L’ape musicale

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Flórez bifronte

 di Roberta Pedrotti

Con il ritorno dell'amatissimo Juan Diego Flórez e la bacchetta incantata di Michele Spotti, in Piazza del Popolo si anima un concerto bifronte: programma sofisticato e intrigante a base di brani rossiniani rari da una parte; dall'altra, esteso fuori programma "leggero" con il tenore alla chitarra.

PESARO 16 agosto 2020 - Doveva essere uno dei concerti di punta del programma originario e lo resta anche in quello rivisitato, anche se l'evento si manifesta bifronte: per metà sofisticata scaletta rossiniana, per metà divertissement ferragostano, per metà ricerca da Festival, per metà svago da festa in piazza. 

Ecco che alle 20:30 Michele Spotti alza la bacchetta per quella che è forse la più celebre delle sinfonie giovanili di Rossini: la Sinfonia del Conventello. Seguiranno la quella in Re maggiore e quella obbligata a contrabbasso. Pezzi non ignoti, ma certo non troppo praticati, spesso sottovalutati come esercizi d'apprendistato in cui cercare anticipazioni. La presenza di un direttore, seppur giovanissimo, del livello di Spotti garantisce tuttavia ben altra prospettiva, permette di apprezzare una scioltezza di scrittura che fa propri i modelli classici cari agli studi del "tedeschino", non li subisce passiva in una rigida emulazione. Anzi, vediamo già chiaroscuri, felici invenzioni, intuizioni ritmiche giostrati con la grazia di un adolescente di genio, che sull'onda entusiasta dei primi studi regolari - quelli bolognesi con padre Mattei, erede di padre Martini - sviluppa con feconda vena creativa le nuove scoperte. Spotti coccola con entusiasmo questi primi frutti rossiniani, ne dà una lettura tanto fresca quanto ricca, tanto minuziosa quanto fluida. E se, come disse lo stesso Gioachino in età matura, confrontando le partitura giovanili con le ultime opere si vedrà che non è stato "un gambero", la dignità che Spotti conferisce alle tre sinfonie spicca ancor di più se confrontata con il Pas de deux dal Guillaume Tell. Anche questa, una rarità, giacché perfino a Pesaro - fatti salvi concerti che ora sfuggono alla memoria - questa stesura si ascoltò solo nel 1995, danzata peraltro da Alessandra Ferri eJosé Manuel Carreño. Certo, nel 1829, con l'orchestra dell'Opéra, la qualità della strumentazione nella gestione delle linee melodiche e dei timbri dimostra tutto il percorso svolto da Rossini in venti prolifici anni d'attività, evidenziato ancora a meraviglia dalla bacchetta sapiente di Spotti. Fra questi estremi della produzione rossiniana, una curiosità: la sinfonia da Robert Bruce, vale a dire un pastiche assemblato da Niedermeyer con il beneplacito ma non l'intervento di Rossini.

In un saggio di Philip Gossett pubblicato nel volume Viaggio a Rossini (a cura dell'ex direttore artistico del Rof, Luigi Ferrari), il musicologo statunitense analizzava la forma standard della sinfonia rossiniana e ipotizzava una sorta di gioco per la costruzione, riassemblando introduzioni temi e crescendo, di diverse ouverture. Bene, non è quello che fa Niedermeyer, il quale semplicemente concatena tre movimenti eterogenei che non provengono dal modello base della sinfonia rossiniana: l'introduzione di Zelmira (che nemmeno si può definire preludio, tanto è precipitoso l'irropere dell'azione), un estratto dall'ouverture di Armida (che è strutturata come tema e variazioni e non come elaborazione della forma sonata semplificata e arricchita del crescendo), la stretta del finale primo della Donna del lago. Risulta perfino divertente questo puzzle, soprattutto per come Spotti lo esalta entusiasta, facendo sognare un suo approccio anche alle fosche trame di Lesbo, a maghe e cavalieri del Tasso, alle brume scozzesi di Scott. 

