L’ape musicale

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Dvořák in Romagna, o Vienna e Chicago

di Francesco Lora

Monografia dvořákiana nel terzo concerto di Riccardo Muti al Ravenna Festival, con l’Orchestra giovanile “Luigi Cherubini” e un ospite d’eccezione in Támas Varga.

RAVENNA, 12 luglio 2020 – Ungherese e classe 1969, Támas Varga è da oltre vent’anni il primo violoncello dei Wiener Philharmoniker e coltiva nel contempo una carriera internazionale da solista. Le peculiarità di quella massima orchestra al mondo paiono essersi esaltate nel suo individuale profilo di virtuoso: pienezza di pasta, importanza di volume, fluvialità di legato, malizia di fraseggio, compostezza di gesto, possanza di eloquio. Riccardo Muti conosce a fondo lui come tutta la famiglia dei Wiener, e lo ha invitato per l’ultimo dei suoi tre concerti, il 12 luglio, nel cartellone del Ravenna Festival e nel quadrilatero della Rocca Brancaleone. Programma dedicato per intero ad Antonín Dvořák e a due dei suoi più popolari capolavori: il Concerto per violoncello n. 2 in Si minore e la Sinfonia n. 9 in Mi minore “Dal Nuovo Mondo”.

Protagonista nel Concerto, a Varga basta portare l’archetto sulle corde perché tutto il contesto ne sia contagiato in movenze, suono, cultura. Pare che Muti non si lasci sfuggire l’occasione di cavalcare il prezioso ingrediente, pare che il maestoso scorrere del Danubio si allunghi fino alla Romagna, pare che la giovane Orchestra Cherubini s’imbeva di nuova sontuosità viennese: ecco, quest’anno, la sua esibizione ravennate più assertiva, generosa, convinta, persuasiva.

C’è spazio, tra uno Dvořák e l’altro, per meglio indagare la natura del violoncello e le risorse del violoncellista: Varga ha in serbo, come bis, la Ballade in Gelb composta un paio d’anni fa dal figlio Konrád (oggi quattordicenne; sipario). Poi c’è la Sinfonia. A differenza dei suoi recenti Mozart e Beethoven, Muti non ostende la partitura a sempre dilatato e quasi impassibile passo di monumento, ma vi agisce fervido dall’interno: non indiavolato, caustico e precipitoso come un tempo, ma con braci e bagliori di sua ancora chiara foggia. Nell’ascoltare la materia orchestrale, questa volta pare d’essersi spostati da Vienna a Chicago. E a dispetto delle norme sanitarie – i professori devono freneticamente voltare le pagine ciascuno per sé, anziché aiutarsi a coppie – la Cherubini ha di che appuntarsi una medaglia: riesce a tenere dietro al Maestro.


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