L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Dies Irae, dopo il silenzio

di Roberta Pedrotti

Il Teatro alla Scala porta la Messa da Requiem di Verdi dal Duomo di Milano ai luoghi simbolo della pandemia: dopo Bergamo, a Brescia, in collaborazione con il Comune, la Diocesi e il Teatro Grande. Dopo gli interventi, sobri e toccanti, del sindaco Del Bono e del vescovo Tremolada, Riccardo Chailly con i complessi scaligeri e le voci di Krassimira Stoyanova, Elīna Garanča, Francesco Meli e René Pape dà vita a un Requiem che sembra di scoprire per la prima volta, ora che nulla è più come lo ricordavamo.

BRESCIA, 9 settembre 2020 - Ci sono partiture che conosciamo a menadito, che abbiamo ascoltato e riascoltato, amato e riamato, finché, all'improvviso si trasformano in qualcosa di diverso. Non la differenza consueta, che ci fa soppesare questa o quella incisione, questa o quella bacchetta, una voce o un'orchestra, ma una differenza profonda, una rivoluzione che sconquassa le vite di chi interpreta e di chi ascolta e osserva. Per chi voglia intenderlo, siamo cambiati: non è possibile vivere, pensare, avvicinarci all'arte come prima dopo che abbiamo visto vacillare tutto quel che davamo per scontato, assediati da un nemico invisibile che si muove con un tal numero di variabili (ancora e per lo più ignote) da farci associare le sue dinamiche al caso. "E come potevamo noi cantare..." ma le cetre non sono appese alle fronte dei salici, anzi, sono imbracciate con una passione nuova, come fosse la prima volta.

Come fosse la prima volta, nel Duomo vecchio di Brescia dopo Milano e Bergamo risuonano le note del Dies Irae verdiano in questo Requiem offerto dalla Scala anche alle città lombarde più colpite dalla pandemia. Per la prima volta, nella deflagrazione sonora dell'Apocalisse si avverte uno iato perturbante: l'Apocalisse, qui, è stata il silenzio, le strade deserte, la vita sospesa, la colonna dei mezzi militari che trasportano i feretri a Bergamo, solo i rintocchi delle campane a morto, solo l'ululato delle ambulanze. Un silenzio insopportabile, la negazione del tempo stesso. E in musica, l'arte del suono nel tempo, questo silenzio esplode nel suo contrario, furioso e fragoroso, come se l'espressione artistica astraesse, sublimasse, scongiurasse quel terrore bombardandolo con violenza. Violenza, sì, ma ordinata, ragionata, creativa. Sono note, è canto. Non è un grido terrorizzato e selvaggio, è arte, è civiltà che vince il silenzio, che proclama l'orrore e in questo stesso atto lo vince.

Come fosse la prima volta, questo Requiem scritto centocinquant'anni fa in memoria di Rossini prima, di Manzoni poi è il Requiem delle migliaia di morti anonimi che per i loro cari erano il mondo intero, è il Requiem che ascoltiamo dopo aver attraversato l'abisso, il Requiem diretto, cantato, suonato dopo l'abisso, quando ancora la luce non è certa e riconquistata pienamente. E poco importa se il Duomo Vecchio di Brescia, come quasi ogni chiesa, non sarà il luogo ideale per far musica: questo non è un concerto, è qualcosa di più. Anzi, ora ogni concerto, ogni opera dovrebbe essere qualcosa in più, qualcosa di non scontato, qualcosa che non si deve limitare a intrattenere. Il Duomo Vecchio di Brescia è bellissimo, la sua pianta circolare concentrica degrada, ben al di sotto del livello della piazza, fino alla cripta, cronologicamente almeno dal V/VI secolo fino al Cinquecento del Moretto e del Romanino. Gli archi si intrecciano in prospettive addirittura sensuali. Il luogo, il momento compenserebbero ogni disagio acustico, ma Riccardo Chailly (in mascherina, segno anche di rispetto e a dimostrare che la musica vive anche nelle condizioni imposte dalla pandemia) si prodiga per collocare amorevolmente la partitura verdiana fra gli spazi e i riverberi del Duomo, a fraseggiare con il miglior nitore possibile, a calibrare le dinamiche e i colori perché giungano ben intellegibili nella loro teatralità. Teatralità, sì, nel suo senso più alto, di rappresentazione della vita e del terrore di fronte alla morte, dell'angoscia e della ricerca di una consolazione, di uno scopo. Non c'è accento, nel Requiem, in cui Verdi non rappresenti la dialettica di questi opposti, il moto perpetuo della spiritualità umana, sia essa atea, agnostica o credente di qualsiasi religione.

