L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Vivere, non sopravvivere

di Antonino Trotta

Al Teatro Coccia di Novara, in maniera virtuale, debutta Cassandra di Marco Podda: lo spettacolo, da rivedere assolutamente in scena, colpisce nel suo risultato complessivo e vanta una protagonista d’eccezione quale Lidia Fridman.

Streaming da Novara, 11 dicembre 2020 – Se mettere in piedi un’opera, di questi tempi, è per il Teatro ospite un’impresa di grande valore etico e culturale – e per la vicinanza agli artisti e al pubblico che l’iniziativa esprime, e per la dimostrazione di resistenza che il mondo dell’arte offre non con pochi sforzi –, dare alla luce una nuova commissione è sinonimo di assoluto virtuosismo ed encomiabile caparbietà. Stringere i denti solo per raccogliere le energie cercando di onorare sempre la propria vocazione artistica, assicurare continuità a un percorso iniziato sul campo, difendere la natura di una programmazione, mai anonima carrellata di nomi e titoli, piuttosto riflesso vivo di idee talvolta anche coraggiose; vivere e non sopravvivere, insomma, ed è questo che il Coccia di Novara fa, pur nelle difficoltà imposte dalla pandemia, pur avvalendosi di strumenti che snaturano il teatro ma che a oggi si presentano quali unici, provvidenziali canali per la fruizione del teatro stesso. Così dopo l’alzata d’ingegno chedurante l’ondata iniziale di Covid-19 ha prodotto Alienati, la prima opera della storia realizzata – con cast eccellente – secondo il paradigma del telelavoro, l’agguerrito teatro di tradizione piemontese – che, vale la pena ricordarlo, sempre quest’anno s’è impegnato nella rinascita del concorso Guido Cantelli – non si lascia intimidire dalla seconda serrata e propone in streaming la prima assoluta di Cassandra, in te dormiva un sogno, opera in un atto e cinque scene dell’eclettico Marco Podda – su libretto di Daniele Salvo e Giulia Diomede –, di nuovo protagonista dei debutti operistici novaresi dopo il successo raccolto con l’ultimo lavoro, Donna di veleni.

Ambiziosa nella sua premessa di «proporre una nuova concezione di format di opera lirica in cui sono compresenti alla musica elementi multisensoriali (acustici extra musicali, visivi ed olfattivi)» – diamine!, un’altra dimensione a cui lo streaming ci costringe a rinunciare – e senza dubbio coinvolgente nel suo risultato complessivo, Cassandra, in te dormiva un sogno segue le tappe del triste epilogo di Cassandra, figlia di Ecuba e di Priamo, dalla caduta di Troia al trapasso a Micene dopo la premonizione della morte di Agamennone. Un viaggio, questo della tragica eroina, che procede più per quadri emotivi, soliloqui e flussi di coscienza anziché azioni vere e proprie – soprattutto nei suoi momenti cardine – e che il compositore investiga attingendo a codici linguistici assai variegati, accostati più che fusi dal dettato musicale di Podda, atmosferico e drammaticamente efficace: il declamato perentorio di Thanatos e il coro di divinità poco raccomandabili richiamano alla mente le grandi tragedie greche, la recitazione più ragionata e garbata asseconda le esigenze del teatro di parola, il canto naturale squadrato e primordiale strizza l’occhio a un certo patrimonio folkloristico, quello impostato risponde ai dettami della scrittura operistica.

La regia di Daniele Salvo, coautore del libretto, è ben concepita per il mezzo televisivo – del resto dall’opera sarà tratto un film –: nella platea spoglia del Coccia, arredata solo con una bella nave, metafora del viaggio, che reca la firma del sempre elegante Danilo Coppola – giovane e talentuoso scenografo militante nella scuderia del Coccia –, Salvo disegna immagini di profonda disperazione, ora esasperate dalle videoproiezioni sul sipario tagliafuoco a cura di Indyca e dalle eloquenti luci di Ivan Pastrovicchio, ora violentemente accentate dalla ritualità ancestrale – sottolineata anche dai bei costumi di Daniele Gelsi – che impegna gli attori in gran parte delle scene. Particolarmente struggente sono gli istanti in cui Ecuba è chiamata a seppellire suo nipote, il tenero Astianatte, consegnatole sullo scudo di bronzo di Ettore, anch’egli ucciso, e sottratto alla madre Andromaca, rapita e condotta alla reggia di Neottolemo, meglio noto come Pirro, prima che quest’ultimo faccia la fine che merita come raccontato in Ermione, straordinario e ineguagliabile capolavoro di Rossini – queste pazze squinternate sono creature teatrali irresistibili! –. Certo, qui siamo lontani dal turbinio emotivo in cui queste eroine solitamente volteggiano frenetiche, ed è forse un po’ il limite di quest’opera che ci presenta alla fine storie di donne arrese, che sopravvivono e non vivono, quasi dimentiche o incapaci di lasciarsi ispirare dal passato glorioso di cui sono figlie.

Lidia Fridman, nel ruolo del titolo, s’impone per magnetismo e intensità della sua carica attoriale: Cassandra disincantata e lucida, ben interpreta lo spirito dell’opera sfoderando un fraseggio vibrante e nitido, sia negli involi lirici che negli affondi recitati; Giulia Diomede, toccante Ecuba, convince tantissimo come attrice, meno come cantante; davvero carismatica, e sempre a fuoco nel canto naturale, Melania Giglio nel ruolo di Thanatos. La base musicale, registrata e poi riprodotta, è dell’Ensemble strumentale della Cappella Tergestina diretto da Petar Matošević. Completano il cast gli attori Chiara Valli (Clitemnestra), Matteo Giambiasi (Agamennone), Francesco Pizzeghello (Taltibio). Spettacolo da rivedere, assolutamente, dal vivo.


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