L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Storia in blu

di Giuliana Dal Piaz

L'ultimo progetto sinestetico di Alison MacKay per Tafelmusik affianca musica barocca occidentale e classica indiana, immagini, canto, recitazione e danza per raccontare la storia del colore blu, dalle piantagioni di indaco del subcontinente asiatico, alla diffusione nelle corti fino alle fasce popolari, con l'invenzione del jeans.

TORONTO, 27 febbraio 2020 - Considerando l’alta età media del pubblico di Tafelmusik, avrei scommesso su una sala semivuota per questa prima, mentre fuori dalla chiesa del Trinity-St. Paul’s Centre la tramontana faceva turbinare -a più di quaranta chilometri l’ora- molta della neve caduta durante la giornata. Invece, la Jeanne Lamon Hall era piena come sempre, e pieno come un uovo il locale in cui ha avuto luogo l’abituale conferenza pre-concerto.

Ultima creazione multimediale di Alison Mackay, per quarant’anni contrabbassista stabile dell’orchestra barocca ed attualmente dedita a tempo pieno ai suoi progetti, The Indigo Project combina musica, immagini, narrazione e stavolta perfino un breve numero di danza. Ripercorre la storia dell’introduzione, nell’Europa del XVII secolo, della indigofera tinctoria, la tintura indaco che dette il blu prima alle corti e all’esercito dei Borboni e poi al cotone usato per gli abiti della gente comune, quel tessuto jeans - parola che sembra derivi da una deformazione di genovese, visto che Genova fu il primo luogo di produzione all’epoca la ruvida tela da lavoro - che ha resistito con parziali modifiche attraverso i secoli.

Nella chiesa anglicana sede dei concerti di Tafelmusik, allo spazio abituale per l’orchestra è stata aggiunta una pedana centrale, su cui hanno preso posto i due Sankaran, il padre Trichy e la figlia, Suba, importanti collaboratori del progetto. Sono, soprattutto Trichy, rinomati percussionisti e cultori delle tradizioni musicali dell’India Carnatica.

Le prime immagini dell’affascinante viaggio illustrano il procedimento di produzione dell’indaco naturale, che si ottiene macerando in acqua, acqua di calce e ammoniaca le foglie di leguminose erbacee, anticamente spontanee e poi ampiamente coltivate in India - da cui il nome -, Cina, Giappone, Corea, e ora, dopo che la pratica si era diffusa nelle Antille in epoca coloniale, anche in paesi d’America Latina come il Guatemala e il Venezuela. L’indaco si diffuse enormemente in Europa dal XVI secolo in poi, anche se il primo a portarlo in Italia era stato Marco Polo.

Mentre sullo schermo si avvicendano le immagini della campagna indiana dove si raccoglie l’indaco, delle sedi delle Compagnie delle Indie costituite una dopo l’altra dai paesi europei per lo sfruttamento dei prodotti coloniali, dei personaggi di spicco dell’epoca, delle piantagioni di indaco nelle Antille francesi e inglesi, la voce di Suba e lo mridangam di Trichy ci trasportano in India, con un ritmo in cui si loda la dea dal volto di elefante, Ganesha, si ricorda la creazione dell’uomo, si celebra il divino Muruga, figlio di Siva. Gli archi, gli oboi, il clavicembalo e il fagotto di Tafelmusik ci riportano in Europa, con la musica di Lully e di Händel, con la malinconica ballata Ballow my babe, ispirata alle madri che, spinte dalla povertà, affidavano i figli di poche settimane, spesso illegittimi, all’orfanatrofio London Foundling Hospital.Era stato creato da Thomas Coram, capitano di vascello in pensione, e finanziato in gran parte con il prodotto degli investimenti nel commercio dell’indaco e nell’industria tessile; lo stesso Händel contribuì alla raccolta di fondi, presentando un concerto nella cappella dell’Ospizio ancora in costruzione. L’avvenimento è evocato dalla sinfonia “L’arrivo della regina di Saba”, che apre il terzo atto dell’oratorio händeliano Solomon: la prima parte del concerto si chiude infatti, con l’arrivo in sala di cinquanta giovanissimi cantori, membri dei Cori degli istituti superiori di Toronto Earl Haig Secondary School e Unionville High School, preparati all’evento dai rispettivi insegnanti di musica, dal maestro Ivars Taurins e da Suba Sankaran. Li accompagnano sei cantanti professionisti -tre tenori e tre bassi- che formano stabilmente parte del Coro da Camera di Tafelmusik.

