L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Parsifal laico

di Giuseppe Guggino

È un Parsifal che non rinuncia alla commistione di riferimenti spirituali alle grandi religioni monoteiste né al simbolismo del libretto wagneriano, quello che Graham Vick concepisce a inaugurazione della stagione d’opera del Teatro Massimo di Palermo, alla ricerca – non senza sbavature teatrali – di un messaggio laico capace di parlare alla contemporaneità. Nel cast, inficiato da rinunce e defezioni, non fatica a giganteggiare il Gurnemanz di John Relyea sul successo generale che è corale, anche grazie al maiuscolo debutto di Omer Meir Wellber come direttore musicale.

Palermo, 26 gennaio 2020 - Due rinunce degli inizialmente previsti Amfortas e Kundry (Evgeny Nikitin e Eva Maria Westbroek), la defezione durante le prove di un Parsifal indisposto (Daniel Kirch), l’accidentale accendersi delle capricciose luci in sala durante la serata inaugurale, a turbare la concentrazione generale: non si può certo dire che la fortuna sia arrisa alla coraggiosa scelta di aprire la stagione palermitana con l’ultimo capolavoro di Richard Wagner, composto per buona parte durante un soggiorno in Sicilia del compositore negli ultimi anni di vita. Eppure l’infaticabile neo direttore musicale Omer Meir Wellber, alla sua prima inaugurazione di stagione, non si lascia scomporre e capitalizza i risultati di un gran lavoro in buca in un successo corale che financo giovarsi dell’assenza di solisti di primissimo ordine. Eccezion fatta per la magnetica personalità di John Relyea, Gurnemanz dalla vocalità imponente eppur capace di sfumature delle più preziose, infatti, né la corretta adesione (un poco evanescente nel grave) di Catherine Hunold quale Kundry né il fin troppo lacerato canto dell’Amfortas – scenicamente convincentissimo – di Tómas Tómasson sono destinati ad imprimersi per molto nella memoria. Eppure, complici l’incoscienza di un giovane Julian Hubbard al debutto come Parsifal e in costante maturazione fino alla fine, nonché la plausibilità scenica del Klingsor di Thomas Gazheli, pur nonostante lo sbiadito Titurel di Alexei Tanovitski, la serata ne guadagna quasi in coralità ed omogenità d’esiti. Wellber si rivela qui artista di grande intelligenza optando per una lettura pragmatica eppure mai superficiale, capace di imprimere una narrazione serrata in piena sintonia con lo spettacolo e portando la serata a miglior partito possibile fra le condizioni al contorno; va da sé che la sezione degli archi dell’Orchestra di casa avrà molti margini di crescita con un direttore di tal fatta, così come il Coro e quello delle voci bianche – istruiti da Ciro Visco e Salvatore Punturo – nel maturare altra consapevolezza nel repertorio non italiano. Però l’approccio, pur sorvolando sovente di soffermarsi troppo sul dettaglio, non rinuncia alla poesia delle sonorità diafane o all’incisività di certe articolazioni del suono, e fa teatro in sinergia con lo spettacolo. Che non si annovererà fra quelli del migliore Graham Vick, quest’ultimo, ma ch’è capace di raccontare il dramma sacro con efficacia e chiarezza, puntando a scorgere un messaggio laico, politico, nella drammaturgia wagneriana, capace di parlare alla contemporaneità. Ecco che pur con una rivisitazione dei simboli (il Graal diviene una tazza da militare), e senza rinunciare alla spiritualità cristiana (Amfortas identificato con Cristo) né alla contaminazione con altre religioni monoteiste (magari con qualche riferimento islamico nel costume che Mauro Tinti concepisce per Kundry), il pluripremiato regista inglese ambienta l’azione sacra fra militari in mimetica in una società multirazziale. Fra contaminazioni teologiche e l’imperante paganesimo nel lascivo e perverso universo di Klingsor, non senza retorica o qualche invenzione poco riuscita (le azioni mimiche di Ron Howell come ombre cinesi, talvolta poco verosimili nella realizzazione della crudezza umana) il messaggio ricercato non fatica a passare con quell’autenticità artistica che rende ingiustificate le sparute contestazioni piovute alla fine della serata.

Se l’idea di ricorrere al palcoscenico a nudo, seguendo il filone del Ring palermitano, può risultare questa volta un poco troppo povera, il grande piano inclinato ligneo di Timothy O’Brien riserva qualche sorpresa sopraelvandosi parzialmente nel secondo atto, a delineare una sorta di bordello dalle cui tendine sbucano le brave Elisabetta Zizzo / Sofia Koberidze / Alena Sautier / Talia Or / Maria Radoeva / Stephanie Marshall. Prezioso come sempre il disegno luci di Giuseppe Di Iorio, capace di sorprendere più dell’imprevisto delle luci di platea.

Sarà interessante vedere come il Comunale di Bologna, coproduttore dello spettacolo, lo ripresenterà in futuro; ciò che importa rilevare a fine di questa inaugurazione è che il Massimo di Palermo pare aver voltato pagina.


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