L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Figaro nel paese delle meraviglie

di Antonino Trotta

Sembra ideato per divertire, e diverte per davvero, lo sgargiante Il Barbiere di Siviglia del Teatro Valli di Reggio-Emilia in coproduzione col Municipale di Modena, firmato dal regista Fabio Cherstich.

Streaming da Reggio Emilia, 11 aprile 2021 – Il barbiere di Siviglia, che opera inarrestabile! Pare sia l’unica cosa che il Covid-19 non sia riuscito a bloccare, in piena pandemia fa marameo a Tosca e Traviata, è l’opera più rappresentata durante la degenza del Belpaese, sta da dio sia in jeans che in crinolina; è un’opera poi assai generosa, chiede numericamente poco e restituisce molto, o perlomeno restituisce sempre più di quanto in realtà vi si abbia investito. Sarà anche per questo che in cinque mesi di resiliente programmazione sul capolavoro iconico del sommissimo Rossini s’è puntato già cinque volte: prima il ROF, poi il film dell’Opera di Roma, quindi Piacenza e Verona, infine Reggio Emilia – in coproduzione col Comunale Pavarotti-Freni di Modena – che propone un nuovo allestimento firmato dal giovane regista Fabio Cherstich.

Si tratta di un Barbiere sgargiante e strampalato, allucinato e allucinante, costruito per divertire, a tratti indifferente alle dinamiche pratiche dell’azione – si tagliano ad esempio tutti i recitativi delle due scene prima del temporale e non si capisce perché Rosina sia furibonda con Lindoro – ma coerente con lo spirito surreale della commedia rossiniana, espresso al massimo nei sublimi concertati. Le scenografie volanti di Nicolas Bovey, i costumi improbabili Arthur Arbesser, i bei giochi di luce di Marco Giusti, sono tutti tesi a descrivere un mondo che sconvolge le meccaniche logiche e crea una sorta di paese delle meraviglie di design – immaginabile solo dopo una scorpacciata di funghi, e non porcini – in cui non avrebbe nemmeno senso fare qualcosa che razionalmente abbia un senso. E di fatto si assiste a una vagonata di marchingegni a vista – Cherstich immagina uno «spettacolo come un grande ingranaggio ad orologeria», una vera novità… – e diavolerie con cui e su cui gli artisti interagiscono, spesso producendosi in performance di circense acrobatismo, intavolando di volta in volta sketch e espedienti vari, spesso freschi e nuovi: a descriverli non ci proviamo nemmeno, Cherstich ha una media di battute al minuto – o per centimetro quadrato di spartito – da record, si fa prima a guardare l’opera sul virtuoso portale emiliano Opera Streaming. Non si tratta comunque delle solite gag da quattro soldi che appestano le regie di “tradizione”, ciò che si vede sono accenti di linguaggio stralunato e paradossale che non disturbano affatto la fruizione dello spettacolo con le insolenti pretese di voler far ridere, anzi sono l’anima vera e propria dello spettacolo stesso. E alla fine si ride per davvero. Perdonata poi qualche ingenuità che rischia poi di frenare il meccanismo onirico destato – come Berta che mostra a favor di camera la birra “bartolo”, col faccione del tutore al posto dei quattro mori della deliziosa Ichnusa, rimanendo impalata manco fosse Benedetta Parodi in una spot pubblicitario –, ci sarebbe invero da discutere abbastanza sui tagli, tra gli altri, del rondò finale di Almaviva o della scena iniziale che presenta “l’aria dell’inutil precauzione”, specialmente in virtù del fatto che Il barbiere di Siviglia debuttò col titolo di Almaviva ossia l’inutil precauzione ma, alla luce delle intenzioni o dell’interpretazione che chi scrive ha dato dello spettacolo, ce ne si fa tranquillamente una ragione.

Fa il suo dovere, senza mai brillare, la giovane compagnia di canto. Il soprano Michela Antenucci risolve con intelligenza le scomodità della tessitura di Rossini, recita benissimo e centra il personaggio, ma si ascoltano talvolta puntature non bellissime e picchiettati non propriamente a fuoco; César Cortés, Almaviva, è un buon tenore di grazia ma tende a spingere qualche suono; Simone Del Savio, Figaro, ha dei bei centri e canta bene ma sembra un po’ corto di fiato e di acuti; Pablo Ruiz ha una bella voce ma il fraseggio perde un po’ di mordente nei serrati sillabati – Sini certo non aiuta – della terribile aria. Buono lo statuario Basilio di Guido Loconsolo, ottima la Berta di Ana Victoria Pitts e la prova del Coro Claudio Merulo istruito da Martino Faggiani. Completano il cast Alex Martini (Fiorello/Un ufficiale) e Julien Lambert (Ambrogio), bravissimi i figuranti e lo spassosissimo, onnipresente mimo. Giovane anche il direttore Leonardo Sini, alla guida della Filarmonica dell’Opera Italiana Bruno Bartoletti, che sposa il taglio godereccio dello spettacolo e dirige l’orchestra con grinta e vivacità nonostante i tempi staccati non sempre giovino alla pulizia dell’assieme.

Insomma, un Barbiere con diverse licenza concepito però per allievare le uggiose domeniche di clausura. Senza dubbio, in questo, riesce benissimo.


 

 

 
 
 

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