La voce e la presenza che fanno da tessuto connettivo dei varî brani è quella di Cynthia Smithers, soprano che ha già un certo nome nel mondo dell’opera e del teatro musicale canadese. Appare in scena in un bell’abito lungo, che i faretti di scena illuminano a tratti di riflessi blu (tutta la chiesa è immersa in una luce azzurra diversa dall’illuminazione consueta), reggendo tra le mani protese una sciarpa di seta azzurra, come simbolo del colore che da secoli rappresenta ai nostri occhi la bellezza e l’armonia, ma anche la domesticità.

Molto applaudita l’esibizione degli artisti indiani: la voce di Suba Sankaran è affascinante nelle sue variazioni sonore, che evocano paesaggi e riti lontani; l’abilità e professionalità di Trichy Sankaran sono leggendarie e quasi ipnotizzanti risultano sia il movimento delle sue mani alle due estremità del tamburo a forma di barilotto, sia il leggero movimento della testa e del piede che accompagnano il suono, sottolineato in sordina dal leggerissimo strofinio dell’archetto sul violoncello di Keiran Cambpell - un basso continuo sui generis.

Il violino di Elisa Citterio guida abilmente l’esecuzione, dialoga con il violino di Susannah Foster nella Sinfonia da La Susanna di Stradella, canta nel Concerto Grosso di Corelli, mentre il movimento dei concertisti che si affacciano al proscenio e scompaiono poi nell’ombra scorre via senza sforzo apparente.

Smithers ha una buona voce e buona presenza in scena, come dimostra nei due simpatici brani di Lully, Les bons vins de Bourgogne e Les armes à la main -in cui si destreggia armoniosamente tra il violino di Christopher Verrette e il mandolino di Lucas Harris, che l’accompagnano. Meno dotata come attrice, la sua dizione manca a tratti della nitidezza necessaria alla perfetta comprensione del testo. Completamente inopportuna, invece, a mio parere, la sua apparizione in calzamaglia alla fine dello spettacolo, quando - avendo lavorato a lungo con il Balletto di Opera Atelier di cui ha conservato i difetti coreografici - si esibisce in un breve numero di danza che non è né d’epoca né classica né contemporanea, solo del tutto fuori tono con lo spirito elegante e formale della serata.

Foto di scena: Dahlia Katz

Giuliana Dal Piaz

THE INDIGO PROJECT Stagione 2019-20 della Tafelmusik Baroque Orchestra. Jeanne Lamon Hall, Trinity-St.Paul’s Centre (27 febbraio-1º marzo), George Weston Recital Hall, Meridian Arts Centre (3 marzo).

Musiche: Jean-Baptiste Lully, Purandara Dasa, Arunagirinathar, George Friderick Händel, Ponniah Pillai, Muthuswamy Dikshitar, Alessandro Stradella, Filippo Cioni, Arcangelo Corelli, Johann Friedrick Fasch T.A.S. Mani/Suba Sankaran. Idea e testi: Alison Mackay. Direzione: Elisa Citterio. Direzione dei cori: Ivars Taurins e Suba Sankaran. Orchestra: Tafelmusik Baroque Orchestra. Coro: cori delle scuole secondarie superiori Earl Haig e Unionville, sei componenti del Tafelmusik Chamber Choir.

Artisti invitati:

Suba Sankaran, voce e percussioni.

Trichy Sankaran: mridangam (tamburo classico della musica classica Carnatica –India meridionale– ricavato dall’albero chiamato jackwood, Cryptocarya glaucescens), kanjira, solkattu.


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