L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Basta poco 

di Irina Sorokina

Anche con pochi mezzi e con le limitazioni necessarie, se gli artisti sono di valore e le idee giuste l'opera può vivere con grandi soddisfazioni come in questo Rigoletto andato in scena per lo streaming dal Teatro Mario Del Monaco di Treviso.

Streaming da Treviso, 20 dicembre 2020 - C’è una certa somiglianza tra i due Rigoletto, uno recente e un altro recentissimo, visti il primo all’aperto alla fine di giugno a Parma e allestito dal Teatro Regio, il secondo seguito in streaming, prodotto dal Teatro Verdi di Padova e il Teatro Mario Del Monaco di Treviso in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto.

Entrambi i Rigoletto sono prodotti nei tempi maledetti del coronavirus, nell’atmosfera definita “non se ne può più” (tre mesi fa ancora sopportabile, ma oggi insopportabile proprio) e hanno caratteristiche simili: cast di tutto il rispetto e le scenografie minime. Ma c’è anche una grande differenza: il Rigoletto parmigiano si poteva vedere e ascoltare ancora dal vivo all’aperto, osservando le regole di distanziamento sociale, quello veneto ormai siamo stati costretti seguirlo in streaming. Un evidente peggioramento della situazione.

La produzione veneta presenta un cast di lusso e non ci sembra di esagerare, definendolo così. Non solo un baritono straordinario venuto dalla Mongolia, Amartuvshin Enkhbat, ma tutto il cast si difende nel modo davvero eccellente ed è in grado di produrre delle vere emozioni, se non scosse elettriche, nel pubblico, pure comodamente (o no?) seduto sulla poltrona di casa.

Un altro Rigoletto “da coronavirus”, se così si può dire, cioè sobrio, se non minimalista; eppure questa formula che nei tempi “normali” sarebbe apparsa come decisamente povera e con scarse capacità di emozionare, funziona.

L’orchestra, come si sa, ormai, è seduta in platea, il coro disposto nei palchi, i solisti sul palcoscenico; il pubblico, ovviamente, non c’è, il che provoca una terribile assenza degli applausi finali. Come nel caso delle produzioni con tali disposizioni degli artisti, si crea un’atmosfera “dark” e inquietante. Le scene virtuali sono sulla scia di quest’atmosfera preesistente: sulle note del preludio si osserva la testa di una giovane donna, simile a una scultura, bianca dalle linee essenziali, l’espressione del volto grazioso trasmette una lieve sofferenza, ma qualcuno dirà che la donna stia dormendo o è addirittura morta. Apparirà nell’ultimo atto creando un ponte virtuale tra l’inizio e la fine della storia. Sobrie, essenziali e molto ben funzionanti, queste scene di Francesco Cautero alludono ad un palazzo signorile, una casa borghese, una catapecchia fuori città. Le luci sfumate dello stesso Cautero e la delicata regia di Giuseppe Emiliani danno un valido contributo rispettivamente alla creazione delle atmosfere suggestive dello spettacolo e al disegno accurato dei rapporti tra i protagonisti.

Il cast con la presenza dei artisti ben noti e collaudati come Ivan Magrì e Roberto Scandiuzzi e giovani come Enkeleda Kamani e Vasilisa Berzhanskaya, è capitanato nel ruolo del titolo da Amartuvshin Enkhbat, che ormai non necessita presentazioni. Un fenomeno, come lo abbiamo definito prima: non si ricordano gli altri cantanti provenienti dall’area geografica remota situata tra la Siberia e la Cina in grado di conquistare chiara fama nel paese del belcanto. Col suo fisico rotondo e l’espressione bonaria somiglia vagamente a un personaggio della favola russa Kolobok, un panetto morbido che scappa dalla casa dei vecchietti dov’era nato (o, meglio dire, cotto in forno) e va in giro da solo sostenendo che sfuggirà da ogni animale che incontra e che, ovviamente, lo vuole mangiare. La fuga finisce male, però: viene mangiato da una volpe. Mi sia perdonato questo paragone, ma il fisico del baritono mongolo inevitabilmente influenza il personaggio; il suo Rigoletto barcolla tra l’anima tutt’altro che nera e lo spasmodico desiderio prima di adeguarsi alle abitudini della corte del padrone e poi vendicarsi: ripeterà due volte l’orribile gesto di tagliare la gola alle persone che infastidiscono il Duca, una volta al conte di Ceprano, un’altra al conte di Monterone. E soffrirà, soffrirà all'inverosimile quando la maledizione di quest’ultimo lo colpirà.

