Donizetti, acribia e squillo

di Francesco Lora

Roberto Devereux al Teatro La Fenice riporta il senso di quotidiana serenità nelle fondazioni liriche italiane. All’eccellente direzione di Riccardo Frizza corrisponde un quartetto di interpreti principali che sale nel merito da Roberta Mantegna, attraverso Lilly Jørstad e Alessandro Luongo, fino a Enea Scala.

VENEZIA, 19 settembre 2020 – Dopo un’estate con gli interpreti al centro della sala e il pubblico sistemato tra palchi e palcoscenico, le poltrone di velluto rosa sono finalmente tornate al loro posto nella platea del Teatro La Fenice. Una miglior promessa di normalità, però, consiste nel titolo in locandina: Roberto Devereux di Gaetano Donizetti, per tre recite dal 15 al 19 settembre. Ecco la prima grande opera del repertorio ottocentesco – dunque: piena orchestra e coro numeroso – rappresentata nella sala chiusa e storica di una fondazione lirica – dunque: ciò che dà senso di quotidiana serenità – dopo il conclamarsi dell’emergenza sanitaria in Italia. Il distanziamento sociale è tuttavia osservato, e non solo tra uno spettatore e l’altro: dell’allestimento coprodotto con il Teatro “Carlo Felice” di Genova e il Regio di Parma, già lì visto rispettivamente nel 2016 e nel 2018, non è rimasta che un’evocazione vaga, sopravanzata da un’idea diversa, blanda, cauta. Alfonso Antoniozzi, come regista, coordina ora una mise en espace che si pone giusto un passo più in là dell’esecuzione in forma di concerto e che esibisce crudamente, al confine tra teatro e realtà, il togli-e-metti di mascherine chirurgiche. Dei costumi di Gianluca Falaschi, fatti per essere ricordati, resta quasi solo il mantello della regina protagonista: qui giace però sempre al suolo, anziché essere srotolato come un arazzo per ostentare, nei disegni, la vanitas dei dominii regali. Pochi elementi di trovarobato fanno piazza pulita anche delle scene di Monica Manganelli, cui supplisce la versatile installazione a carena di nave predisposta da Massimo Checchetto per i diversi spettacoli della stagione estiva veneziana. Permane invece una menda: Roberto Devereux si articola in tre atti per sola comodità di scenotecnica antica; l’atto II è infatti, musicalmente, il Finale dell’atto I: porre tra essi l’unico intervallo è errore – non scelta – di esegesi testuale.

Sulla timida azione scenica si impone il discorso musicale. Eccellente è la concertazione di quell’appassionato donizettiano che è Riccardo Frizza. Egli si mostra direttore attento, come non altri prima, al raffinato valore sinfonico di questa partitura letta spesso sottogamba; la anima con un’agogica mutevole, sollecita e incalzante; la preserva nel suo genuino carattere di melodramma romantico, affiancando al sottile ricamo di legni e corni il disinibito strepito di tromboni e grancassa. È un peccato che tale acribia non sia cavalcata da Roberta Mantegna, al suo immaturo debutto nella vertiginosa parte tudoriana di Elisabetta. A questa che è forse la più memorabile nevrotica dell’opera italiana – insieme con l’Ermione rossiniana – il trentaduenne soprano presta una pertinace inerzia espressiva e un canto qui troppo guardingo, là troppo laborioso. Manca il requisito di base per una primadonna prestata alla civiltà di Rossini, Donizetti e Bellini: dar luogo a miracoli di recitazione e virtuosismo senza illudere mai di trovarsi in difficoltà. Con mezzi vocali di più ordinaria natura e malgrado la distanza dalla lingua madre, la norvegese Lilly Jørstad, come Sara, mostra la grinta mancata a chi le sta più alta in grado. La lode cresce al cospetto di Alessandro Luongo nei panni del Lord Duca di Nottingham: potrebbe approcciare il ruolo dell’antagonista con protervi modi da vilain, e invece non si scorda d’essere un fior di baritono con forbito cantabile. Dove non si sa più trovare nuove parole di lode, infine, è davanti a colui che tiene la parte eponima: Enea Scala non fa perdere una parola per vigore d’accento, sferra l’acuto infallibile nonostante un corposo baricentro, ha in sé il personaggio da schiaffi che però sa piacere a tutte, squilla con salute canora che impressiona e oggi non ha pari. Uscendo dal teatro si rimugina il sospetto che i tenori – gli altri – siano in verità dei begli imbroglioni.