Già la parte puramente strumentale del programma è, dunque, di grande interesse, nondimeno lo è quella vocale affidata al divo pesarese per antonomasia, Juan Diego Flórez, da cui emerge un sincero affetto per il Festival e la città che hanno determinato l'avvio sfolgorante della sua carriera. La locandina annuncia Rarità, ma il concetto si declina in varie direzioni. Nell'aria di Giocondo nella Pietra del paragone, per esempio, la cabaletta alternativa è formalmente inedita in questa veste, ma in realtà familiare a chi conosca Elisabetta regina d'Inghilterra e la scena di Norfolc nel secondo atto. Ci si stupirà nel sentire il poeta innamorato cantare come il perfido lord inglese? Non è il caso. Sono entrambi personaggi nobili (di spirito o di rango) agitati da grandi tormenti e affetti contrastanti, l'uno costretto a dissimulare i propri sentimenti per i doveri di un'amicizia sincerta, l'altro per convenienza politica. Anche "T'arrendi al mesto piano", cavatina alternativa per Giacomo nella Donna del lago, viene da Ermione, ma in entrambi i casi si tratta di sofferenze per amori non corrisposti, che tuttavia in questa stesura assumono un aspetto più intimo e inquieto che non nella risoluzione magnanima di "O fiamma soave". Non proprio rarissima, ma ottimo esempio di aria alternativa che ancor oggi non trova posto stabile nelle rappresentazioni dell'Italiana in Algeri (al contrario dell'aria di Alidoro in Cenerentola, oramai irrinunciabile) è "Concedi amor pietoso"; d'altra parte, l'affinarsi della scuola belcantista ha fatto sì che molti tenori non vogliano rinunciare, nel Turco in Italia, a "Un vago sembiante", aggiunta posteriore per Rubini, ma val sempre la pena di riscoltarla e saggiare la qualità di un brano scritto su misura dell'interprete occasionale per ampliare lo spessore della parte. A questo punto sarebbe stato bello poter ascoltare anche "Anima mia, Matilde" l'aria (almeno in parte desunta da Ricciardo e Zoraide) di Corradino nella versione romana di Matilde di Shabran, tanto più che Flórez ha fatto del personaggio il suo fondamentale cavallo di battaglia. Dalla Fondazione Rossini, però, rassicurano: l'edizione critica della Matilde romana è in arrivo e quindi ascolteremo prossimamente anche quest'aria. Intanto, il programma ufficiale  si chiude in bellezza con "Alla gloria un genio eletto", brano d'ampio respiro scritto da un Rossini a inizio carriera per l'opera I pretendenti delusi di Mosca. Anche qui, come in tutto il programma, si apprezzano la concentrazione di un Flórez generoso e in buona forma, decisamente coinvolto nell'offrire il proprio contributo a questo Rof "d'emergenza", l'abilità di Spotti nel far respirare l'orchestra con il canto, nel farla dialogare con la voce con intelligenza e sensibilità, nel far risaltare ogni accento e dinamica con naturalezza. 

Così il programma intrigante (peccato non aver avuto un programma di sala più corposo, anche solo on line, o una conferenza dedicata: da questo punto di vista le limitazioni si sono fatte sentire!) si gusta appieno e, francamente, diverte. E' divertimento intellettuale ma genuino che si prova nello scovare analogie, richiami, ironie, mode. Sì, perfino la spudorata ouverture del Robert Bruce, quasi l'equivalente di una playlist odierna più che un'elaborazione ragionata, dà da pensare e da sorridere.

Forse, però, non tutti in piazza si divertono allo stesso modo, il pubblico quest'anno rinuncia a presenze affinate da anni di militanza rossiniana ma conquista qualche spettatore locale un po' più spaesato. Così, conclusa la scaletta ufficiale, Flórez riappare con la chitarra in mano, si volta pagina e si cambia registro con una serie di canzoni latinoamericane o napoletane ("Besame mucho", "Cielito lindo", "Marechiare"). Spotti resta sul podio perché, ad un tratto, si inserisce anche la versione orchestrale della Danza rossiniana - e rendiamo merito al maestro di averla concertata con trascinante leggiadria, quando tante volte questa versione si ammanta di kitsch. Poi il maestro guadagna il palco, raccoglie i meritati applausi e lascia ancora Flórez a intrattenere con entusiasmo il pubblico, a incitare a batter le mani e unirsi a lui nei ritornelli. Sulla pronuncia napoletana lasceremo l'ardua sentenza ai partenopei; quella spagnola è naturalmente fuori discussione, così come lo è la passione palpabile con cui Flórez affronta questo repertorio leggero e lo dedica a Pesaro esprimendo la sua gioia per la realizzazione, nonostante tutto, di questo quarantunesimo Festival. 

Un festival bifronte, fra coraggio e prudenza, difficoltà e slancio, un po' come questa serata, con il suo programma diviso in due.

foto Amati Bacciardi


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