L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Specchi e radici

di Roberta Pedrotti

Debutta attraverso Rai5 la nuova produzione di Pelléas et Mélisande nata per Parma Capitale Italiana della Cultura in comproduzione fra il Regio e i teatri di Piacenza e Modena. Convince la prospettiva scelta dai registi Barbe&Doucet e dal concertatore Marco Angius per una lettura che privilegia un surrealismo magico e perturbante rispetto a evanescenti atmosfere decadenti e preraffaellite. 

In questi ultimi mesi, se non altro, abbiamo visto Rai Cultura prendersi pieno carico del suo ruolo di servizio pubblico, inserire quotidianamente opera, concerti, prosa, danza nel proprio palinsesto, collaborare con teatri e orchestre per offrire una platea agli spettacoli - anche coprodotti - rimasti senza pubblico. Speriamo che tutto ciò non si sciolga come neve al sole finita l’emergenza e, anzi, continui a svilupparsi anche sulle reti generaliste: la qualità è un bene primario, non manca di dare frutti e se anche costasse un po’ più di fatica, i risultati saranno più saldi e duraturi.

Pelléas et Mélisande, per di più, fra i grandi capolavori, fra le pietre miliari storiche, è anche l’opera fatalmente meno popolare. Proporla in prima serata, per quanto su un canale tematico come Rai5, non è solo un importante segno di vicinanza al Teatro Regio di Parma, ai suoi lavoratori e al suo pubblico: è un importante segno di impegno da parte di tutte le istituzioni coinvolte, per le quali sarebbe stato sicuramente più comodo e appariscente puntare su una Tosca o un Rigoletto. Invece, ecco nascere sullo schermo, in attesa di tornare per il pubblico in sala, lo spettacolo provato e congelato già nella scorsa primavera, quando l’avrebbe atteso una piccola tournée emiliano-romagnola (creata per Parma Capitale Italiana della Cultura 2020, la coproduzione coinvolge la Fondazione Teatri di Piacenza e la Fondazione Teatro Comunale di Modena).

Una produzione sospesa nel tempo, quindi, come lo è la visione registica di Barbe & Doucet, che sovvertono la canonica iconografia preraffaellita in favore in un simbolismo surreale ed esoterico, chiaramente influenzato dalla fascinazione di Debussy per La caduta della casa degli Usher di Poe, soggetto di un’opera incompiuta. I personaggi si aggirano come doppi perturbanti, specchi di un’unica identità persa e rifratta in una sorta di ciclico limbo, in un eterno, ineluttabile ritorno evocato fra candidi spiriti, sfere d'oro e luce, l'apparizione di un'enigmatica emblematica giovane donna nuda. Yniold è un piccolo Pelléas, Pelléas è un giovane Golaud e Arkel è forse Golaud che, ormai, al di là degli eventi, tutto sa, perché ha acquisito una visione superiore, diversa da quella degli altri sé, tutti in un modo o nell’altro cerchiati e oscurati alle orbite - perfino il Medico/Pastore (l’ottimo Andrea Pellegrini), l’unica figura aliena rispetto alla famiglia, gronda rivoli neri dagli occhi e si aggira come testimone e strumento del fato. Mélisande non è una fanciulla, anzi: al suo apparire, velata, inghirlandata, in bianco, fa pensare alla matura Miss Havisham, l’eterna promessa sposa di Grandi Speranze di Dickens. Eppure, la donna che molto ha vissuto ha modi e inflessioni infantili, è ancora feconda e madre, racchiude in sé contemporaneamente tutte le età, senza inizio né fine. Somiglia a Génevieve, somiglia a tutti i membri della famiglia, forse a ripetersi è sempre la storia della defunta prima moglie di Golaud, la madre di Yniold (e qui forse di Pelléas, forse di Golaud stesso), tant’è che anche Mélisande, morendo, dà alla luce una bimba, subito cullata dall'amorevole fratellino/fratellastro. 

La foresta, la fonte, il castello, la grotta, sono uno spazio unico, senza soluzione di continuità, un solo limbo ricoperto di muschio, ma mutevole nel mostrare fratture, nel disvelare le radici, il nascosto, il profondo rimosso che sale al cielo e diventa la cascata della chioma di Mélisande, mentre nei costumi color avorio dell’epoca di Debussy compaiono via via crepe e screpolature, mentre le luci di Guy Simard sfumano in ombre misteriose, elusive e confortevoli quanto i bagliori paiono illusori e accecanti. Una definizione solo apparentemente fisica e netta porta con sé, proprio per contrasto ed evitando la palese ostentazione dell’assenza, tutto il silenzio, l’indefinito, il negato, il non detto che costituiscono l’essenza di Pelléas et Mélisande. Ciò traspare evidente parimenti nella lettura di Marco Angius, a capo di un’ottima orchestra Toscanini: netto, asciutto, affilato e materico, non indulge nello svaporare di un fraseggio evanescente, nel compiacersi del decadentismo. Al contrario, proprio nel contrasto, nel colore che plasma ciò che la parola non ammette, nel lacerto melodico che prende forma, nella riconoscibilità della linea consiste qui l’ambiguità della drammaturgia musicale di Debussy. Sembra una storia di spiriti, ma di spiriti ancor più terrificanti e perturbanti perché li avvertiamo veri, materiali, seppur confinati nei loro intermundia, o agenti in una sorta di realismo magico. Si rispecchiano facce di diverse medaglie e se Debussy fu un anti-Wagner, se il Pelléas un anti-Tristan, ecco che certi sinuose sonorità pastorali, che certe elaborazioni armoniche sembrano sfiorarsi come estremi che si attraggono e si incontrano. Lucido e concreto, Angius dice la sua, anch’egli forse sovvertendo prospettive consolidate, ma senza contraddire il nucleo problematico del testo. 

Lo asseconda perfettamente Monica Bacelli, che scava nella sua emissione inflessioni diafane di senilità infantile, di femminilità che sfugge a sé stessa. Espressione di un ciclo vitale eterno da cui si aliena, Mélisande trova il suo alter ego opposto e complementare nella consapevolezza pacata con cui, invece, la Génévieve di Enkelejda Shkoza vive il suo ruolo di sposa e madre. 

Lo asseconda il Pelléas di Phillip Addis, di finissimo fraseggio e ancor più fine gioco di colori fra l’eburneo e il brunito, ben contrapposto al robusto ma non rude Golaud di Michael Bachtadze, alla saggia ed empatica compostezza di Vincent Le Texier come Arkel, allo Yniold fresco e malinconico di Silvia Frigato, anch’egli, come l’etrusco Tages, espressione di un nodo indissolubile fra l’infinita esperienza della tarda età e il rinnovarsi ingenuo dell’infanzia. Sebbene Debussy gli conceda poco spazio, non va dimenticato nemmeno l’apporto del coro del Teatro Regio preparato da Martino Faggiani.

Alla fine non ci sono ancora gli applausi, però, fra quelli virtuali, vogliamo riservarne almeno un altro in coda alla Rai per aver chiamato a illustrare l’opera, in apertura e nell’intervallo, il maestro Angius e un uomo di teatro come Stefano Vizioli. Senza cercar tanto lontano e senza pensare che il pubblico possa essere coinvolto solo da volti arcinoti della tv generalista o da gag ritrite, la competenza e la qualità continuano a pagare. Teniamone conto.


 

 

 
 
 

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