L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Filtro di luce e tenebra

di Roberta Pedrotti

Anche quest'anno il Teatro Coccia di Novara propone in stagione un'opera in prima assoluta. Donna di Veleni di Marco Podda su libretto di Emilio Jona, con Paoletta Marrocu eccellente protagonista, debutta così festeggiata da un franco successo di pubblico.

NOVARA, 14 febbraio 2020 - Assistere alla creazione di un'opera nuova ci ricorda quanto sia futile l'etichetta di contemporaneo attribuita (anche con un'elasticità cronologica un po' sconcertante, al punto da dir contemporanee partiture di oltre mezzo secolo fa...) alla musica e al teatro musicale quasi a delimitare un terreno un po' sospetto consacrato a devoti specialisti. Eppure, l'arte è tutta contemporanea, in quanto esiste nel momento in cui viene fruita ed entra in contatto con un osservatore, e lo è tanto più quando – come la musica e il teatro – prende forma dal segno scritto solo nell'effimera performance dell'interprete. Eppure, la creazione di nuovi testi non può prescindere dalla continuità con il passato, non può prescindere da quell'intreccio di stimoli reciproci e contingenze che fa sì che l'opera lirica, il teatro musicale sia quello che è, unico e molteplice. Oggi come cento, duecento, tre o quattrocento anni fa, un compositore deve parlare con un librettista, devono concordare una drammaturgia, rapportarsi con quelle che saranno le condizioni dell'esecuzione: i mezzi del teatro, gli spazi, il pubblico, gli organici, le voci, le personalità.

Assistere alla creazione di un'opera nuova, comunque vada, ci ricorda la vitalità straordinaria del genere operistico in tutte le forme che ha assunto in questi quattro secoli abbondanti di vita.

Si potrà sbirciare dietro le quinte, osservare l'evoluzione del progetto, e si avrà la misura di quel percorso condiviso di energie diverse che dà origine all'opera, ma alla fine è la prova del palcoscenico, di fronte al pubblico che conta, quando tutti i fili si uniscono nel tessuto, tutti gli elementi si combinano. Le attese si compiono con il fiato sospeso.

I vividi minuti di applausi che coronano il debutto di Donna di veleni al Coccia di Novara, allora, dicono tutto. Dicono che l'opera ha funzionato, che ha colpito nel segno, che non bisogna aver paura del nuovo, perché per loro stessa natura la musica e il teatro sono creazione e ri-creazione continua.

Nuovo e insieme antico è, in realtà, il soggetto del libretto di Emilio Jona.

La vicenda è essenziale, semplicissima: un matrimonio subito, un'unione sancita dal sopruso e dai ricatti sociali, un uomo che vorrebbe essere amato da colei che ha preso con la forza, una donna che anela a ritrovare la sua libertà, una figura potente e misteriosa, maga, sapiente e madre che distilla un filtro, la morte dell'uomo che non salva la giovane, il cui cammino prosegue al fianco della donna saggia e misteriosa.

Unioni infelici, amori ostacolati e non corrisposti, filtri d'amore e di morte. Ingredienti melodrammatici, certo, ma anche universali, li potremmo immaginare nella più remota antichità, ma anche in un racconto di Camilleri. D'altra parte, l'ispirazione diretta del soggetto viene da precisi fatti di cronaca, donne accusate, specie nel XVIII, di aver fornito pozioni fatali ad altre donne sfortunate vittime di mariti violenti e indesiderati, in una società patriarcale in cui il divorzio non esiste (e anche quando esisterà, faticherà a essere socialmente ammesso, mentre la logica del matrimonio riparatore e del delitto d'onore fatica a dissolversi). Donna di veleni, però, non punta a raccontare il fatto; racconta, si può dire, l'ordine ambiguo dell'esistenza, un segreto custodito dalla Donna signora di antiche saggezze, di vita e morte: “ogni veleno porta il suo contrario / ora è il male ora è il bene / [….] Una cosa ho detto / e due ne avete udite. / Così sarà sancita / la vostra scelta fra la morte e la vita.”

I due poli principali dell'azione, il maschile e il femminile, fra luce e tenebra, condividono i ruoli di vittima e carnefice: l'abusata Maria diventa omicida e sente il peso di un gesto che non le dona la libertà; il predatore Ruggero esprime l'amore solo come possesso, soffre dell'impossibilità di un sentimento genuino e accetta il destino di morte in una sorta di variazione sul tema del filtro di Tristano e Isotta. La comunità, ben divisa fra uomini, donne e bambini, osserva i fatti come un coro tragico, ricorre alla sapienza della Donna di veleni, la venera, ma la teme, la fa oggetto di pregiudizi e accuse.

