L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Fresca come una rosa

di Irina Sorokina

Incredibile, ma vero, solo nel 2013 un teatro russo ha prodotto un proprio allestimento scenico dell'Italiana in Algeri di Rossini. Ripreso oggi, lo spettacolo mantiene la sua freschezza, con un cast ben affiatato e preparato

Mosca, 22 gennaio 2020 - Duecentosette anni e non li dimostra. L’italiana in Algeri, uno dei celeberrimi titoli rossiniani, gode un’ottima salute e non ha nemmeno una ruga. I teatri l’adorano, la mettono spesso in cartellone e i contralti e mezzosoprani più rinomati del mondo non vedono l’ora di calarsi nei panni della spiritosa e spavalda Isabella.

Tutto ciò accade nella beata Europa dove il Pesarese e le sue eroine godono di meritata popolarità. Negli immensi spazi dell’attuale Federazione Russa (una parte dell’ancora più immensa Unione Sovietica), l’intraprendente italiana, in un certo senso, non è ancora uscita dalle fasce. E’ difficile crederci, ma fino al 2013, l’anno del bicentenario, questo capolavoro rossiniano non era mai stato rappresentato. A dir il vero, nel lontano 1822, una compagnia italiana d'opera la eseguì a Mosca, dopodiché la storia si interruppe per circa duecento anni. Il celebre mezzosoprano Zara Dolukhanova si esibì nella parte d’Isabella in un’esecuzione dell’opera in forma di concerto nel 1955. Nei nostri tempi il teatro pietroburghese Zazerkal’e (Dietro lo specchio) ha messo in scena L’italiana in Algeri in forma ridotta e nel 2010 il compianto maestro Alberto Zedda l’ha diretta in forma di concerto alla Sala Grande del Conservatorio di Mosca.

Per il resto, i numerosi amanti della musica del Cigno pesarese si accontentavano dell’ascolto di LP/CD, o, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura delle frontiere, andavano in qualche teatro europeo o al Rossini Opera Festival. Questa pratica è stata interrotta nel 2013, quando uno dei rinomati teatri dell’opera moscoviti, intitolato ai grandi registi e innovatori del teatro del Novecento Konstantin Stanislavsky e Vladimir Nemirovich-Danchenko, ha incluso L’italiana in Algeri nel suo repertorio. Ha rischiato e ha vinto: nella fredda capitale russa è venuta fuori una delle migliori Italiane mai viste, solare e divertente, cantata e recitata niente male.

La messa in scena è stata realizzata da un regista proveniente dal teatro di prosa, Evgheny Pisarev che mai ha avuto a che fare col teatro d’opera prima. Gli spettatori e critici hanno avuto pieno diritto di sospettare che il Regie Theater facesse il capolino nella bella sala bianca e blu dello storico teatro moscovita. Il sospetto facilmente si trasformava in una fobia: chi sapeva in quale brutto mostro sarebbe stata trasformata la bella Isabella e quanta volgarità sarebbe stata attribuita a Mustafa? E dove sarebbe stata ambientata la povera Italiana?

Nulla di ciò è accaduto. Pisarev ha dimostrato grande rispetto della Signora Opera, e non solo. E’ riuscito a capire la natura della comicità rossiniana con la sua impareggiabile grazia e ha messo il suo indiscusso talento al suo servizio strutturando ogni scena con quanto più umorismo possibile e lavorando sui personaggi. L’italiana in Algeri non è mica una sempliciotta e potrebbe presentare dei pericoli legati al politically correct: il conflitto culturale d’Isabella con Mustafa se spostato in un’altra epoca potrebbe essere interpretato nel modo maligno visto che nell’opera i musulmani rendono gli europei prigionieri!. Pisarev ha scelto un’altra strada, quella del divertimento, e trasformato la discussione fra un’italiana e un algerino in un’emozionante partita a scacchi giocata a regola d’arte e che non ha impedito agki interpreti di cantare bene e fare grande musica. E qui tiriamo un sospiro di sollievo.

Fedeli alleati del regista si sono rivelati lo scenografo Zinovy Margolin, la costumista Viktoria Sevryukova e il light designer Damir Ismagilov. Solo alla prima occhiata è sembrato che l’allestimento avrebbe puntato sul contrasto del bianco e nero, visto il sipario a imitazione della scacchiera. Nulla di più errato! In alcuni quadrati mancanti si affacciavano coristi e figuranti vestiti di abiti coloratissimi, e una volta salito il sipario siamo stati trasportati in un’Algeri tanto colorata quanto innocua. Il cielo pulitissimo, dove nessuna nuvola trovava posto, cambiava gioiosi colori e sotto quel cielo vivevano gli algerini vestiti rigorosamente di pantaloni orientali e le algerine che ai pantaloni univabo camicie e copricapi tra il lusso e la fantasia. Il coro maschile sfoggiava generosamente torsi nudi tali da attirare l’attenzione femminile, mentre gli europei imprigionati da Mustafa vantavano tutti abiti di lusso. Nessun riferimento alle cartoline vendute nei chioschi per turisti dei paesi arabi: Pisarev ha pensato L’italiana in Algeri come una partita a scacchi tra Isabella e Mustafa, e Margolin ha messo in scena gigantesche pedine a volte “incoronate” da croci e mezzelune simili ai minareti che si spostavano da soli. Alla vittoria della furba Isabella una pedina si rovesciava facendo vedere la base tricolore: che sfondo fantastico per cantare “Pensa alla patria”! Abbiamo goduto di dialoghi strutturati in modo spiritoso, scherzetti a non finire e, soprattutto, una lieve patina d’erotismo che ha obbligato i cantanti a mostrare un certo coraggio nello spogliarello: Mustafa usciva dalla vasca come la mamma lo aveva fatto, ad esclusione di uno slip con una brachetta tappezzata dalle pietre luccicanti e Isabella, nell’intenzione di sedurre il bey scopriva non poche parti del corpo.

