L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Nagasaki, epoca presente

di Roberta Pedrotti

Debutta a Bologna l'allestimento di Damiano Michieletto di Madama Butterfly, che rende con accuratissima precisione il senso della tragedia pucciniana in perfetta sintonia con la concertazione di Pinchas Steinberg. Risulta vocalmente troppo fragile la Cio Cio San di Karah Son, soccorsa solo in parte dalla qualità complessiva della visione teatrale.

Leggi la recensione della compagnia alternativa -> Bologna, Madama Butterfly, 21/02/2020

BOLOGNA, 20 febbraio 2020 - Difficile immaginare un'opera più crudele di Madama Butterfly. Una ragazzina comprata da un uomo che la considera un giocattolo, che la desidera, ne è incantato, ma non prende mai in considerazione che la "figura da paravento" che tanto lo infiamma possa avere sentimenti propri. Una ragazzina comprata per il sollazzo di un uomo che l'abbandona come se nulla fosse, dopo averne non solo prese il corpo, ma soggiogata e sedotta anche la mente, riducendola in uno stato di alienazione, di ossessione che, al crollo delle sue certezze e alla prospettiva di perdere anche il bimbo (perché per quell'uomo e la sua legittima moglie è del tutto naturale prendersi il frutto di quella relazione senza curarsi di ciò che possa pensarne la madre) finisce per togliersi la vita.

Puccini di amore, innamoramento, dolore, illusione, sacrificio, suicidio ne sapeva qualcosa, sondando le forme dell'eros e della sofferenza sentimentale femminile da Anna, Fidelia e Tigrana a Liù e Turandot. Mai come in Madama Butterfly, però, concentra lo sguardo sull'eroina vittima, mettendo in luce tutta la ferocia spietata della sua via crucis. Lui, che anche di seduzione ne sapeva qualcosa, racconta tanto bene il fascino che Pinkerton sa esercitare sulla povera Cio Cio San da offrirgli melodie tanto false da sembrare sincere: capiamo perché la quindicenne giapponese ci creda, un po' meno dovremmo crederci noi, a meno che non si sia propensi al sadomasochismo ai limiti della patologia se non del codice penale. Anche la didascalia astuta che determina la collocazione in una "epoca presente" non fa che allontanare ogni filtro romanticheggiante, eludere l'illusione dell'esotismo, sbatterci in faccia la cruda verità della tragedia di Cio Cio San. 

Per riportare in scena il titolo (a ragione) amatissimo il Comunale di Bologna fa cosa buona e giusta importando lo splendido allestimento creato per il Regio di Torino da Damiano Michieletto nel 2011. Se, infatti, non tutti gli spettacoli del regista veneto son capolavori, questo da solo potrebbe bastare a definirne l'intelligenza e la capacità teatrale, collocandosi fra le più riuscite, fra le più esatte realizzazioni della "tragedia giapponese" pucciniana. Siamo a Nagasaki, in epoca contemporanea, ma è pur sempre la Nagasaki immaginata da drammaturghi, poeti, musicisti occidentali, dove idiogrammi di lingue diverse si mescolano in un grammelot d'estremo oriente, una periferia di una megalopoli popolata da prostitute, venditori ambulanti, piccoli trafficanti, avventurieri, turisti, fra cartelloni pubblicitari in stle manga e ragazze che si fanno fotografare (presumibilmente per il catalogo di Goro) su sfondi posticci di giardini giapponesi. Qui Pinkerton cerca svago e compra la ragazzina che più accende le sue fantasie, qui Cio Cio San vive il suo dramma, crudelmente sposta in una casa a sofffietto dalle pareti trasparenti: una vetrina, una teca per la farfalla trafitta. Anche in virtù di un ottimo disegno luci, non mancano momenti onirici e di poesia, a bilanciare l'orrore mostrando lo sguardo sognante di Cio Cio San: durante la lettura della lettera siede sull'altalena e vede l'amato tornato da lei, quando barchette di carta illuminate (la nave bianca, che compare anche come modellino giocattolo che la madre affettuosamente impacchetta per il bimbo) sono portate dalle ragazze del quartiere nella casetta allegramente decorata con fiori dipinti con le mani in quello che è forse l'unico raggio di serenità prima della catastrofe. Emblematico è, poi, il trattamento del duetto del primo atto, con Pinkerton che dapprima gioca a fare l'innamorato, poi svela sempre più la sua impazienza erotica, aggirandosi bottiglia in mano mentre Cio Cio San sale sul tetto a osservare incantata le stelle cantando il suo puro e assoluto amore d'adolescente. Ecco fisicamente realizzata la distanza abissale fra i due, sviluppata a dovere l'evoluzione di seduzioni, approcci, pudori, tenerezze. I personaggi, d'altra parte, sono tutti definiti a meraviglia: Cio Cio San ragazzina che vive tutto con leggerezza tranne il suo primo amore e poi mantiene l'animo infantile pur chiamata a difendersi e rispondere alla violenza che la circonda (maglietta di Hello Kitty, jeans con farfalle ricamate, bambole e peluche, ma anche una disperata ferocia nello scontro con Goro, cui sottrae anche la pistola salvo poi sembrar spaventata da se stessa); Pinkerton volgare, arrogante, superficiale, con una degna consorte che pure ragiona con Cio Cio San "a forza di denari"; Suzuki premurosa, consapevole, capace di sorridere ma profondamente incupita; Sharpless pilatesco, incapace di impedire una tragedia che ha compreso fin dall'inizio; Goro un trafficante infame, che cerca di irretire anche il bimbo di Cio Cio San offrendogli dolcetti per poi venderlo, si rpesume con un brivido, a chissà chi; lo Zio Bonzo in sedia a rotelle rende ancor più odioso l'oltraggio dello yankee, la parentela è tutta ben caratterizzata senza confondere madre, zii, zie, cugini e cugine, Yamadori è un signore anziano e benestante, rassegnato senza arrendersi. Il bimbo, poi, è valorizzato come non mai (e, evviva, il fatto che da bravo giapponesino vada già a scuola da solo giustifica benissimo il suo andare e venire in scena), e muove alle lacrime quando lo si vede vittima di bullismo: lui, con i suoi "ricciolini d'oro schietto" e gli "occhi azzurrini" è il "diverso" preso di mira dai ragazzini del quartiere e a dolore si aggiunge dolore, finché il padre snaturato non lo strappa scalciante dal corpo esanime della madre. 