Troviamo buona la resa attoriale di Amartuvshin Enkhbat, mentre la sua resa vocale la troviamo grandiosa. La natura gli ha fatto un autentico regalo, voce ampia, morbida, rotonda e soprattutto in grado di affascinare il pubblico grazie alle qualità timbriche. Il suo canto si ascolta con piacere e non provoca mai la sensazione di monotonia o stanchezza; in “Quel vecchio maledivami!” si fa ammirare grazie alla buona pronuncia e la linea vocale morbida e ricca di sfumature; in “Cortigiani vil razza dannata” la voce acquista le particolari nobiltà e virilità, l’interprete trova un tono equilibrato e mai ricorre all’urlo; in “Miei signori” il suo canto commuove, ma la voce rimane cristallina e mai rauca. In tutti i momenti cruciali del ruolo di Rigoletto il baritono mongolo evita ogni eccesso e nella stretta “Sì vendetta” miete un vero e meritato trionfo.

Rimane fedele a sé stesso Ivan Magrì, che abbiamo ascoltato in numerose occasioni. Un grande professionista, pure privo di un particolare carisma che avrebbe giovato al personaggio del Duca di Mantova, appare credibile e, tra virgolette, simpatico nel ruolo del dissoluto giovane, amato dal destino che lo aiuta a sfuggire dalla “tremenda vendetta” del buffone di corte. Questo Duca è terribilmente simpatico perché è naturale, spontaneo, sanguigno nella misura giusta, per nulla desideroso di far male a qualcuna; fa credere che ogni volta si innamori della bellezza di turno. Sulla stessa linea è il suo canto, pressappoco impeccabile, soprattutto quando si parla dell’accento e del fraseggio, di filati accurati, chiaroscuri finissimi e pianissimi ben scolpiti. L’unica cosa che possiamo rimproverare a questo cantante intelligente, appassionato e estremamente musicale, è l’acuto affaticato; a volte di più, a volte meno, e quel finale di “La donna è mobile” lo è stato, purtroppo, “di più”.

Al fianco di solidissimi professionisti come Enkhbat e Magrì abbiamo ascoltato il giovanissimo soprano Enkeleda Kamani, perfetta nel ruolo di Gilda (anche a Parma abbiamo avuto una Gilda perfetta, Giulia Bolcato), in possesso di tutte le qualità per impersonare uno degli “angeli” verdiani. Ma oltre di un physique du role che non fa una piega – figura slanciata, capelli lunghi, belle movenze – vanta una particolarità che non ha prezzo: naturalezza. Canta in modo naturale, recita in modo naturale e entra in una sintonia naturale col padre – Armatuvshin Enkhbat. Quei due appaiono all’occhio dello spettatore come se fossero davvero padre e figlia e questa intesa che non si crea, certamente, spesso, favorisce l’armonia vocale. Per la Kamani salire è facile, emettere un sopracuto è facile, cantare legato è facile, affrontare le colorature è facile; la sua voce dolce, fresca, morbida e leggera, ma ben timbrata si trova perfettamente al suo agio con la scrittura verdiana. Per tutta la durata della recita, solo una piccolissima sbavatura alla fine del “Caro nome”, ma proprio minuscola.

Nella persona della giovane cantante russa Vasilisa Berzhanskaya vediamo una Maddalena di lusso: simile alla Kamani, vanta una figura e un viso molto adatti al personaggio. La sua voce calda dalle sfumature maliziose non si perde certo nel celeberrimo quartetto.

Di alto livello si rivelano due bassi: Roberto Scandiuzzi – Sparafucile e Gabriele Sagona – Monterone. Li possiamo definire “da manuale”, per entrambi i cantanti la vocalità verdiana non ha segreti e sono gli attori esperti e credibili, entrambi mai sopra le righe.

Completano i cast Gabriele Nani – Marullo, Antonio Feltracco – Matteo Borsa e Carlo di Cristoforo – Conte di Ceprano; sintonizzati perfettamente tra di loro dal punto di vista vocale, si distinguono per una vera ed estrema complicità in scena e non passano certamente inosservati. Agli uomini fanno una buona “concorrenza” Alice Marini nei panni di Giovanna e Monica Biasi in quei della Contessa di Ceprano che giocano la carta dell’avvenenza e la seduzione: la prima induce alla seduzione e la seconda seduce. Credibile e espressiva Silvia Celadin nel ruolo di Paggio.

Sul podio Francesco Ivan Ciampa alla guida dell’Orchestra di Padova e del Veneto e il Coro Lirico Veneto garantisce una resa musicale pensata nei minimi dettagli e con le dinamiche giuste, nell’equilibrio perfetto tra l’orchestra e i cantanti; anzi, si ha l’impressione che si mete con delicatezza e umiltà al servizio del canto.

Ci vuole poco, se così si può dire, per fare l’opera. Il rispetto per l’originale, qualche idea registica, una buona cornice e, certamente, dei bravi cantanti e un bravo direttore. La produzione veneta può vantare di tutto questo, pur rimanendo “spoglia” e “silenziosa”, se così si può dire. Spoglia riguardo la cornice, ma ricca delle belle voci e di voglia di fare una grande musica. Ma c’è pure un valore aggiunto: la naturalezza.


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