L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Omaggio a Čajkovskij

 di Stefano Ceccarelli

A causa dei problemi internazionali che hanno portato al blocco della viabilità aerea, il previsto concerto di Tan Dun, Buddha Passion, è sostituito da uno quasi tutto čajkovskijano. Alexander Sladkovsky, infatti, porta al successo l’orchestra dell’Accademia dirigendo la Sinfonia n. 1 in sol minore op. 13 “Sogni d’inverno”, l’Entr’acte e il Valzer dall’Evgenij Onegin e il 1812 “Ouverture solennelle” in mi bemolle maggiore op. 49 di Pëtr Il’ič Čajkovskij; in aggiunta anche il Capriccio spagnolo in la maggiore op. 34 di Nikolaj Rimskij-Korsakov.

ROMA, 8 febbraio 2020 – La capacità di una grande istituzione musicale sta nel sapersi arrangiare ove si presenti un problema. Se, poi, ci si arrangia con stile sopraffino, allora si mostra ancor di più di che pasta si è fatti. È il caso del contrattempo avvenuto all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, a causa del generale stato di caos in cui versano in questo periodo i trasporti internazionali via aereo per la fobia del coronavirus; il previsto concerto di Tan Dun, Buddha Passion, dev’essere rimandato a data da destinarsi e, così, l’Accademia si vede costretta a trovare un ripiego. E che ripiego è venuto fuori, si può dire. Il programma del concerto è, difatti, ricchissimo e stupisce la velocità con cui è stato allestito e, conseguentemente, le poche prove che lo hanno preceduto.

Alexander Sladkovsky evita, si può dire, di dirigere un concerto tutto monograficamente čajkovskijano solo perché nel secondo tempo pone anche il Capriccio spagnolo di Rimskij-Korsakov. Il primo tempo, invece, è tutto dedicato alla Prima sinfonia, forse la più delicata fra quelle čajkovskijane. L’orchestra sembra non risentire affatto le scarse prove e suona, in tutte le sue compagini, chiara e tersa come suo solito. La direzione di Sladkosvky è analitica fin dalle primissime battute dell’Allegro tranquillo (I), dove i vapori orchestrali si sentono librarsi in sala sorretti dal tremulo degli archi; una direzione analitica, dicevo, che legge tutto con attenzione ai particolari, largheggiando anche troppo qua e là. Il risultato è certamente d’effetto, per esempio, nel II movimento (Adagio cantabile ma non tanto); qui il direttore, ampliando l’agogica in un’ondulazione calda e avvolgente, permette ai vari legni di intonare il tema principale, prima che tale tema passi alla compagine degli archi, per poi ristagnare in uno sviluppo di arabeschi cromatici. Questo tipo di agogica, dicevo, può essere adatta per questo movimento, ma assai meno per la parte dell’esposizione e dello sviluppo del I, dove ci vuole un frizzo maggiore di energia, pena una certa astenia. Ecco, alcuni passaggi della sinfonia mi sono parsi lievemente astenici, come se mancasse linfa vitale al ritmo e alla tessitura contrappuntistica che lo sorregge. Così pure, in una certa misura, l’Allegro scherzando giocoso, così tutto palpitante nei giochi dei legni pizzicati dagli archi. La prima sezione del Finale, che tesse un acquatico gioco di suoni cupi, riesce bene alla sensibilità di Sladkovsky, che nel sèguito, pur scolpendo con incredibile precisione i momenti più acuti della galoppante concitazione dello sviluppo, talvolta s’impantana un tantino. Il pubblico, tuttavia, sembra gradire assai, applaudendo copiosamente. E in effetti, stanti alcuni passaggi, è una lettura di un certo gusto.

La seconda parte del concerto si apre con l’Entr’acte e il celebre Valzer dell’Evgenij Onegin, sempre di Čajkovskij. Devo dire che qui si percepisce molto meno quel naturale indugio, connaturato al sentire di Sladkovsky; l’Entr’acte è ben equilibrato fra la sua dimensione lirica e quella più tormentata, espressa dall’aumentare di volume dell’orchestra e dai parossismi degli archi. Il valzer riesce brillante, piacevolissimo: gli interventi del coro sono ottimi, al solito. È ora il turno del Capriccio spagnolo di Rimskij-Korsakov, dove in qualche piega della partitura la consueta agogica di Sladkosky un po’ riemerge (mi riferisco alle Variazioni, in particolare) e appesantisce un po’ quelle parti. Le due Alborada, comunque, suonano squillanti e decise e nella Scena e canto gitano si può apprezzare non solo il mordente dell’accompagnamento, ma anche gli assoli del nuovo primo violino, Andrea Obiso, che dimostra una certa qual energia e pulizia sonora. Il trascinante Fandango asturiano chiude degnamente la composizione. Il concerto termina con un’emozionante direzione del 1812 “Ouverture solennelle” ancora di Čajkovskij. Slodkovsky sa ben calibrare la ieraticità degli interventi del coro, che rappresentano il regime zarista e la sacralità della chiesa ortodossa, e l’epica disfatta delle truppe francesi di Napoleone, rappresentate musicalmente dal motivo della Marsigliese. Nella sua direzione, cioè, risalta molto bene il rocambolesco tentativo del tema dell’inno francese di emergere su un’orchestra che lo subissa, per poi aprirsi agli squarci sacri del divino. Gli applausi suggellano la buona riuscita del concerto.


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