L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Butterfly e la scena viva

di Luca Fialdini

Il nuovo allestimento di Madama Butterfly, salutato con entusiasmo dal pubblico, è la vera rivelazione del Festival Puccini 2020.

TORRE DEL LAGO, 21 agosto 2020 – La stagione 2020 del Festival Puccini (come ne era già stato reso conto nella recensione di Tosca) è densa di sorprese, a partire dai tre nuovi allestimenti prodotti in un periodo a dir poco drammatico per il teatro, ma la Madama Butterfly che chiude il cartellone lirico del Pucciniano è davvero un qualcosa di inatteso. Inutile negare: le aspettative erano simili a quelle soddisfatte dalla Tosca, vale a dire uno spettacolo di routine, pur buona che sia, e null’altro.

Invece questa Butterfly è lo spettacolo che non ti aspetti: equilibrato, gradevole, ricco nella sua essenzialità e senz’altro superiore allo standard cui il Pucciniano ci ha abituati negli ultimi anni. Il punto di partenza è lo stesso di altre produzioni di quest’anno, ovvero la necessità di creare un allestimento nuovo ma semplice, adeguato alle norme di sicurezza; ciò che distingue questa produzione da molte altre è l’intelligenza con cui tutto è stato ridotto: Manu Lalli, che firma regia, scenografia e costumi, ha impiegato solo il materiale scenico strettamente necessario e ha riempito i molti spazi bianchi con delle vere piante: cespugli ed enormi alberi – provenienti dal vivaio Mati di Pistoia – costituiscono la vera anima di questo allestimento e vanno a comporre una scenografia dal fascino delicato e gentile, resa quasi irreale dal bel disegno luci di Valerio Alfieri. Interessante anche il modo in cui le piante si adeguano all’evolversi delle situazioni drammaturgiche: nel primo atto alberi e arbusti non potrebbero essere più floridi, mentre nel secondo atto la prima fila di vegetali viene sostituita con una nuova fila di piante secche; nella seconda metà del secondo atto, infine, viene introdotto in scena un grande albero dai rami spogli, tragico presagio dell’imminente morte di Cio Cio-san.

I costumi non potrebbero essere più semplici e tradizionali di così, ma ancora una volta la Lalli interagisce con il mondo naturale ed ecco che le ampie vesti giapponesi vengono mosse, verrebbe da dire animate, dal vento che spira delicato sulla cavea del Teatro Puccini. Alla fine, la quadratura tra scene, costumi e direzione registica è ammirevole: il risultato è uno spettacolo di rara eleganza e gradevole sotto ogni punto di vista, una vera boccata d’aria fresca.

Fresca e ammaliante la direzione di Enrico Calesso, capace di mostrare con chiarezza la profondità drammaturgica di una scrittura orchestrale spesso tacciata di eccessivo sinfonismo. Calesso conosce la funzione di ciascun singolo inciso musicale, di ogni grappolo di note, e sa rivelare il peso di ognuno di questi. In stato di grazia l'Orchestra del Festival Puccini, quasi irriconoscibile se comparata alla Tosca ascoltata solo una settimana prima: suoni pulitissimi, sonorità trasparenti, una costante precisione e compattezza hanno reso questa esecuzione ben più che pregevole. A eccezione di qualche accidentale slentamento nel secondo atto e un risultato (incomprensibilmente) poco brillante con il Coro a bocca chiusa, la sinergia tra la direzione di Calesso e la téchne dell’Orchestra del Pucciniano porta a risultati che non si sentivano da un po’ di tempo sulle sponde del lago di Massaciuccoli.

In questa produzione anche il cast ha dimostrato grande validità e coesione, cominciando dai comprimari: buonissimo per piglio e precisione il Goro di Francesco Napoleoni, e altrettanto buono – altrettanto precise e di sicuro effetto – Luca Bruno nel duplice ruolo del Commissario imperiale e del ricco Yamadori. Forse meno imponente ma sonoro ed efficace Davide Mura che, nelle vesti dello zio Bonzo, fornisce una prova davvero convincente. Ordinari ma buoni Anna Russo e Alberto Petricca, interpreti rispettivamente di Kate e dell’Ufficiale del registro.

Ottima Annunziata Vestri nel ruolo della fedele Suzuki, una solida presenza vocale che si staglia nettamente anche negli assiemi; il suo più grande pregio, tuttavia, è la sincera partecipazione emotiva che dimostra nei momenti più patetici e drammatici del titolo.

Alessandro Luongo è uno Sharpless “di lusso”: eccellente nel fraseggio e di impeccabile precisione, risulta autentico nei momenti di maggior intensità emotiva, conferendo al proprio personaggio un rilievo e un carisma che chi scrive ha riscontrato raramente e non a queste latitudini. Interessante Raffaele Abete come interprete di Pinkerton, soprattutto per come è riuscito a interiorizzare il ruolo: se vocalmente dimostra ancora qualche acerbità, sotto il profilo attoriale ha dato vita con buona naturalezza a un giovane capitano di marina ingenuamente crudele e scapestrato.

Protagonista indiscussa Shoko Okada, una Cio Cio-san che più giapponese di così non si può. Oltre all’indubbio fascino orientale che la Okada esercita e a una recitazione assai più che convincente, ciò che distingue questa interprete è la cura minuziosa con cui ha affrontato il ruolo, peraltro in modo impeccabile: ogni frase, ogni accento ha il suo peso, dosato con scrupolo e intelligenza. Molto buona anche la dizione. Il timbro, come accade con i cantanti nipponici, è peculiare e connotato da una certa freddezza di fondo, ma in questa situazione questo non è tanto un dettaglio negativo quanto una caratteristica d’interesse che aiuta la sospensione dell’incredulità e rende più verosimile (ovviamente entro i limiti del palcoscenico) l’ambientazione giapponese.

Con questa Butterfly il Pucciniano ha alzato l’asticella e ha fissato un nuovo termine di paragone per le prossime produzioni delle quali, ci si augura, questa sia l’apripista.


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