L’ape musicale

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Tra primavera e mezza estate

di Alberto Ponti

Dopo lo splendido Ernani parmigiano Michele Mariotti, alla guida dei complessi della Rai, si conferma anche sotto la Mole direttore di gusto infallibile e raffinata sensibilità in due lavori cruciali del romanticismo tedesco

TORINO, 1 ottobre 2020 - Al pari del solo Chopin, Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) colpisce, tra gli esponenti della grande generazione romantica, per la conquista di uno stile maturo e personale già dalle prime composizioni. Opere come l'ottetto e i primi due quartetti per archi rivelano il miracoloso equilibrio tra forma ed emozione raggiunto dal musicista adolescente, destinato a rinnovarsi inalterato fino alla precoce scomparsa. Non fa eccezione l'ouverture per A Midsummer Night's Dream di Shakespeare, scritta nel 1826: quando l'autore, sedici anni dopo, aggiungerà una serie di altri numeri per le musiche di scena della commedia non si avvertirà alcuna cesura stilistica.

Una suite di cinque tra questi pezzi apre la serata con cui il versatile Michele Mariotti, ormai una certezza in sala da concerto così come in teatro, si presenta al contingentato pubblico torinese in occasione del terzo appuntamento della stagione d'autunno dell'OSN Rai.

Il talento di Mariotti, squisitamente narrativo, dipana con fascino ed eleganza di gesto il filo del discorso e del racconto che sostiene ogni partitura, anche le più lontane da precisi intenti descrittivi. Lo Scherzo e il Notturno, al di là del sublime pretesto scespiriano, potrebbero d'altronde essere superbi tempi di sinfonia mentre il delicato Intermezzo e l'incisiva Danza dei contadini (con il caratteristico salto di nona, ripreso dall'ouverture, a simboleggiare il verso dell'asino) appaiono debitori, su scala strumentale più ampia, all'efficace bozzettismo pianistico dei Lieder ohne Worte. La direzione del pesarese valorizza timbri e colori della vivida tavolozza di Mendelssohn senza mai cedere alla tentazione dell'oleografia. Si svelano allora, all'ascolto di pagine credute assai note e sovente affrontate da altre bacchette in una routine esecutiva a basso mordente, continui motivi di interesse nel bilanciamento magistrale tra i reparti dell'orchestra e in un'agogica mossa e screziata, capace di realizzare al meglio le intenzioni di una scrittura che nei tempi veloci richiede un indubbio virtuosismo di tutte le prime parti. Caratteristiche confermate dalla trionfale Marcia nuziale, con gli ottoni in evidenza, concertata da Mariotti con accenti quasi drammatici negli squilli d'esordio, presto stemperati nella romantica rêverie del canto di violini e violoncelli su crome ribattute, quasi un marchio di fabbrica di Mendelssohn, pennellata dal podio con lirico abbandono.

Anche nella Sinfonia n. 1 in si bemolle maggiore op. 38 Frühlingssinfonie (1841), primo lavoro compiuto nel catalogo orchestrale di Robert Schumann (1810-1856), convivono con eguale intensità il tributo alla grande forma sulla scia di Beethoven e la poesia di un nostalgico struggimento evocato dalla natura. Mariotti incide con preciso rigore i primi momenti, a partire dalla muscolosa introduzione dell'Andante un poco maestoso, che pare preludere a ben altre atmosfere che quelle del successivo Allegro molto vivace, bonario e un po' ruvido nel suo continuo contraddirsi tra estroversione narrativa e ripiegamento intimo. La cifra interpretativa dell'esecuzione è l'entusiasmo, il senso di scoperta che il direttore, al di sopra dell'irrisolto conflitto di questa musica, coglie nell'opera composta in uno dei periodi più felici e meno tormentati dell'esistenza di Schumann, fresco di nozze con la sua Clara. E una fremente pulsazione, filtrata da Mariotti con delicata sensibilità di fraseggio, trascolora dalla melodia dell'ispiratissimo Larghetto (pagina più riuscita della sinfonia) alle figurazioni dei due trii dello Scherzo per cristallizzarsi nello slancio quasi frenetico del finale. E quando risuona l'ultimo accordo si ha l'impressione di aver assistito, nell'alternanza inesausta di luci ed ombre, al percorso infinito di un'anima alla ricerca di un'espressione autentica su cui nemmeno la radiosa e lusinghiera conclusione del movimento saprà mettere il sigillo definitivo. Ma autentico, umano e toccante è il ritratto di artista di Schumann che Mariotti tratteggia.

Successo convinto per orchestra e direttore, richiamato più volte in scena da una platea caldissima e vicina con sincero entusiasmo a tutti gli interpreti.


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