L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Contemporanei con Beethoven

di Mario Tedeschi Turco

Lothar Zagrosek al Teatro Ristori di Verona dirige  la Bundesjugendorchester (formata da musicisti dai 14 ai 19 anni) in un interessante programma che intreccia la musica contemporanea più recente all'omaggio a Beethoven.

VERONA, 18 gennaio 2020 - Erano i primi anni ’90, quando l’etichetta Decca inaugurava la collana «Entartete Musik», una silloge a impianto organico di incisioni dedicate a compositori invisi al regime nazista, o perché di origine ebraica, o perché la loro musica presentava aspetti modernisti così radicali da esser bollata appunto come «degenerata», e quindi espunta dal repertorio. Fu grazie a quei dischi che in molti familiarizzammo con un direttore di sorprendenti qualità analitiche, di piglio nervoso e tagliente nel restituire il suono di Křenek, Schreker, Eisler, Braunfels, Schulhoff e diversi altri. Lothar Zagrosek, classe 1942, a capo della Bundesjugendorchester (formata da musicisti dai 14 ai 19 anni), ha fatto tappa nella sua tournée a Verona, per la rassegna concertistica del Teatro Ristori. Coerente con il suo impegno nella diffusione della musica contemporanea (o per meglio dire: nella lungimirante e quanto mai necessaria volontà di tenere insieme il classico con l’attuale), Zagrosek ha proposto un programma sotto il segno di Beethoven: l’Overture dal Fidelio e la Quinta sinfonia rispettivamente ad aprire e chiudere la serata, insieme a un brano di rarissimo ascolto dello svizzero Klaus Huber, Tenebrae (1966-67), Premio Beethoven della città di Bonn nel 1970, e a una nuova commissione del Deutscher Musikrat per il 250° anniversario beethoveniano, Rush di Sergej Maingardt, che è stato eseguito a Verona una settimana dopo la sua prima mondiale a Bonn, e dunque in prima italiana.

Il brano di Huber, dedicato a Paul Sacher, consta di tre movimenti, il primo e il terzo senza titolo mentre il secondo scandito secondo le indicazioni Golgotha – Transitio – Tempestuoso (errato il programma di sala, che dava i titoli ai tre movimenti). Il fondo espressivo del brano, secondo le parole stesse di Huber, può essere sintetizzato come un «sogno che appartiene a tutti», sostanziato di paura e orrore ma altresì di speranza, come un viaggio dello spirito umano in spazi siderali che sono sì le tenebrae di cui al titolo (Huber, nel commentare la sua ispirazione, evoca altresì metafore eloquenti come «eclissi solare» e «oscuramento della vita»), eppure giungono a una singolare catarsi non priva di inaspettati accenti trionfali (nonché mistici: il rintocco delle campane) nell’apocalittico finale. La tensione d’eloquenza esplicita di Tenebrae, il suo essere musica che si carica di un senso universale/trascendentale, richiama una decisa reviviscenza di una religiosità sincretica, di origine cristiana ma aperta ad influenze orientali, induiste e buddiste in particolare. Dal punto di vista stilistico, si tratta di musica post weberniana, tipico esempio di disgregazione di tutti i nessi tradizionali in favore di una messa in testo di eventi sonori spezzati, estremizzati nei parametri udibili della dinamica e del timbro, in questo caso tuttavia lontani dall’oggettività e dal distacco strutturale tipici, per esempio, di un Boulez, bensì immersi in una spiritualità pre-moderna che si serve della forma radicale per costruire un’esperienza assoluta di autentica ascesi. Una strada, questa, variamente percorsa da diversi altri autori del 900, come noto, che in queste Tenebrae di Zagrosek e dell’orchestra giovanile tedescaèrisuonata con un vigore tellurico giustamente destabilizzante, in un’autentica odissea sonora in cui soprattutto la differenziazione dei vari timbri strumentali è stata resa con rigore insieme ed energia notevoli, simili a quelli dell’incisione Timpani del 2004 diretta da Arturo Tamayo, ma di questa meglio individualizzata nel dettaglio, specie nella rete degli archi e nei passaggi di più violento urto ritmico con le percussioni. I ragazzi tedeschi, vista anche l’elevata difficoltà della musica, non hanno tolto gli occhi dal gesto direttoriale per un attimo, e lo scrupolo con il quale hanno seguito Zagrosek negli attacchi, nelle sollecitazioni dinamiche e nei dettagli espressivi ha dato conto di una cura professionale esemplare.

Non diversamente è accaduto, del resto, con la novità di Maingardt. La composizione è scritta per grande orchestra arricchita da chitarra elettrica e fisarmonica più live electronics, comandati dallo stesso Maingardt in sala. Rush appare contesto, complessivamente, di una dialettica costante tra il rumorismo dell’elettronica (crepitii, suoni digitali, versi di animali, borborigmi umani) e gli interventi orchestrali, ugualmente realizzati in modo informale, con ostinati, ribattuti, archi col legno, strappate, glissandi ascendenti e discendenti, forcelle in crescendo e in diminuendo su un’unica frequenza tenuta, contando altresì su interventi di percussioni assortite energici e improvvisi. Il finale vede gli orchestrali lasciare gli strumenti per soffiare insieme sulla carta stagnola, creando un effetto di progressivo svanire di notevole effetto. Il conflitto macchinistico tra le fonti sonore richiama il bruitismo delle avanguardie storiche, come anche certa sperimentazione di ambito rock, da Jimi Hendrix al Lou Reed di Metal Machine Music, fino agli esiti glitch più recenti. Il brano ha il suo indubbio impatto, nell’ambito di una scrittura di fissità iconica la quale invita più o meno esplicitamente alla riflessione sul paesaggio sonoro extra musicale. Come ha detto Steve Reich, «la mia generazione non ha fatto nessuna rivoluzione, ha restaurato la volontà di ascoltare»: Sergej Maingardt, nato nel 1981, viene quasi due generazioni dopo quella di Reich, ma l’approccio creativo e conoscitivo di questo suo Rush non ci è parso distante.

Per quello che riguarda il Beethoven offerto, l’Overture si è segnalata per troppi attacchi imprecisi e per diverse emissioni sporche degli ottoni, mentre nella Quinta sinfonia i giovani hanno dato il meglio, così che è stato possibile ammirare la concertazione di Zagrosek, di sobria precisione e rilevata cantabilità. I dettagli contrappuntistici, i ritmi scanditi con un’energia e una forza mai disgiunta dalla ricerca della bellezza pura del suono sono stati ottenuti dal direttore con articolazione e fraseggio di grande varietà, il legato e il portato degli archi risultando ideale, specie nei violoncelli, mentre soprattutto i legni (e segnatamente i flauti) hanno brillato per controllo dinamico, intonazione, densità di suono. Un Beethoven grandioso nell’architettura ma trasparente nelle linee, quello di Zagrosek: d’altronde, non si è allievi di Maderna e Karajan per niente.


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