Alla premiere del 2013 L’italiana moscovita aveva vantato un cast in cui primeggiava Maxim Mironov, uno dei più acclamati tenori rossiniani dei nostri tempi. Quando lo spettacolo non ha potuto più cantare sulla sua presenza, il titolo era sparito per un po’ dal cartellone finché a Mironov non era subentrato il tenore pietroburghese Anton Rositsky. E’ fuori discussione che trovare un tenore rossiniano non sia facile sulle pianure immense della Russia, tuttavia l’esempio di Rositsky dimostra che non è un’impresa impossibile. E’ ancora lontano, il giovane tenore, dall’essere l’interprete ideale della musica del Pesarese; a suo favore giocano la perfetta comprensione dello stile, gradevolezza del timbro, accento pressappoco perfetto; a suo sfavore, però, il registro acuto incerto e problematico, dove molte note risultano insopportabilmente “sparate” e graffiano fastidiosamente l’orecchio dell’ascoltatore. Auguriamo a Anton Rositsky di poter crescere e superare ogni difficoltà, potrebbe diventare davvero indispensabile nel panorama operistico.

Nei panni di Isabella, Natalya Zimina ci è sembrata un po’ fuori luogo. Una fantastica teatrante in possesso di fisico scolpito, capacità attoriali indiscusse, fascino da seduttrice, spirito indomabile e tanta voglia di giocare, ha disegnato un’Isabella perfetta, suscitando molti sorrisi e approvazione in sala. Molto meno convincente, a nostro dispiacere, la voce, importante, ampia, dal bel colore bruno, che stranamente, è rimasta nei limiti del palcoscenico e non è mai volata abbastanza per coprire lo spazio della sala. Si è sentito un po’ l‘accento russo, come anche la non piena padronanza dello stile. Marfa in Khovančšina e Lyubaša nella Sposa dello zar sarebbero forse più adatte alla sua vocalità.

Nell’opera chiamata L’italiana in Algeri , il vero vincitore è risultato un algerino, o, più precisamente, il bey Mustafà interpretato da un superlativo Roman Ulybin. Dotato di voce di basso piuttosto leggera e versatile e simpatia unica è stato un Mustafà di lusso che ha coinvolto il pubblico nel suo gioco. Il grande successo meritato non è stato per niente oscurato da una certa insufficienza della preparazione tecnica e stilistica.

Il baritono Stanislav Li è stato un Taddeo convincente e simpatico anche se dall’inizio poco incisivo, che ha saputo immergersi con naturalezza nello stile e comicità rossiniani.

Brave, simpatiche e umoristiche sono state Darya Terekhova – Elvira e Irina Chistyakova – Zulma, e un successo personale ha ottenuto Maksim Osokin nel ruolo di Haly, che ha cantato con garbo e gusto l’aria di sorbetto sfoggiando voce nitida e accento sofisticato.

Un dubbio che sicuramente alcuni hanno avuto in serbo, l’efficienza del cast locale di cantare i grandi concertati rossiniani, come il celeberrimo ”Nella testa ho un campanello” che conclude il primo atto, è stato pienamente risolto. Tutti i cantanti hanno dimostrato tecnica e padronanza dello stile sufficienti: è un segnale che col tempo il repertorio rossiniano nei teatri d’opera russi possa allargarsi.

Sul podio il direttore principale del Teatro Stanislavsky e Nemirovich-Danchenko Felix Korobov è entrato a pieno diritto nel gioco proposto dal regista. E’ arrivato un po’ tardi alla recita quando il primo violino giustamente preoccupato ha già preso la cornetta del telefono attaccato al leggio, telefonato a chi non si sa e dato l’attacco alla strepitosa ouverture. Per nulla turbato, Korobov ha preso nelle mani le redini e diretto il celebre pezzo con grinta ed ispirazione mentre l’orchestra “sprofondava” nel golfo mistico. Da questo momento si è potuto vedere soltanto la chioma ricca e spettinata di Korobov che ha affrontato la partitura in modo brillante e raffinato, attento alle esigenze dei cantanti.

Superbo è stato anche il coro preparato dallo storico maestro Stanislav Lushin.

Successo pieno, ma, del resto, come potrebbe essere diversamente? La capitale russa dal 2013 ha una sua Italiana in Algeri, cantata bene e in conformità allo stile rossiniano. Il Pesarese che da tempo regna in Russia, in questo caso ha come sudditi gli artisti locali. Evviva il Cigno e evviva i cantanti russi!


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