Riscoprire, rivivere il Requiem in questo omaggio scaligero a tutti coloro che hanno sofferto e combattuto il virus non è semplicemente un fatto emotivo, non trascende dalla qualità musicale che, anzi, ne è nerbo fondamentale, partecipato come non mai. Il coro preparato da Bruno Casoni ha una tale pasta levigata, una tale padronanza di dinamiche e colori, una tale esattezza d'accento da lasciare ancora una volta stupefatti. Mai un suono tagliente, mai il minimo squilibrio timbrico in favore di l'una o l'altra sezione. Così l'orchestra, con quegli ottoni così esatti e controllati, non manca mai di definire un pathos collettivo, un raccoglimento, una riflessione vibrante. Così la bacchetta di Chailly segue il flusso dialettico della partitura, ci spinge a riportare la mente su questo o quel versetto, a patire quasi fisicamente quello sconcerto universale che si fa preghiera e meditazione. Anche, come dicevamo all'inizio, nel contrasto spiazzante, lacerante fra il Dies Irae e l'Apocalisse del silenzio.

Il quartetto dei solisti partecipa di questo cesello modellato sul nostro sentire di uomini e donne feriti nel 2020. Sentite Elīna Garanča come evita l'attacco plateale nel "Liber scriptus", ma esprime la vera nobiltà del canto verdiano e illumina di un'espressione diversa, vera, esatta, elevata, ogni iterazione di "nihil inultum remanebit", sentite come quella voce morbida e corposa, brunita nel registro grave, sappia cogliere un'iridescenza angelica nell'attacco impalpabile di "Lux Aeterna". O Krassimira Stoyanova, che dalla dolcezza ambrata del suo lirismo eleva dei filati lucenti di purissima, consolatoria bellezza o si unisce al mezzosoprano in perfetta fusione di timbri e intenzioni. E pur avendo ascoltato dal vivo decine di volte Francesco Meli, potremmo dire oggi di non averlo mai sentito cantare meglio di così: così ispirato, così musicalmente e vocalmente a fuoco, colore privilegiato, emissione facile, naturale, fluida, controllata a dovere in ogni dinamica, in tutta la tessitura. Un vero balsamo. Non è da meno René Pape (che sostituisce Ildar Abdrazakov previsto inizialmente e al quale, alla notizia della sua positività al virus, vanno i nostri più sentiti auguri); il basso tedesco offre la cifra dell'umanità profonda che permea tutto questo Requiem, senza assumere i toni solenni e ieratici del profeta, ma ancora una volta interiorizzando quasi un mormorio di riflessione che si fa, nella nobiltà franca del suo fraseggio e del suo timbro, espressione autentica, sublimata, dalla saggezza di "Mors stupebit" alla luce calda del suo attacco nell'"Hostias", perfetta risposta a quello di Meli.

In sala non possiamo essere molti: autorità, rappresentanti delle istituzioni e di operatori sanitari, volontari, protezione civile, stampa. Anche attraverso le riprese televisive (la prima milanese in diretta nazionale su Rai5, le serate orobica e bresciana su Bergamo TV e Teletutto), però, questo Requiem andava oltre, raccoglieva nelle pietre millenarie del Duomo il raccoglimento per un dolore e un dramma che ora ci impone di riflettere e non vivere più come prima, non tanto e non solo per norme sanitarie che ci auguriamo provvisorie, ma per la consapevolezza di valori che forse davamo per scontati.

Alla fine, del capolavoro verdiano interpretato ai massimi livelli oggi possibili, ci resta indelebile l'immagine di una figurina esile, leggermente claudicante, infagottata in una tuta rossa della Protezione Civile. Fuori dal Duomo attraversa la piazza, si infila nei portici di via X Giornate, stringe in mano la locandina con lo stemma del Teatro alla Scala e i nomi di Chailli, Stoyanova, Garanča, Meli e Pape.

 

foto Brescia Amisano


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