L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Calma di mare, e viaggio felice

 di Irina Sorokina

Diverte e convince L'italiana in Algeri al Teatro Filarmonico con la regia di Stefano Vizioli, la direzione di Francesco Ommassini e un cast in cui spicca il Mustafà di Carlo Lepore. Purtroppo, forse a causa della situazione relativa alla diffusione del nuovo Coronavirus, il pubblico latita.

VERONA, 23 febbraio 2020 - Una scelta azzeccata, fare rivivere sul palcoscenico del Teatro Filarmonico L’italiana in Algeri nel simpatico allestimento di Stefano Vizioli e Ugo Nespolo, coprodotto tra la Fondazione Teatro di Pisa e la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste. La ripresa veronese mantiene tutta la freschezza originale grazie al rispetto del capolavoro del giovane Rossini che, per fortuna, non cade vittima della voglia di autoaffermazione dalla parte del regista.

La storia del ripudio di una moglie noiosa e della voglia di impadronirsi di una bella ed emancipata italiana è raccontata dal regista Stefano Vizioli come la raccontò Rossini, in chiave decisamente fiabesca spesso usata dai registi e scenografi dalle varie parti del mondo (solo un mese fa abbiamo visto e ascoltato un’Italiana simile al Teatro Stanislavsky di Mosca). L’indiscussa simpatia di questa produzione parte dalla collaborazione con il famoso pittore Ugo Nespolo, che ha creato scene ispirate ai giocattoli di legno che riempiono le camerette dei bambini: forme semplici, materiali essenziali e spirito naïf. Tra le cose più simpatiche sono sicuramente la nave dei naufraghi con le bandiere italiane e i colori rosso e verde delle cinture del coro maschile, ma anche i reggiseni e le mutande disegnate sulle quinte (faranno parte dei sogni erotici di Mustafà!). I costumi dei personaggi, sempre di Ugo Nespolo, sono di colori sgargianti che rallegrano l’occhio, mentre il coro è vestito di bianco e nero. Contribuiscono alla creazione di un’atmosfera gioiosa e giocosa le luci di Paolo Mazzon. Tutto il resto è fatto da un lavoro scrupoloso e appassionato di Vizioli con i cantanti-attori che partecipano prontamente al gioco del regista.

La ripresa veronese vanta un cast omogeneo e ben affiatato dove, senza alcun dubbio, primeggia un gigantesco Carlo Lepore nei panni di Mustafà. Gigantesco non per la statura fisica, ma per quella vocale ed artistica. Quindi, la ripresa veronese non è tanto L’italiana in Algeri che L’Algerino in patria. Lepore disegna Mustafà prepotente e capriccioso, un donnaiolo accanito, ma, alla fine, dal buon cuore. Si sente in modo molto naturale nel mondo dell’opera buffa rossiniana, recita con un gran gusto e non è mai sopra le righe. Conosciamo la sua voce, davvero eccezionale per l’ampiezza e la nobiltà del timbro, ma soprattutto per una particolare capacità di riempire ogni angolo di spazio. La sua parola cantata è sempre al massimo dell’espressione, i chiaroscuri sono impeccabili e la tecnica è eccellente. Un grande successo personale, tutto meritato, e tanti sorrisi di piacere sui volti degli spettatori.

Accanto a un artista di tale statura, risulta un po’ “piccola” Vasilisa Berzhanskaya nel ruolo della protagonista. Il mezzosoprano russo ha tutte le carte in regola per essere una buona Isabella; è dotata di un bel fisico, capacità attoriali, buon senso d’umorismo, si muove bene e interagisce bene con i partner. Insomma, è un’Isabella furba, simpatica, fantasiosa, sensuale, capricciosa e imperiosa, tutto in misura giusta. La sua vocalità presenta, però, alcuni problemi: la voce è abbastanza ampia, timbrata e dal bel colore, ma la cantante dimostra una strana tendenza a scurirla artificiosamente. Il risultato è deludente; il suono opacizzato e le note gravi “intubate” disturbano non poco l’orecchio. Peccato davvero, perché la tecnica c’è, il legato pure, e le agilità sono accettabili anche se non proprio precise. Se la cava piuttosto bene con le fioriture quando il direttore d’orchestra propone i tempi un po' più stretti del solito.

Il tenore argentino Francisco Brito è quasi buon Lindoro; diciamo “quasi” perché al buon timbro chiaro e lucente, emissione morbida, canto languido e buone mezze voci si aggiungono evidenti difficoltà nel registro acuto, che risulta teso e affaticato; qualche nota finale minaccia una catastrofe. Simile a Vasilisa Berzhanskaya, è un buon teatrante e disegna Lindoro dallo spirito libero e molto simpatico. Il livello della sua interpretazione cresce man mano che si avvicina alla fine.

Perfetto il Taddeo del baritono campano Biagio Pizzuti: un vero animale bestia da palcoscenico. Sciolto e bonario, crea un personaggio attraente anche nel suo conformismo e sfoggia voce salda e sana, al pari della tecnica.

Molto brava Daniela Cappiello nei panni di Elvira, la moglie ripudiata dell'onnipotente Bey. Dotata da una voce squillante e di una grande capacità di star al gioco, riesce a modulare il suo bel timbro per farlo sembrare un pochino fastidiosa. E’ un’ Elvira che non si fa cacciar via facilmente, sembra quasi una degna alleata dell’intraprendente Isabella e desta un sorriso di soddisfazione grazie sia al buon canto sia allo spirito scherzoso.

Irene Molinari – Zulma e Dongho Kim sono i comprimari di lusso; non ci verrebbe a chiamarli col nome di comprimari. Partecipano a pieno diritto nella vertiginosa azione e danno un contributo prezioso alla parte musicale. Sono entrambi perfetti nei virtuosi concertati, mentre Kim offre un’interpretazione brillante dell’aria “Le femmine d’Italia”.

Francesco Omassini conferma la sua alta reputazione e una particolare inclinazione al repertorio rossiniano. Già la celebre Sinfonia suona nel modo gradevole e trionfante, i pizzicati iniziali sembrano sussurrare e ironizzare e il dialogo degli strumenti nell’Allegro è segnato da un umorismo a cui non manca una sfumatura lirica. L’orchestra della Fondazione Arena guidata da Omassini dà il suo meglio, sfoggiando suono molto pulito; a tutti i gruppi di strumenti è prestata degna attenzione. Con la stessa attenzione amorosa sono accompagnati i cantanti e i concertati piuttosto complicati risultano una miscela magica di correttezza stilistica, musicalità impeccabile e umorismo coinvolgente.

Conferma la sua alta reputazione il coro (stavolta solo maschile) dell’Arena di Verona preparato da Vito Lombardi.

Un successo pieno in una sala amaramente vuota; al Filarmonico di Verona, purtroppo, succede spesso. Vedere ogni volta tanti posti vuoti fa veramente male; si perde ogni volta il godimento del vento leggero e mare favorevole.

foto Ennevi


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