L’ape musicale

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Oceano Mahler

di Alberto Ponti

Il 2020 dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai si apre con una emozionante interpretazione dell'ultima sinfonia del compositore austriaco sotto la direzione di Daniele Gatti.

TORINO, 10 gennaio 2020 - Un auditorium Toscanini affollato in entrambe le serate del 9 e 10 gennaio ha salutato l'arrivo del nuovo anno con uno degli appuntamenti più attesi della stagione, all'insegna di un binomio compositore/interprete che non necessita di presentazioni. Ad affrontare la Sinfonia n. 9 in re maggiore (1909-1910) di Gustav Mahler (1860-1911) è stata infatti la prestigiosa bacchetta di Daniele Gatti, per un debutto a dir poco memorabile sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale.

La Nona di Mahler è uno di quei pezzi che farebbe tremare i polsi a qualsiasi direttore, non tanto per la vastità dell'impianto, eccezionale ma normale per le opere della maturità dell'autore, quanto per la densità della concezione. In nessuna altra sinfonia mahleriana ogni movimento è così perfettamente compiuto in sé, quasi da essere a sua volta una sinfonia a sé stante, compiendo un percorso a 360 gradi attraverso infiniti stati espressivi. Aperta dai suoni del violoncello e del corno che paiono formarsi per gemmazione dal silenzio e spalancata alla fine ancora sul silenzio, naturale approdo del soffio in pianissimo degli archi con sordina, la partitura in ciascuno dei quattro tempi declina un linguaggio complesso e articolato fra estremi a prima vista inconciliabili, dall'abbandono lirico e contemplativo al moto disperato o furioso di un'energia indomita e latente annidata tra i meandri dell'immenso organico.

Bene fa Gatti a lasciare ampie pause fra le parti di questo affresco in prodigioso equilibrio tra un desiderio positivo di affermazione di retaggio ottocentesco e la percezione della crisi della grande forma apertasi nel nuovo secolo, e in cui sarebbe troppo facile leggervi solo i riferimenti autobiografici legati al presagio della fine imminente della vita dell'artista. Il maestro milanese, che dimostra la familiarità col repertorio dirigendo a memoria l'intera opera, si fa ammirare, al di là del gesto tecnico splendido, per la profonda poesia ed umanità che riesce a infondere in ogni passaggio musicale. L'orchestra nelle sue mani diventa una strumento ora docile ora terribile, con la tensione del discorso che non esclude mai la ricerca e la valorizzazione del particolare. Così è nel primo movimento (Andante comodo – Con furore-Allegro risoluto – Appassionato – Tempo I. Andante) che già nella varietà delle indicazioni apre le porte di un intero universo: forse gli inquieti rintocchi dell'arpa, le note smorzate degli ottoni evocano i presentimenti della morte di cui parlava Alban Berg nella celebre lettera alla moglie, ma, inoltrandosi nel cuore della pagina, si fa strada sotto la guida di Gatti una drammaticità vitale nutrita da un'eleganza e una scioltezza di fraseggio straordinarie, dalle pulsioni di un sentimento sconfinato di amore per la vita in tutte le sue espressioni.

Nelle due parti veloci centrali (In tempo di Ländler tranquillo e il fantasmagorico Rondò-Burlesca) il controllo dei volumi e delle dinamiche è completo, accoppiato all'eccellente resa timbrica della scrittura di Mahler: i fiati guizzanti, gli scoppi percussivi, la voce smagliante e penetrante della sezione degli ottoni sono i tasselli di un flusso oceanico travolgente e inarrestabile fino alla soglia dell'Adagio conclusivo. Il compositore ritorna alla soluzione praticata in precedenza nella Terza sinfonia, riallacciandosi anche in questo caso al mood dell'apertura in una chiusura ideale del cerchio. Se trionfale e affermativo, costruito sulla grandiosa iterazione del tema, era l'altro Langsam, pendant alla vigorosa introduzione dei corni all'unisono, qui Mahler lavora in senso contrario, sottraendo poco alla volta materia sonora con effetto spiazzante fino ai limiti dell'udibile. Protagonisti sono soprattutto gli archi, da cui il direttore trae un'intensità e una ricchezza di sfumature ineguagliabile, trovando il giusto accento per la miriade di indicazioni disseminate sulla pagina (molto dolce, tenuto, con intima sensazione, spegnendosi) e confermando il valore di interprete capace di lavorare sulle sponde opposte dell'infinito.

Dopo il raccoglimento trascendente delle ultime battute prorompe in sala l'entusiasmo nei confronti di tutta l'orchestra, con autentiche ovazioni per le prime parti e ripetute, calorosissime, elettrizzanti chiamate in scena per Daniele Gatti.

studio PiùLuce


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