Sono molti i possibili livelli di lettura di un testo che si rifà al mito e alla cronaca senza una precisa collocazione temporale e, difatti, lo spettacolo di Alberto Jona – figlio del librettista – con Controluce Teatro d'Ombre punta a un'efficacissima astrazione di luci, semplici elementi, silouette evocative come quelle che accompagnano la creazione del filtro. Il gioco di sagome e colori, simboli ambigui, netti e mutevoli, si sposa assai bene, quasi in corrispondenza sinestetica soprattutto con i toni cremisi dell'antro della Donna, con la musica di Marco Podda.

Al suo debutto nel teatro musicale, il medico musicista compositore coniuga benissimo la teatralità dell'espressione con il non detto, l'ellittico, il sospeso che pure fa parte di questa drammaturgia. Il riferimento principale sembra il Novecento storico italiano, sia per il trattamento del canto declamato e di conversazione con i suoi squarci lirici, sia per l'articolazione ritmica e melodica. Il coro, soprattutto, si esprime in moti ternari danzanti, ma anche in scansioni più ardite e complesse, più aggressive e scattanti, mentre la scrittura orchestrale sa giostrare colore e compattezza, ma anche evidenziare assoli come quello del violino unito al canto della Donna di veleni.

Non mancano passaggi che, fra riferimenti remoti o più recenti, sfuggono a definizioni tonali classiche, sicché l'opera, per consequenzialità coerenza e varietà, dimostra un'ottima tenuta alla prova dei suoi novanta minuti circa di durata, anche grazie alla bacchetta precisa e sicura di Vittorio Parisi, che unisce sacrosanto pragmatismo a consapevolezza e mordente. Se, infatti, da un lato il Dèdalo Ensemble è una realtà di assodato valore per la musica di oggi, il coro San Gregorio Magno preparato da Mauro Rolfi dimostra una dedizione e un impegno encomiabili, ma risulta comprensibilmente un po' prudente di fronte alle pagine più scoperte, come il confronto fra la Donna di veleni e i bigotti Uomini in nero. Sarebbe bello se fondazioni, teatri di tradizione e circuiti regionali non solo prendessero esempio da chi, come Novara, si impegna nella promozione di nuovi titoli, ma raccogliessero anche i semi gettati offrendo nuove piazze alle novità senza lasciarle svanire dopo il debutto. Anzi, la presenza di autori viventi dovrebbe solleticare la possibilità di riadattare e riscoprire di volta in volta – come facevano anche Rossini e Verdi – le partiture a nuovi organici, mezzi, spazi e compagnie.

Certo, in caso di ripresa di Donna di veleni sembra impossibile prescindere dalla presenza di Paoletta Marrocu, protagonista eponima di straordinario carisma, magnetica presenza, profondità e incisività di fraseggio, autorità vocale in una parte aspra ed estesa, per la quale, mutatis mutandis, il paragone con Lady Macbeth non parrà forse peregrino.

I mali di stagione che hanno accidentato le prove lasciano forse un po' affaticata la coppia Ruggero/ Maria, cui spettano scritture non meno esigenti: Danilo Formaggia deve alternare un'assertività da tenore lirico spinto ad abbandoni dolenti e sensuali; Jùlia Farrés-Llongueras deve esprimere tratti quasi liliali, angelicati, ma dai risvolti anche feroci e allucinati. L'ambivalenza di ogni personaggio, in una scrittura mobile e cangiante, rappresenta forse la maggior difficoltà per gli interpreti principali, fatta eccezione per l'Amante, la cui pura dedizione al sentimento deluso si esprime in un ampio, accorato lirismo tenorile che Matteo Mezzaro rende a meraviglia, specie nella scena con l'ottimo coro di voci bianche del Coccia, preparato da Paolo Beretta e Alberto Veggiotti.

Opera nuova, poi, vuol dire, oltre che continuità storica, anche nuovi orizzonti, e i nuovi orizzonti si riconoscono anche sul piano vocale con l'ottimo apporto dei solisti dell'Accademia dei Mestieri dell'Opera (AMO) del Teatro Coccia. Basta ascoltare gli interventi come corifei, paesani, giovani e ragazzi di Raffaella Di Caprio, Giulia Diomede, Pasquale Greco, Yonghyun Kim, Dario Pometti, Ilaria Alida Quilico, Francesco Scalas, Nina Zaziyants (in rigoroso ordine alfabetico) per aver conferma che le voci giovani ci sono eccome, e talvolta c'è anche chi le sa preparare e valorizzare come si deve.

Alla fine, circondata dal coro, Maria si allontana dal cadavere dell'uomo che ha abusato di lei, ma anche da colui che l'ha amata teneramente, per intraprendere un nuovo cammino al fianco della Donna di veleni. Sul crinale sottile fra opposti, ombre e luci come filtri vitali o fatali, prosegue sicuro anche il cammino del teatro musicale. Un cammino che, questo pubblico e questi artisti ce lo ricordano, sarà ancora molto, molto lungo.


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