L’ape musicale

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Il vetro di Murano

di Lorenzo Cannistrà

Al Teatro Fraschini di Pavia Beatrice Rana si esibisce in un intenso recital in diretta streaming, con i quattro Scherzi di Chopin, El Albaicin di Albéniz, e La Valse di Ravel

PAVIA, 8 novembre 2020 - La nuova esperienza di ascolto musicale in streaming, per fortuna, appare decisamente trasversale. Non ci sono generi musicali o forme di spettacolo che siano inibiti dalla nuova modalità di fruizione dell’esperienza sonora. E fortunatamente non restano al palo neanche i recital solistici, come dimostra questo intenso programma, spaziante da Chopin a Ravel (attraverso Albéniz) eseguito dalla giovane superstar Beatrice Rana al Teatro Fraschini di Pavia domenica 8 novembre.

Il programma ha come filo conduttore la Francia, in quanto si tratta di composizioni che lì sono state concepite, come sottolinea la stessa pianista nel breve discorso introduttivo al recital. Del resto il polacco Chopin, sempre nostalgico della Polonia, era comunque molto integrato nella vita parigina, dove si svolge praticamente tutta la sua parabola creativa. Ravel era francese, e El Albaicin, oltre ad essere stata scritta in Francia, presenta quasi tutte le indicazioni e dinamiche sullo spartito redatte in lingua francese.

Lo Scherzo op. 20 viene affrontato con la duplice consapevolezza che si tratta di un pezzo giovanile, anche se profondamente innovativo nel linguaggio e nell’armonia, e che esso rappresenta (probabilmente) un grido di dolore di Chopin verso la Polonia. Ne consegue una lettura vigorosa ma chiara, che non esaspera la modernità della scrittura. Psicologicamente siamo più vicini qui alla temperie dello studio op. 10 n. 12, più che alle sfingi musicali dell’ultimo tempo della Sonata op. 35. La sezione centrale ha un carattere più dolce, pieno di calore, evocante sensazioni casalinghe, familiari. I segni dinamici sono rispettati scrupolosamente, e non c’è nessun abbandono a improbabili dimensioni oniriche. La coda è affrontata con grande veemenza e attenzione agli accenti scritti da Chopin. Degni di nota gli inauditi accordi ribattuti, nei quali la nostra pianista tira fuori un suono lancinante, ottenuto con ampio movimento dei polsi, ultimo richiamo agli allucinati accordi iniziali.

Il celebre Scherzo op. 31 vede nella prima parte la contrapposizione tra le esplosioni di accordi, alla massima potenza, e il successivo movimento di danza, reso con sensualità e facendo uso di una agogica assai accentuata. La sezione centrale registra anch’essa un forte contrasto tra il pensoso sostenuto e il successivo movimento di danza che ritorna con ampie fioriture culminanti nell’agitato, in cui il tempo ternario subisce la necessaria deformazione ritmica. Le ultime battute dell’agitato sono degne di nota specialmente per la correttezza della lettura: la pedalizzazione è rispettata al millimetro, così come si percepiscono chiaramente le indicazioni dinamiche diminuendo, calando e smorzando, cui corrispondono nell’interpretazione di Beatrice tre diversi modi di ridurre la tensione ritmica. La coda non presenta delle idee estremamente originali: la bellezza dell’esecuzione deriva qui semplicemente dall’eccezionalità dei mezzi tecnici e dall’intensità emotiva, al calor bianco. Il più mosso viene mantenuto fino all’ultima battuta (non credo di aver mai sentito degli accordi finali così ravvicinati, il che la dice lunga sull’impavidità della nostra pianista….).

