L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Arcobaleno di vita e violenza

di Roberta Pedrotti

L'emergenza Covid non fa accantonare al Macerata Opera Festival il suo annuale progetto dedicato al debutto di un titolo contemporaneo. Bια, l'opera vincitrice del concorso Macerata Opera 4.0, con il suo ecosistema di sofferenze e speranze è un'ulteriore dimostrazione di come oggi più che mai il teatro musicale sia vivo e vitale.

MACERATA Il Macerata Opera Festival vive e non sopravvive. Quando continua a proporre i grandi titoli cardine del suo programma e conserva almeno due terzi del cartellone nonostante le contingenze di questi mesi tragici (resta Don Giovanni, resta, seppur in forma oratoriale, Il trovatore, si rimanda a tempi migliori Tosca) conferma di continuare a esistere; quando non rinuncia al suo aspetto più sperimentale, agli spettacoli dedicati ai più giovani a quei cosiddetti "eventi collaterali" in cui si dialoga di libri, musica e teatro, in cui sul palcoscenico si mettono in relazione linguaggi diversi. E non rinuncia al nuovo, all'annuale debutto di un'opera inedita vincitrice di un apposito concorso. Un segnale vero, importante, di resistenza, continuità e progettualità.

Quest'anno, si aggiunge una difficoltà in più, perché nel passaggio dal progetto alla scena il mondo è stato scosso da un nuovo dramma, si sono dovuti ripensare spazi (dal teatro Lauro Rossi al cortile di palazzo Buonaccorsi, sede anche della Pinacoteca e del Museo della carrozza), le modalità dello spettacolo. Soprattutto, la nuova attualità si è intrecciata a quell'attualità che sta alla base dell'opera. Bia, anzi Bια, è il titolo (in greco richiama a βίος come vita umana che vada oltre la mera esistenza, ma anche a βία come forza e violenza) di un lavoro collettivo (sotto la firma ToTeam si riuniscono per drammaturgia e testi Davide Gasparro, Riccardo Olivier, Antonio Smaldone, per la musica Marco Benetti) in cui il dramma dei migranti, le voci dei naufraghi del Mediterraneo sfociano nell'immagine di mille dolori, di mille discriminazioni che inaridiscono la sorgente di una vita che è rinnovamento, varietà, pluralità, accoglienza e dialogo, sotto gli sguardi di una bambina (Ottavia pellicciotta) e di una donna anziana (Fulvia Zampa) che, alla fine incontreranno anche la cinica aguzzina che snocciolava canoni di emarginazione e violenza contro il "diverso". Temi fondamentali sei mesi fa come in ogni tempo, ma che il sovvertimento delle percezioni e delle priorità che la pandemia ha (o avrebbe dovuto) portare ci costringe a ripensare in maniera ancor più radicale. Ne usciremo migliori, si diceva? Forse. Forse quel gesto fra due donne anima del passato e del futuro è davvero una speranza per il futuro, ma forse no, se riconosciamo tante parole ripetute ancor oggi nella ferocia gelida della Donna in Tailleur (una Emily De Salve davvero incisiva con la sua fisicità, la sua dizione netta e la sua chiara voce baritonale).

Oggi, ancor più, in tempi di distanziamenti e rapporti virtuali, assume un valore particolarmente significativo la doppia percezione delle musiche elaborate elettronicamente da Benetti, che alternano momenti in cui l'ascolto è isolato e individuale attraverso le cuffie fornite al pubblico ad altri in cui il suono corre libero e condiviso. Un suono, questo, che si fa oggetto e che sfrutta, fra brusii, mormorii, natura ed effetti digitali, citazioni ora evidenti, ora appena sfiorate, ora tali da sembrare sogni, creazioni della mente (c'è chi giura d'aver sentito nettamente brani celebri che il compositore nega d'aver inserito fra i suoi riferimenti). Fra tutti, i frammenti dell'Inno alla gioia beethoveniano recano con sé tutta una galassia di correlazioni agli ideali proclamati nel poema di Schiller, ai valori fondanti dell'Europa e alle sue contraddizioni attuali, all'importanza rivoluzionaria del capolavoro di Beethoven, al sogno e all'utopia di quegli ultimi, di quei diversi che costituiscono la straordinaria varietà della Vita, di Bια. Il canto corale dei naufraghi ha una melodia liquida, dalle suggestioni orientali e arcaiche che sembrano trasformarlo in voci di sirene, mentre, viceversa, la ballata affidata alla Donna in Tailleur schiocca imperturbabile come la sua frusta in una scrittura baritonale volutamente piana e declamatoria (a proposito, il sostantivo baritono resta maschile esattamente come soprano anche quando si tratta di una cantante donna: anzi, a riprova di come la distinzione fra registro e genere dell'interprete sia attuale e sacrosanta).

