perché è l’edizione che è riuscita a fronteggiare il covid (e scusate se è poco) ma anche perché sul palco c’è l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia ed è qualcosa che non accadeva da settantanove anni. È quindi comprensibile l’entusiasmo di Michele Dall’Ongaro - presidente e sovrintendente dell’Accademia - nell’introdurre il concerto che vede impegnati due pilastri di Santa Cecilia: la sua orchestra e Antonio Pappano.

Il programma prevede tre punti: due composizioni di Giacomo Puccini (il Preludio sinfonico e i Crisantemi) e la Sinfonia n. 5 in do minore di Ludwig van Beethoven, del quale ricorrono i 250 anni della nascita. La presenza di Puccini non è un pretestuoso omaggio tanto per contestualizzare il concerto a Torre del Lago, dato che Pappano ha dedicato al compositore lucchese una generosa porzione del suo percorso da direttore d’orchestra; basti pensare alle incisioni discografiche di Madama Butterfly, La Bohème, Il Trittico, La rondine e della Messa (peraltro, nel medesimo CD della Messa sono contenuti anche il Preludio sinfonico e i Crisantemi di cui si faceva menzione sopra).

Sin dall’attacco dei legni del Preludio si avvertono distintamente due cose: quanto Pappano sia riuscito a scavare in profondità queste pagine e quanto sia in forma l’orchestra. Compattezza, precisione e pulizia di suono sono i connotati della compagine orchestrale, che con grande sincerità riesce a trasmettere al pubblico i colori della partitura: il lirismo, la dolcezza, la malinconia, la nostalgia, non sono né enfatizzati né troppo ponderati, vengono presentati alla platea con la stessa semplicità con cui il compositore li ha evocati con la gabbia del pentagramma. In questo concerto avviene anche qualcosa di davvero straordinario: Antonio Pappano e l’Orchestra di Santa Cecilia dimostrano che il pianissimo orchestrale esiste, ed è un pianissimo diafano, in cui si distingue ogni singolo suono di ciascun strumento, un effetto che non viene sciupato nemmeno dalla (pur non invasiva) amplificazione. È un peccato che i lavori sinfonici pucciniani si limitino a queste acerbe incursioni degli anni del conservatorio, perché l’esecuzione odierna e la lettura di Pappano hanno dimostrato quanto fosse già maturo il sinfonismo nel pensiero di Puccini; se avesse coltivato davvero il repertorio sinfonico, senza alcun dubbio ci sarebbero stati dei risvolti interessanti.

Davvero notevole l’esecuzione della celeberrima Quinta di Beethoven, a partire dalle quattro note d’incipit del primo movimento, una cellula tanto semplice nella scrittura quanto difficile da rendere con naturalezza. La schiettezza e la rigorosità ritmica di Pappano in questo primo movimento, in cui tutto si fonda sul ritmo e con l’ossessivo ripetersi di quella cellula di quattro note, è fenomenale e mostra con chiarezza che quel destino che bussa alla porta è lux et origo non solo dell’Allegro con brio ma anche dell’intera Sinfonia: una brevissima cellula che – attraverso modificazioni e variazioni – attraversa tutti e quattro i movimenti dell’edificio sinfonico. La stessa incisività ritmica la si ritrova anche nel secondo movimento, un Andante con moto che spesso viene eseguito assai più lento di quanto richiesto da Beethoven, probabilmente travisando la cantabilità della melodia con cui si apre il brano. In tutta la Sinfonia è il ritmo il motore trainante e parallelamente l’oggetto di studio di Beethoven e Pappano prende alla lettera l’indicazione, non esaltando ma facendo risaltare il dettaglio ritmico anche più celato.

Oltre alla ritmica, Pappano pone molta attenzione sui contrasti delle dinamiche e dei colori: se è vero che questa Sinfonia è ricca di piani e forti semplicemente giustapposti tra loro (uno su tutti, l’inizio del terzo movimento) che creano per l’appunto dei contrasti croccanti, è altrettanto vero che raramente si è visto un direttore d’orchestra porre così tanto l’accento sui piani in questa composizione. Il risultato non è un Beethoven che non si era mai sentito, ma – ed è assai più interessante – un Beethoven senza facili manierismi, in cui emerge nettamente il grandioso impianto strutturale nella sua interezza. È senz’altro un buon modo per celebrare il duecentocinquantenario del compositore. A fine concerto, dopo i molti applausi del pubblico entusiasta, Pappano ha regalato al pubblico di Torre del Lago l’Intermezzo dell’Atto III di Manon Lescaut, un bis che conclude in una perfetta Ringkomposition il concerto che ha riportato, dopo quasi ottant’anni, l’Orchestra di Santa Cecilia nelle terre di Giacomo Puccini.

 


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