Bellissimo l’incipit dello Scherzo op. 39, in cui la pianista salentina risolve felicemente l’enigmatica e irregolare figurazione in quartine, e il suo riproporsi fino alla veemente apparizione del primo tema. Le ottave iniziali sono tanto temibili quanto sferzate in tutta sicurezza, con un tocco che non sembra risentire nè della velocità di esecuzione, nè della scomodità di scrittura. Meno centrato a mio avviso l’ampio corale successivo: la melodia è ben marcata ma le figurazioni discendenti sono forse un po’ troppo “carnali”, e sembrano mancare dell’indispensabile leggierissimo (scritto esplicitamente da Chopin). Il virtuosistico episodio centrale a mani parallele è reso invece in modo assai originale, con l’accentuazione della nota più alta, che disegna una melodia appesa lassù in cima, sotto un mormorante tappeto di arpeggi. Il corale trova comunque un momento poetico molto significativo nel più lento: coraggiosamente, la nostra Beatrice stacca un tempo che arriva quasi alla sospensione del tactus: giusto o meno, è indubbiamente assai suggestivo. La coda riparte proprio da quel (quasi) arresto temporale, crescendo molto lentamente ed intensificandosi solo verso le ultime battute prima del Tempo I.

Un capolavoro è stata poi l’interpretazione dello Scherzo op. 54. La pianista riesce qui a cogliere alla perfezione quel carattere capriccioso, umorale, rapsodico che rappresenta forse un unicum nella produzione chopiniana, per di più quasi senza distorsioni nella lettura. Le figurazioni di accordi in rapidissima sequenza non sembrano (come al solito) porre problemi tecnici all’esecutrice, così come le altre mirabolanti asperità di cui è disseminata l’intera partitura. Il brillante episodio che precede la sezione centrale è risolto con il giusto crescendo, ma mettendo in ombra l’accelerando, e soprattutto omettendo del tutto lo stretto: il risultato, nonostante la lettura personale, è assai bello. Nella ripresa vengono valorizzate le sagaci differenze di scrittura (segni dinamici e quant’altro) che la differenziano dalla prima parte.

La “seconda parte” del recital (in realtà non vi è un intervallo) si apre con El Albaicin, dal terzo Libro di Iberia, di Isaac Albéniz. Si tratta di uno dei pezzi più significativi della raccolta, che raccoglie il meglio della sperimentazione sonora di Albéniz, già rintracciabile in Fête-dieu à Seville e in Triana. E proprio come in Triana, anche qui troviamo l’evocazione dell’atmosfera di un quartiere gitano (di Granada questa volta), mentre già presenti sono in Fête-dieu la suggestione delle chitarre flamenche, ma anche i momenti di surreale sospensione, dove melodie arcaiche vengono eseguite all’unisono dalle due mani a distanza di due ottave. Beatrice Rana sceglie un approccio analitico, che indugia sulle sonorità e i dettagli più originali (vedi le cascatine di accordi in ppppp). Di grande bellezza e sensualità anche le melodie eseguite con accordi pieni alla mano destra.

Il recital termina con La Valse di Maurice Ravel, o meglio la trascrizione che lo stesso fa del proprio omonimo poema coreografico. Beatrice Rana ha anche inciso questo brano in un cd che si avvia ad avere il medesimo successo di altri suoi precedenti dischi. Il perchè è presto detto: Beatrice, specialmente in questo repertorio, riesce ad esprimere un concentrato di virtù tecniche, intensità emotiva e personalità musicale fuori dal comune. Il suo modo di suonare mi evoca qui, curiosamente, la pasta di vetro incandescente che di certo avrà visto chi ha visitato almeno una volta la celeberrima fabbrica di Murano: un blocco morbido, semi trasparente, già opera d’arte esso stesso, con un cuore rosso di calore immobile e quasi pulsante. Quel magma semi solido viene modellato dai maestri di Murano per fargli assumere le forme più fantasiose, bizzare ed armoniose al tempo stesso. Così Beatrice Rana modella la partitura, non dico a suo piacimento, ma facendo infiltrare nel ritmo di valzer una infernale vitalità, mai priva di charme, ma irresistibile fino al suo culmine e alla sua incalzante conclusione. E come quel cuore pulsante di vetro si solidifica, a lavorazione ultimata, in una straordinaria forma di vetro, così al termine dell’ascolto de La Valse restano raggelati nella nostra memoria quella stupenda scultura sonora e quel calore inaudito, ad accompagnarci nel nostro viaggio musicale come una delle esperienze più indimenticabili mai vissute.


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