L’ape musicale

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Ricomincio da Beethoven 

di Antonio Ponti

Nel nome del grande compositore l’auditorium ‘Toscanini’ riapre le porte al pubblico con un ciclo di nove concerti fino a Natale. Daniele Gatti, sul ponte di comando di un OSN Rai in grande spolvero, è stato il protagonista del primo appuntamento 

Torino 17 settembre 2020 - Tra le notevoli incertezze che ancora coinvolgono il settore musicale, il ciclo dei ‘Concerti d’autunno’ dell’Orchestra Sinfonica Nazionale inauguratosi giovedì 17 settembre accende di fiamma vivida e intensa la fiaccola della speranza per un ritorno alla normalità di una stagione come eravamo abituati a viverla fino a pochi mesi or sono. 

Di sicuro il primo ritrovo post pandemico con pubblico in platea nell’auditorium Arturo Toscanini si ricorderà per la sua importanza simbolica. Sul podio fa la sua ricomparsa Daniele Gatti, dopo l’esordio trionfale dello scorso gennaio con la Nona di Mahler seguito, in ben altro clima, dai tre ‘concerti per la ripresa di giugno’, alla guida di formazioni ridotte e trasmessi unicamente via radio. Il nome nel segno del quale riaprire il dialogo col pubblico in sala non poteva che essere quello di Ludwig van Beethoven (1770-1827), sia per il messaggio di fiducia nell’uomo insito nella sua musica, e maxime nel ciclo delle nove sinfonie, sia per l’anniversario dei due secoli e mezzo dalla nascita che, anche a Torino, è stato privato quest’anno di tante esecuzioni. 

Gatti si conferma uno dei migliori direttori italiani del nostro tempo. L’emozione fisica, tangibile nella resa del suono, dell’orchestra nel ritrovarsi insieme al completo è anche la sua. La ravviva anzi con un entusiasmo contagioso che traspare da stralci di canto nell’accompagnare la melodia, da un gesto a tratti generoso a tratti ridottissimo, in cui sembra che lasci suonare i musicisti da soli pur avendo in realtà il controllo di ogni nota. 

La Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore op. 60 (1806) ben si presta a simboleggiare lo slancio delle forze verso un’energia costruttiva, con la tensione accumulata dall’introduzione lenta sciolta dal fuoco d’artificio con cui si apre l’Allegro vivace dove, all’interno di un equilibrio formale perfetto, trova spazio una dirompente dichiarazione di entusiasmo e amore per la vita con tutte le sue luci ed ombre. L’Adagio si caratterizza nella visione di Gatti da una cura minutissima per il fraseggio e la dinamica di un movimento in cui, sotto il pulsare costante e implacabile della figurazione giambica, altre bacchette puntano tutto sulla scansione ritmica, sovente trascurando la raffinatezza di una scrittura che, nella varietà degli impasti timbrici, prefigura un Beethoven sempre proiettato verso il futuro (Quarta e Quinta sinfonia nascono quasi in contemporanea), lontano dal voler comporre un’opera di disimpegno quale a volte è stata descritta. 

I tempi serrati dello Scherzo e del Finale premiano attraverso la verve e l’affabilità di un’espressione ben tornita e amalgamata la voglia di ricominciare a frequentare il grande repertorio di un’orchestra cui i mesi di inattività forzata, con l’impossibilità per molti musicisti di suonare insieme, non sembrano aver intaccato il consueto smalto e nitore. 

Caratteristiche che si ritrovano nella Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92 (1812), affrontata da Daniele Gatti con piglio imperioso anche nel celebre Allegretto dove il carattere dolente e misterioso del tema principale non impedisce l’emergere tra le righe di scatti rapinosi memori del trascinante carattere dell’esordio. Il rilevante impegno richiesto da capo a fondo a tutti gli strumenti consente di assaporare i deliziosi interventi delle prime parti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale: dal flauto (l’esposizione del motivo del Vivace è il più memorabile assolo scritto da Beethoven per questo strumento, insieme a quello della Leonora n. 3) ai due corni (Trio dello Scherzo), dagli arabeschi dei legni nel secondo movimento al turbine vorticoso degli archi nell’Allegro con brio ognuno dei professori sul palco meriterebbe un riconoscente applauso personale. Che scoppia alla fine fragoroso e affettuoso dai duecento spettatori in sala, limite massimo concesso dall’attuale normativa regionale. Che avremmo voluto fossero molti di più, come lo erano nell’abbraccio ideale del pubblico radiofonico collegato per l’evento. Perché, tra gli indiscutibili meriti del genio di Bonn, vi è quello di aver trasformato la musica dal divertimento aristocratico di pochi eletti alla più alta manifestazione artistica dell’umanità intera. 


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