L’ape musicale

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Novecento in trionfo

di Alberto Spano

Il Trio di Parma attraversa, per la quinta edizione di Bologna Modern, musiche novecentesche di Arvo Pärt, Frank Martin, Gerhard Schedl e Maurice Ravel, davanti a un pubblico abbastanza rarefatto per il distanziamento, ma partecipe e concentratissimo.

Bologna, 14 ottobre 2020 – Non c’è più nessun dubbio ormai che il Trio di Parma sia il miglior trio con pianoforte oggi operante in Italia: attivo esattamente da trent’anni, fin dal primo giorno è formato dal pianista Alberto Miodini, dal violinista Ivan Rabaglia e dal violoncellista Enrico Bronzi.

Ennesima conferma di ciò, il fatto che proprio al Trio di Parma l’associazione Musica Insieme di Bologna abbia affidato la parte più sostanziosa della quinta edizione di “Bologna Modern”, il festival per le musiche contemporanee ideato nel 2015 dal compositore Nicola Sani, allora sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, occhieggiando al più celebre “Wien Modern” di abbadiana memoria.

Ritroviamo dunque il Trio di Parma in una forma smagliante per l’inaugurazione del festival nella generosa acustica dell’Oratorio di San Filippo Neri, impegnato in musiche novecentesche di Arvo Pärt, Frank Martin, Gerhard Schedl e Maurice Ravel, davanti a un pubblico abbastanza rarefatto per il distanziamento, ma partecipe e concentratissimo.

Il pubblico concentratissimo lo è, ricordiamolo però, poiché concentratissimi lo sono gli esecutori: Miodini, Rabaglia e Bronzi, pur nelle loro evidenti diversità personali, trovano un livello di equilibrio tecnico assoluto veramente encomiabile, che pochi confronti ha con analoghe formazioni internazionali, a cominciare dalla precisione esemplare dell’intonazione del violino di Ivan Rabaglia, che si sposa magnificamente col suono espressivo di Enrico Bronzi e al sapiente fraseggio cameristico di Alberto Miodini. L’assieme dei tre produce qualcosa di assolutamente fantastico e trascinante che dona lucentezza a qualsiasi partitura eseguita. Al “Mozart-Adagio” del 1992 del compositore estone Arvo Pärt, per esempio, in cui il commovente adagio mozartiano tratto dalla Sonata KV 280 viene continuamente “inquinato” dai cosiddetti tintinnabuli. C’è dunque l’autentica voce mozartiana nel pianismo raffinato di Miodini, e c’è l’immensa sensibilità degli archi di Rabaglia e Bronzi ad avvolgere la suprema grazia mozartiana di quasi magiche sonorità minimaliste.

Intensità espressiva, acceso virtuosismo e persino forza bruta troviamo nel Trio su melodie popolari irlandesi dello svizzero Frank Martin (1890-1974): compositore lasciato nel cassetto da teatri e istituzioni con l’accusa di una certa freddezza, ampiamente smentita dalla fiammeggiante esecuzione del Trio di Parma.

Altrettanta cura dei particolari, delle sonorità e degli incastri cameristici del Lamento da un corale dal Flauto Magico (“Chi percorre questa strada irta di fatiche”) per trio con pianoforte dell’austriaco Gerhard Schedl (1957-2000): una bella pagina di nove minuti di interessantissimo ascolto, di un compositore morto suicida a soli quarantatré anni, che molto ce lo fa rimpiangere.

Infine il capolavoro assoluto, il Trio in la minore di Maurice Ravel, risalente al 1914. Pagina tanto audace quanto famosa e popolare, autentico banco di prova per la maturità di una formazione siffatta. Abbiamo ancora nelle orecchie e nell’anima il ricordo di una forse insuperabile esecuzione al Teatro Comunale una trentina d’anni fa da parte del leggendario Trio di Trieste in una delle sue ultime apparizioni concertistiche, vertice assoluto di una civiltà musicale forse andata definitivamente perduta: l’esposizione della Passacaille (il terzo movimento lento) da parte del pianista Dario De Rosa e l’ingresso degli altri due strumenti rimane una delle pietre miliari nella storia dell’interpretazione musicale del secolo scorso. Siamo nel nuovo millennio e campioni dell’esecuzione di quest’opera oggi sono sicuramente i tre del Trio di Parma: tutto è perfettamente esposto, tutto millimetricamente curato, con una consapevolezza timbrica ed un impasto sonoro di rara perfezione, sì da soddisfare pienamente ogni aspettativa e ammirare il brano in tutta la sua monumentale bellezza. Ravel lo aveva concepito agli albori della prima guerra mondiale, fra rigore formale e reminiscenze delle proprie origini basche. Un trio dai colori avvolgenti e dai ritmi coinvolgenti, che Ravel scrisse «con l’aiuto di 35 gradi almeno, e malgrado i numerosi intrattenimenti: pelota basca, fuochi di St-Jean, toros de fuego e altre pirotecnie…».

Successo trionfale, coronato da due bellissimi fuoriprogramma tratti dai trii di Schumann e Beethoven.


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