Uno spettacolo tanto bello e toccante ha come unico limite relativo l'adattamento a un palcoscenico molto più piccolo rispetto a quello originario, in cui l'impianto di Paolo Fantin e il brulicare d'idee di Michieletto si godevano con più ampio respiro. E, in rapporto al libretto, nulla appare incoerente, seppure la scena finale sia gestita con tempi (il colpo si colloca appena prima che Pinkerton chiami "Butterfly!") appena prima dee modi (dopo aver letto il motto sul "presente del Mikado" e salutato il figlio, Cio Cio San afferra quasi improvvisamente e fuori di sé la pistola di Goro) inconsueti mantiene una tensione perfetta, sconvolgente come deve essere. Anche il fatto che fisicamente la casetta si raggiunga scendendo una scala da un ponteggio non contraddice il fatto che ci si trovi su una collina accessibile prima dalla ripida salita.

Come a Torino nove anni fa, sul podio troviamo Pinchas Steinberg. Lieto reincontro, perché la lettura del maestro, né trasfigurata né melensa, bensì cruda, asciutta, capace di gestire i pesi senza temere espressioni di pesantezza e leggerezza ben dosate, in una paletta cromatica che non stucca né pecca di monotonia, ma pure rende l'atmosfera claustrofobica e priva di speranza.

Peccato che il cast non sia altrettanto convincente, in primis con la protagonista Karah Son, cui non basta un timbro gradevole per sobbarcarsi una delle aprti più massacranti - per durata, esigenze vocali, musicali, emotive - dell'intero repertorio. Voce tendenzialmente lirico leggera, la necessità di rendere i passi più drammatici non solo fa perdere di mordente molte frasi fondamentali ma non dispiegate in fortissimo (valga il debole attacco di "Tutto questo avverrà, te lo prometto", puntando tutto su "io con sicura fe' l'aspetto"), ma si sfalda e sfoca spesso e volentieri, o pasticcia in un canto di conversazione che esige massima naturalezza unita a massima precisione ritmica (l'approssimazione di "Suzuki, il té" è solo uno dei molti esempi). Per di più una Cio Cio San vocalmente fragile si accompagna a un Pinkerton, Angelo Villari, che se non è un prodigio di finezze e levigatezze d'emissione, ma non ha certo problemi a farsi sentire forte e chiaro in tutta la tessitura, confermandosi uno di quegli elementi su cui, senz'essere fuoriclasse, i teatri possono contare volentieri per sostenere il repertorio fra tardoromanticismo e verismo. Piuttosto incolore lo Sharpless di Dario Solari, mentre ben più incisiva, nel suo riserbo, risulta la Suzuki di Cristina Melis. Cristiano Olivieri, Goro, Nicolò Ceriani, zio Bonzo, Luca Gallo, Yamadori, Raffaele Costantini, Commissario imperiale, Andrea Taboga, Yakusidé, Grazie Sinagra, Kate, Enrico Picinni Leopardi, ufficiale del registro, Lucia Michielazzo, la madre, Maria Luce Erard, la zia, Rosa Guarracino, la cugina, rendono tutti bene le caratterizzazioni dei rispettivi personaggi. Il bimbo è Orlando Antonio Cera.

Il pubblico delle prime risulta inzialmente un po' tiepido, ma alle uscite finali accoglie generosamente tutti gli interpreti, Steinberg, il maestro del coro (applaudito a scena aperta per il celebre intervento a bocca chiusa) Alberto Malazzi e gli artefici della messa in scena (regia di Damiano Michieletto ripresa da Roberto Maria Pizzuto, luci di Marco Filibeck riprese da Daniele Naldi, scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti).

Speriamo che questo allestimento resti nel repertorio del Comunale: merita di essere considerato un classico.

 

foto Andrea Ranzi, studio Casaluci


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