L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Opera d'arte totale e tascabile

di Luca Fialdini

Nel 50° anniversario della scomparsa, il Teatro Alighieri di Ravenna omaggia Igor Stravinskij con una nuova produzione dell’Histoire du soldat

A cinquant’anni dalla scomparsa di Igor Stravinskij, il Teatro Alighieri di Ravenna omaggia il più amato enfant terrible di tutte le Russie con un nuovo allestimento dell’Histoire du soldat. La coproduzione, targata da Compagnia teatrale I Guitti, CamerOperEnsemble e Fondazione Ravenna Manifestazioni, riporta in scena la non-opera di Stravinskij in circostanze curiosamente affini a quelle della première del 28 settembre 1918: la rappresentazione al teatro di Losanna avrebbe dovuto essere solo la prima tappa di un itinerario mai intrapreso, causa l’esplosione dell’epidemia di influenza spagnola.

L’organico scarno, le scene essenziali e il cast ridotto all’osso imposti dai magri tempi di guerra ben si sposano con le necessità dettate dall’attuale pandemia. L’unico elemento mancante – non indicato in organico, ma presupposto – è il pubblico: lo streaming ci consente di varcare le porte dell’Alighieri ma non ne colma la platea dolorosamente vuota, né riesce a restituirci tutta la forza del teatro e dei suoi professionisti.

Questo allestimento di forza ne ha molta e risiede tutta nella linearità, nella compattezza della drammaturgia e nella lettura evocativa di Luca Micheletti, che di questa produzione firma regia e ideazione scenica. Il libretto di Charles-Ferdinand Ramuz si basa proprio su un materiale omogeneo e lineare ma particolarmente espressivo – selezionato accuratamente dallo stesso Stravinskij – in cui i personaggi sono archetipi: figure rozzamente intagliate nel legno e dalla straordinaria potenza comunicativa. Micheletti, da quel raffinato e intelligente uomo di teatro che è, accoglie questi elementi senza modificare nulla ma concentrandosi sullo sviluppo del materiale di base; un esempio è il ricorso all’iconografia della farfalla: la prima apparizione del diavolo lo vede armato di un retino per farfalle, le stesse farfalle che poi ritroviamo come elemento di scenografia dopo l’ingresso del diavolo stesso. Nel contesto scenografico gli insetti non sono liberi, ma morti e ordinatamente disposti su fogli di plexiglass, come nella collezione di un entomologo. Ψυχή (psyché) in greco antico significa tanto «farfalla» quanto «anima» ed è chiaro che in questa scena Micheletti ci sta dicendo qualcosa, dato che di lì a poco lo stesso diavolo sottrarrà il violino – e cioè l’anima – al povero soldato. Dai mucchi di ricchezze che in realtà sono ciarpame, alle innumerevoli, agghiaccianti maschere che i due contendenti indosseranno nel corso della narrazione, tutto suggestiona efficacemente lo spettatore in questa continua ambiguità tra rappresentazione e simbolo, grazie anche all’ottimo disegno luci di Fabrizio Ballini e alle sculture Luigi Casermieri e Liliana Confortini. L’impronta di Micheletti è però ben più profonda e significativa: oltre a questo e ad aver interpretato il diavolo nelle parti recitate, ha anche curato l’adattamento in italiano del libretto, assieme a Giusi Checcaglini; una versione di fattura pregevolissima, specialmente per una concatenazione delle rime tanto felice che i dialoghi risultano fluidi, naturali e per niente artificiosi.

Il cast si dimostra all’altezza di una prova tutt’altro che semplice, in cui la mimesi non è mai totale e la recitazione deve essere misuratamente sopra le righe. A dominare la scena è, naturalmente, Luca Micheletti quale mefistofelico padrone di casa: sornione, istrionico, di una precisione incredibile nel dare il giusto peso a ogni singola parola, Micheletti cattura l’attenzione dello spettatore non appena mette piede sulle tavole dell’Alighieri. Convincente anche Massimo Scola, che conferisce al suo Soldato un bel colore fiabesco, (arche)tipico ma non caricaturale. Scola impersona un personaggio in bilico tra il naïf e l’araldico, riuscendo a mantenere questo equilibrio precario in modo eccellente. Il Narratore, personaggio assolutamente metafisico, è impersonato da un notevole Valter Schiavone che si trova a far da tramite tra pubblico e scena. Interessanti le performance di Lidia Carew e Andrea Bou Othmane, che interpretano rispettivamente i ruoli della Principessa e del Diavolo nelle parti danzate.

In questo titolo la componente musicale costituisce un vero e proprio enigma: non è un’opera, non è un balletto, non è un dramma con musica. Il compito di trovare la quadratura del cerchio spetta ad Angelo Bolciaghi, qui alla testa dell’ensemble formato da Daniele Richiedei (violino), Giuseppe Bonandrini (clarinetto), Anna Maria Barbaglia (fagotto), Marco Bellini (cornetta), Devid Ceste (trombone), Gianpiero Fanchini (contrabbasso) e Francesco Bodini (percussioni). Bolciaghi tratta la partitura con intelligenza e ne cava un’esecuzione impeccabile, in cui si avverte la profondità della prospettiva drammaturgica. Particolarmente riusciti i recitati ritmici – gustosissimo il Couplet du Diable – e le tre danze della Principessa. In una rappresentazione del genere, il breve “intermezzo” tra la prima e la seconda parte costituito dai Tre pezzi per clarinetto solo composti da Stravinskij come ringraziamento a Werner Reinhart per essere stato il mecenate dell’Histoire, rappresenta una nota di pregio.

Un’esecuzione assolutamente notevole per pulizia e coesione con il piano drammaturgico unita a una lettura tanto evocativa rendono questa produzione di grande interesse sotto ogni punto di vista, primo fra tutti la possibilità di evocare con pochi – selezionatisimi – elementi la tanto vagheggiata opera d’arte totale… ma in formato tascabile. La rappresentazione resterà disponibile sino al 22 aprile 2021 sito ufficiale del Ravenna Festival 


 

 

 
 
 

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