Sulla scena, vale a dire nell'area circondata dalle sedie approntate per il pubblico, alcune sfere intrise di abiti come potrebbe essere la superficie del mare dove galleggiano tracce di naufraghi migranti, emblema di un'umanità in movimento perpetuo, per slancio vitale e per orrore di violenza. Le sfere sembrano neutre, bianche, ma come è bianco il coraggio vessillo di questo festival 2020, così è vivo, ardimentoso e molteplice questo bianco che si rifrange e svela in sé i colori dell'iride. Vengono in mente le parole dell'illuminato arcivescovo di Vienna che, parlando di Conchita Wurst, dipinse con entusiasmo la varietà del giardino del creato. E dentro ogni sfera, da una frattura più o meno grande, il pubblico può sbirciare volti di bambini, volti sorridenti del futuro come quelli dei bravissimi allievi della scuola di danza di Elvira Pardi (ASD El Duende).

Con un'opera nuova dalla drammaturgia piuttosto ellittica, sviluppata per suggestioni e richiami, con poche parole pronunciate e talora puntando più alla fascinazione del fonema che all'evidenza del significato, sicuramente l'impatto con il pubblico poteva risultare un'incognita. Anzi, all'anteprima stampa l'unico dubbio era forse relativo alla ricerca di punti di riferimento più netti, ma fu inutil precauzione: forse, talvolta, si sottovaluta l'empatia delle platee con forme di teatro musicale che se non rispondono in apparenza ai crismi dell'opera tradizionalmente intesa, sono a tutti gli effetti opere in quanto sintesi di tutte le forme d'arte teatrali e musicali che dell'opera sono elementi costitutivi imprescindibili. Non solo la prima di Bia il 20 luglio risulta essere stata un successo, ma addirittura la biglietteria registra tutto esaurito e richieste in sovrannumero anche da parte di chi avrebbe voluto tornare. Bene, anzi, benissimo. Il Macerata Opera Festival non sopravvive, vive; l'opera, nel XXI secolo e in tempo di pandemia, ancor di più.

 

foto Tabocchini Zanconi

 Locandina

Bia

un passo nuovo, una parola propria

Drammaturgia e testi Davide Gasparro, Riccardo Olivier, Antonio Smaldone
Musica Marco Benetti

Regia RICCARDO OLIVIER, ANTONIO SMALDONE
Scene e costumi STEFANO ZULLO
Luci PAOLO VITALE
Video Art PIERA LEONETTI
Coreografia RICCARDO OLIVIER
Regista collaboratore DAVIDE GASPARRO
Coreografa assistente ERICA MEUCCI

Una bimba OTTAVIA PELLICCIOTTA
L’anima FULVIA ZAMPA
La donna in tailleur EMILY DE SALVE
Le vittime GIORGIO EPIFANI, MICHELE POLISANO
Κόρος (coro senza voce) ASD EL DUENDE
Voce di Bíα GIANCARLO SESSA
Yaguine Koita e Fodè Tounkara RAFFAELLA DI CAPRIO
Voci delle anime dei naufraghi VALERIA FEOLA, GIULIA MOSCATO
Prigionieri, lavoratori e cultori dell’essere “umani” PUBBLICO

Sponsor tecnico Silent-Disco Italia
Si ringrazia la scuola di danza di Elvira Pardi (ASD El Duende)
Produzione esecutiva Fattoria Vittadini

Un progetto di #ToTEAM con la direzione artistica di Antonio Smaldone vincitore del Concorso Macerata Opera 4.0 per under35 dall’Associazione Arena Sferisterio, in coproduzione con Fondazione Romaeuropa, Fondazione I Teatri diReggio Emilia, Marche Teatro e Fondazione Teatro delle Muse di Ancona e in collaborazione con Opera Europa


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