L'impronta del podio

di Daniele Valersi

Con la Sesta e la Settima di Beethoven, Michele Mariotti conferma il suo valore ben assecondato da un'orchestra Haydn in forma e sollecita nel realizzare le intenzioni del concertatore

BOLZANO 16 novembre 2020. Quando sul podio sale Michele Mariotti, l’orchestra acquista una marcia in più, l’impronta di questo direttore, giunto rapidamente ai vertici di una carriera internazionale quantomai brillante, è ormai inconfondibile: si impadronisce di tutte le sezioni e le guida con costante sollecitudine, senza trascurare alcun dettaglio e senza mai consentire cali di tensione. Il feeling tra Mariotti e l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, dimostrato in numerose occasioni durante le passate stagioni pre-Covid, si è rinnovato di recente in occasione del ciclo “Beethoven Spirit”, omaggio all’immortale compositore nel 250° anniversario della nascita. La prontezza degli strumentisti nel cogliere la sua visione sinfonica e nel realizzarla ha ridotto al minimo quell’effetto di sfasatura-rallentamento (percepibile soprattutto a ogni inizio di concerto) che il distanziamento tra gli orchestrali inevitabilmente comporta. Nella Sesta Sinfonia l’esposizione del primo episodio (Piacevoli sentimenti che si destano nell’uomo all’arrivo in campagna - Allegro ma non troppo) preludeva, per una serie di raffinatezze dinamiche di consistenza immateriale ma definite con precisione, a una lettura complessiva ad alta definizione. Mariotti riusciva a sorprendere proprio in quegli episodi a rischio di essere percepiti come scontati, date la necessaria caratterizzazione bucolica e una tradizione interpretativa imponente. Come si confà a questa partitura fuori dal canone, avveniristica nel suo guardare al passato, gli episodi venivano realizzati senza soluzione di continuità e anche lo stacco tra la Scena al ruscello (Andante molto mosso) e il primo episodio della seconda parte della “Pastorale” (Allegra riunione di campagnoli Allegro), risaltava più che altro per la differenza di umore. Questo segmento dai tratti volutamente comici, da leggersi come disarmonica opposizione dell’uomo agricoltore all’idilliaca dimensione dell’età dell’oro (il mondo pastorale), risaltava vivido e sonoro comme il faut. Nel fluire costante di una conduzione morbida ma sempre tesa e incalzante, prendevano forma, modellati con sapienza, tutti i caratteri del programma della “Sesta”, ai quali non venivano lesinati gli artifici timbrici necessari tanto alla parte più descrittiva (Tuono e tempesta) quanto alla connotazione bucolica delle due scene iniziali. Tutta l’espressività richiesta era presente nell’Allegretto conclusivo (Sentimenti di benevolenza e ringraziamento alla Divinità dopo la tempesta), reso anch’esso con quella marca personale che qui si evidenziava soprattutto nell’agogica, in un andamento variegato e lontano dalle soluzioni scontate.

Alla bacchetta di Mariotti era affidata anche la Settima sinfonia, partitura che all’epoca suscitò discussioni quante mai ne furono intavolate e ancora oggi fa sentire la sua forza innovatrice.

Una connotazione energica e brillante ha caratterizzato tutta la performance, non avrebbe potuto essere altrimenti per quella pagina che è stata definita da Wagner come “l'apoteosi stessa della danza, la danza nella sua essenza più sublime”, oltre che “danza delle sfere a misura d’uomo”. Quello che ne è scaturito era un suono orchestrale di eccelsa qualità, quale solo Mariotti riesce a evocare con partner adeguati; da molti considerato ormai l’erede della grande tradizione direttoriale italiana, sa esprimere un mix di aggraziata leggerezza, energia e saturazione timbrica mantenendo una lettura che non trascura nulla e donandosi in una partecipazione totale, in cui mette tutto sé stesso. La “Settima” di Mariotti ha regalato momenti irripetibili, tanto al pubblico quanto a lui stesso e agli orchestrali: dalla tensione quasi materiale dell’Allegretto sviluppantesi in fuga, che è inquietudine, sospensione e dramma (con intensa emozione allo scioglimento in tonalità maggiore), all’energia incontenibile del Presto, a pena arginata dal Trio, fino alla summa di tutti gli elementi dionisiaci precedentemente esposti che è l’Allegro con brio. Un concerto straordinario dove la soddisfazione e la forte emozione al termine di una performance grandiosa si leggevano sul volto del direttore, dove l’appagamento dei professori d’orchestra si concretizzava nell’acclamazione finale, che andava a congiungersi con quella del pubblico. Molti i giovani presenti, aspetto niente affatto usuale, che si è potuto osservare anche in altri appuntamenti del ciclo: forse è anche la proposta di programmi più brevi rispetto alla consuetudine a favorire la continuità tra le generazioni di appassionati, ipotesi che varrebbe la pena di verificare con ulteriori riscontri.