L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Romanticismo e dintorni

 di Stefano Ceccarelli

L’ultima coda della stagione estiva vede Antonio Pappano e l’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia impegnati in un concerto dall’accattivante programma: l’ouverture dal König Stephan op. 117 di Ludwig van Beethoven, il Primo concerto per pianoforte in sol minore op. 25 di Felix Mendelssohn Bartholdy e, infinte, la Sinfonia n. 41 “Jupiter” in do maggiore K 551 di Wolfgang Amadeus Mozart.

ROMA, 11 settembre 2020 – A causa di un cielo serale un po’ troppo minaccioso, la direzione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sceglie di spostare il concerto, inizialmente previsto all’aperto, all’interno della Sala Santa Cecilia – tanto che Pappano, alla fine della serata, non mancherà di ringraziare il suo fedele pubblico e di notare come, in effetti, questa sia stata una prova generale per la stagione ventura. Il programma inizia con una magistrale esecuzione dell’ouverture dal König Stephan op. 117 di Beethoven, un pezzo brillante ed energico, che alterna momenti di slancio a trovate timbriche di un colore più lieve. È un pezzo, questa ouverture, che Pappano ama dirigere in apertura dei suoi concerti, giacché era già stato proposto in un bel concerto a gennaio scorso (leggi la recensione).

La serata prosegue con il Primo concerto per pianoforte di Mendelssohn. Alla tastiera siede Francesco Libetta, pianista di una certa eleganza e tatto, che certamente si trova bene con un concerto di gusto pienamente romantico come quello di Mendelssohn. L’intesa con Pappano è ottima. Lo si vede già dal Molto allegro con fuoco (I), un movimento che inizia in medias res e che vede un’orchestra tesa e agitata e il pianista che incardina passaggi movimentati. Qui Libetta dimostra di avere agilità sulla tastiera, un tocco sempre pacato, mai sforzato, e una certa attenzione ai colori, soprattutto nelle zone più serene, che nel I movimento sono pur sempre venate di una certa malinconia. Nello sviluppo, il pianista riesce perfettamente ad avvolgere la linea degli archi con virtuosismi roteanti, ma mai meramente esornativi, emblema, anzi, dello ‘sconvolgimento’ romantico. Senza soluzione di continuità si passa all’Adagio (II). Qui, Libetta si abbandona a disegnare un arco melodico assai lirico, donando il momento più ispirato dell’intera serata. Ancora, si passa al III movimento (Presto - Molto allegro e vivace) con un’agitata sezione orchestrale, che richiama l’incipit del I movimento e che prelude alle evoluzioni virtuosistiche (accordi velocemente ribattuti, volate sulla tastiera) che chiudono in maniera spumeggiante il concerto. Gli applausi non tardano a scrosciare. Libetta regala come bis la versione per la sola mano sinistra dello Studio op. 10, n. 12 di Fryderyk Chopin, trascritto da Leopold Godowski.

La seconda parte del concerto vede un’eccellente esecuzione della Sinfonia n. 41 “Jupiter” K. 551. L’orchestra è compatta, ben equilibrata, precisa. Pappano imprime un’agogica al solito attenta a far risaltare praticamente ogni particolare della partitura, in un tripudio di colori. Ma si nota – per esempio, confrontando la passata esecuzione del ciclo delle sinfonie beethoveniane – come il maestro stia attento a non appesantire il volume della massa orchestrale, a donare brillantezza a tutti i passaggi della partitura. La nobiltà austera e sostenuta del I movimento, l’Allegro vivace, convive proprio con tali momenti di limpida brillantezza, che sono la cifra stilistica più definita e riconoscibile di Mozart. Pappano sa anche cavare le venature drammatiche dal II movimento, l’Andante cantabile, con notevole gusto e tatto, sottolineando pure i momenti di abbandono, che incorniciano il tema principale, cantabile e rilassante. Energia, vitalità e brio emergono dal Menuetto (III). Austerità, pura energia e uno sviluppo articolato, al cardiopalma, sono gli ingredienti dell’ultimo movimento (Finale. Molto allegro). Una pioggia di applausi suggella la bella esecuzione.


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