L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Puritani…a distanza

 di Stefano Ceccarelli

L’Opera di Roma trasmette sul suo canale YouTube, in forma di concerto, I Puritani di Vincenzo Bellini. Roberto Abbado dirige magistralmente le maestranze del Costanzi; nel cast degli interpreti brillano, nei ruoli di Elvira e Arturo, Jessica Pratt e Lawrence Brownlee.

ROMA, 23 gennaio 2021 – Mette una certa tristezza vedere una così bella edizione de I Puritani di Bellini solo a distanza, dal canale YouTube del Teatro dell’Opera di Roma. Un canale – c’è da dire – alquanto probo, perché mette a disposizione gratuita tutti i concerti che vengono trasmessi e registrati, rigorosamente, a porte chiuse. Oramai il pubblico abituale dei teatri, come pure delle sale da concerto, sarà avvezzo a questa modalità che tanto, troppo toglie alla performance in sé, ma che comunque permette la sopravvivenza di un settore di cui, francamente, non possiamo permetterci ulteriori crisi: un settore che va tutelato ad ogni costo.

Ciò premesso, mi duole dover recensire uno spettacolo di così buona qualità, che avrei gradito vedere dal vivo. La prima opera del 2021 messa in scena (si fa per dire: meglio sarebbe dire mandata in onda) dal Costanzi è, dunque, I Puritani di Vincenzo Bellini, che mancavano dal 1990, quando andò in scena una splendida produzione con scene e costumi firmati da De Chirico e la Devia e Merrit nel cast.

Sul podio della presente edizione c’è Roberto Abbado, uno specialista del repertorio belliniano. La mano sensibile e adusa a partiture belliniane si sente assai bene: i ritmi dilatati (ma mai sfibrati) nei momenti più lirici, gli attacchi energici, gli accenti ben calibrati. Bellini ha una scrittura cristallina e Abbado la sa leggere compiutamente, come qualcosa che gli riesce oramai naturale, per una lunga frequentazione. Concerta bene le voci, soprattutto nei finali, che ne I Puritani assumono un respiro grandioso. Potrei citare l’incipit galoppante del finale I (quando Arturo fugge con la regina Enrichetta), che si sfoga nel potente concertato in cui la voce di Elvira testimonia la sua progressiva e inesorabile perdita di senno («Ah vieni al tempio»). Abbado ha tocco atmosferico anche in quelle sezioni dove il colore deve evocare sentimenti e ambienti, come nell’apertura dell’atto III, quando Arturo fa ritorno dopo la sua fuga.

L’orchestra del Costanzi, che appare in buono stato di forma (almeno per quello che si può capire da una ripresa live), si lascia ben condurre e spagina una partitura che possiede dei momenti indimenticabili. Il coro (Roberto Gabbiani), posto fra la platea e le prime file dei palchi, regala momenti piacevoli, soprattutto in un’opera che ha un notevole impiego delle parti corali.

Ma si venga al cast vocale, che vede certamente i suoi astri nella coppia Jessica Pratt e Lawrence Brownlee. L’Elvira della Pratt è straordinaria. È un vero peccato che non si sia potuto godere della potenza vocale autentica dell’interprete, che il pubblico romano ricorderà sicuramente bene. Io ebbi, peraltro, la fortuna di godere di una sua Elvira a Firenze, qualche anno fa (nel 2015), e ricordo non solo la celeste morbidezza del suo timbro, la fluidità e precisione delle variazioni, dunque tutte le caratteristiche per un compiuto soprano lirico, ma rammento bene anche la potenza della sua voce, soprattutto nello svettare negli acuti. La potenza, chiaramente, la si deve più che altro immaginare da una sola ripresa video: ma tutte le altre caratteristiche si distinguono bene. È per questo che ho assistito a questa recita più con la tristezza del pensiero di ciò che mi sono perso che con il piacere di godere di ciò che stavo vedendo e, soprattutto, ascoltando. Comunque, basti recuperare su YouTube l’esecuzione della famosa polacca «Son vergin vezzosa» per farsi un’idea delle doti d’agilità della Pratt; e sarà sufficiente godere, purtroppo, della sola registrazione della grande aria della follia, «Qui la voce sua soave», dove l’interprete dimostra tutto il suo campionario tecnico e la minuziosa interpretazione degli oscillanti stati d’animo di Elvira. Non avendo potuto applaudirla in teatro, possa la Pratt sentire i miei applausi in forma di parole.

Per nulla da meno è l’Arturo di Brownlee. Allo stesso modo, se non avessi avuto la fortuna di ascoltare l’Idreno di Brownlee in una Semiramide londinese (https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/34-opera/opera2017/5443-londra-semiramide-08-12-2017), non avrei avuto coscienza reale delle sue doti anche in relazione all’aspetto della potenza vocale. Fortunatamente, il timbro argenteo, uniforme e svettante dell’americano si può ben distinguere anche dal video. La sua cavatina («A te, o cara, amor talora») lo vede già centrato, con il mezzo vocale morbido e chiaro, in grado di esprimere pienezza e ottima intonazione; ma è forse nell’aria dal III atto, «A una fonte afflitto e solo», dall’indimenticabile linea melodica, e nel «Credeasi misera», per non parlare del duetto fra questi due pezzi, che Brownlee dimostra la tenuta perfetta del suo mezzo vocale, regalando peraltro un notevole fa naturale sopracuto, a voce piena.

Riccardo Forth è interpretato da Franco Vassallo, dalla voce duttile e chiara. La sua cavatina («Ah per sempre io ti perdei») riesce piacevole nella linea di canto, nei lunghi, melodiosi legati tipici di Bellini; nella ripresa della cabaletta si scopre con piacere come il direttore e l’interprete abbiano concordato le opportune variazioni alla melodia (tutte le riprese delle cabalette dei vari interpreti, del resto, sono state variate). Francamente, avrei evitato l’acuto finale (come gli altri che si sono ascoltati alla fine delle rispettive arie) per una serie di motivi che esulano dalla qualità dell’esecuzione della nota stessa, primo fra tutti il fatto, ben noto, che non era quello il posto naturale dell’acuto, ma pure che in una registrazione video fare un acuto del genere vuol dire rendere, ‘arrivare’, la metà se non meno. Il duetto con Giorgio, che conclude il II atto («Il rival salvar tu devi»), è eseguito con smagliante energia da ambedue gli interpreti ed è forse uno dei momenti più belli della serata, vista anche l’incalzante direzione di Abbado. Il Sir Giorgio di Nicola Ulivieri si distingue per una voce chiara e squillante, come pure per una morbida linea, ben evidente nella sua malinconica aria del II atto, «Cinta di rose e col bel crin disciolto». I comprimari, Roberto Lorenzi (Gualtiero Valton), Rodrigo Ortiz (Bruno Roberton) e Irene Savignano (Enrichetta di Francia), fanno tutti un buon lavoro, contribuendo alla generale buona riuscita di una serata che avrei – come ho già detto – avuto piacere di vedere dal vivo.


 

 

 
 
 

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