L’ape musicale

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La forza del destino

di Susanne Krekel Daumann

Evgenij Onegin fa riflettere su destino e libero arbitrio al Gärtnerplatztheater di Monaco.

MONACO, 18 ottobre 2020 - Come sempre con quest'opera, si è afferrati dalla prima battuta dell'introduzione per l'ineluttabilità dei destini che si compiranno davanti a noi. Interpretata meravigliosamente dall'orchestra del teatro, ridotta con sapienza da Pjotr Aleksandrovitch Klimov, diretta con forza e finezza da Anthony Bramall, e con una magnifica compagnia, le vicende di Onegin e Tat'jana ci fanno meditare una volta di più sulla sorte delle donne nel XIX secolo e su una società dai costumi talmente stretti che l'individuo se ne trova soffocato, avido di libertà. Come non pensare al destino dello stesso Čajkovskij, omosessuale nascosto, che ha dovuto subire la stessa ineluttabilità della sorte nella propria vita? Ecco, dunque, all'inizio quattro donne: la vecchia balia Filip'jevna, la padrona Larina, cantata da Ann-Katrin Naidu, e le due figlie che evocano il destino delle donne, i matrimoni combinati, il concetto d'amore. Questa nuova produzione è collocata nel XIX secolo. Il regista Ben Baur, che firma anche magnifiche scenografie, opta per una raffinata semplicità: un solo ambiente basta per tutto il dramma - una serie di veli, dal soffitto al pavimento, solamente delimitano un semicerchio. Qualche mobile, delle sedie, un letto, tutto illuminato da  Michael Heidinger, una luce spesso calda, rarefatta, candele e torce, una fila di lampade in proscenio per i momenti di festa... Si aggiungono le coreografie di Lillian Stillwell, che trasmettono ugualmente l'energia della situazione, sia l'esuberante festa paesana o la danza ondeggiante di un ballo borghese. I costumi di Ute Meenen sono del pari belli ed evocativi. Le fanciulle portano abiti bianchi, la madre una tenuta matronale e bisogna senza esitazioni inchinarsi di fronte ad Anna Agathonos nei panni della nutrice: appare in camicia da notte e pantofole, i capelli bianchi sciolti e trascinando i piedi, sicché ci si sorprende di udire una voce di mezzosoprano così forte e ampia. Una lode speciale per lei!

Tat'jana è una romantica, aspetta il principe azzurro, Olga, interpretata da Emma Sventelius, vive l'attimo fuggente, vuole semplicemente divertirsi. Arrivano il suo fidanzato, Lenski, e l'amico di questi Onegin. Onegin, un uomo di mondo, è presentato come una sorta di gentiluomo di campagna: stivali, gilet, maniche arrotolate, dà l'impressione di essere forte, sicuro di sé, sicuro e scafato. Nella discussione, si rivela anche sensibile. Tanto basta perché Tat'jana se ne innamori. La sera stessa, rimasta sola, gli scrive per confessargli il suo amore. Mária Celeng, che questa sera è Tat'jana, interpreta questa scena iconica con tutta la passione della giovane donna al primo amore. Con una voce ampia e dorata, è commuovente nello sgomento come lo sarà nella dignità più tardi. L'indomani, Onegin arriva e, a chiare lettere, rifiuta quest'amore. Canta Matija Meić, con voce possente, e anch'egli rende al personaggio tutta la sua profondità nella misura in cui gli eventi si sviluppano. 

Se per Puskin il poeta Lenski incarna la voce della Russia rurale e tradizionale, e Onegin la società cosmopolita e moderna, noi vediamo con Čajkovskij due individui presi nell'ingranaggio delle convenzioni sociali. Perché ora comincia il ballo - assi graziosamente allestito con mazzolini e ghirlande di fiori - e Tat'jana metterà il broncio ad Onegin che, dunque, andrà a danzare con Olga, offendendo l'amico Lenski per finire in una sfida a duello. Lenski appare in completo marrone e occhiali, più intellettuale di Onegin in maniche di camicia. Con voce chiara e natuale, è il giovane tenore Alexandros Tsilogannis che lo incarna stasera, e anche lui è commuovente nella sua grande scena, il suo addio al mondo appena prima del duello. In effetti, è in queste arie che si rivela l'efficacia della riduzione dell'organico, giacché i dialoghi dei cantanti con gli strumenti a fiato sono toccanti come non mai, tanto più che l'orchestra ha ugualmente una lieve tendenza a coprire il canto. Ciò vale anche per il duetto Lenski-Onegin, che traduce, ancora una volta, tutta l'inesorabilità del destino una volta che si mette in marcia. Ricordano la loro amicizia, e una possibile riconcilazione, ma njet, njet, dice Lenksi. Gli uomini si affrontano, Lenski abbassa la sua arma mentre Onegin spara, e non sapremo mai se abbiamo assistito a un suicidio o a un incidente fatale.

Molto delicata la transizione al terzo atto: vediamo Onegin, immobile nell'angolo in cui si è seduto, inebetito, dopo la morte di Lenski. Reserà lì fino al ballo nel palazzo di Gremin, e ciò ci dice tutto sul suo stato d'animo. Levente Páll interpreta il principe e sembra un po' incongruo sentire un uomo così giovane intonare l'aria sull'amore che può arrivare a ogni età. Canta così bene che, tuttavia, finiamo per crederci. Segue un secondo incontro dopo la lettera, lo specchio del precedente o quasi. Perché questa volta è Tat'jana che rifiuta Onegin, eppure confessa di amarlo ancora. Tuttavia, non vuole lasciare suo marito per partire con Onegin e lo lascia lì. Umiliato, annientato, crolla. Se soltanto, ah sì, se soltanto... 

Destino, o decisioni sbagliate? Libero arbitrio o predestinazione? O possiamo concludere che sarebbe meglio ascoltare il nostro istinto invece della ragione?

Una bellissima serata, una bellissima produzione a cui auguriamo lunga vita e molte riprese. Grazie e bravi. 

© Christian POGO Zach


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