L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Colori pastello e minimalismo

di Irina Sorokina

Una produzione minimalista per Madama Butterfly al teatro Musicale K.S. Stanislavsky e V.I. Nemirovič-Dančenko, secondo palcoscenico moscovita, mette in risalto l'ottima prova della protagonista Irina Vaščenko

Mosca, 9 aprile 2021 - Una curiosità storica, un ricordo dell’epoca che cessò di esistere esattamente trent’anni fa, quella dell’Unione Sovietica, e che dava una grande importanza all’arte, opera lirica e ,balletto compresi, e manteneva le decine di teatri in ogni angolo di un paese unico al mondo, dai confini coi paesi occidentali a quelli col Giappone. In questo paese la lirica si amava assai, ma a volte qualcosa non andava perché non corrispondeva perfettamente all’ideologia degli operai i contadini che vinsero il capitalismo. Ad esempio, la  Madama Butterfly pucciniana venne messa in scena sotto il nome della protagonista, Cio-Cio-san. Molto probabilmente gli ideologi sovietici furono turbati dalla parola “madama” che significa “signora” e le signore non erano gradite alle nove classi dirigenti del paese. Dimenticavo: a queste due classi sociali proclamate dominanti, venne unita, con la dovuta cautela, la cosiddetta intelligentia cioè la gente che lavorava con la testa e non con le mani. Insegnava, faceva ricerca, amministrava, creava, disegnava, cantava. Fu propria questa classe che riempiva decine dei teatri d’opera e balletto sparsi su tutto il territorio immenso dell’Unione Sovietica.

Se qualcuno teme per le sorti dell’eroina pucciniana nella moderna Federazione Russa, può stare tranquillo. La dolce giapponesina continua a essere amata, ma non sotto il nome di Cio-Cio-san, bensì con il grazioso soprannome di Madama Butterfly. I tempi sono decisamente cambiati. A proposito, il merito di rappresentare Madama Butterfly sotto il titolo originale va al Teatro Musicale Stanislavsky e Nemirovič-Dančenko, uno dei sette teatri d’opera della capitale russa.

Un altro ricordo: nei tempi gloriosi del vecchio Bol’šoj, il capolavoro pucciniano faceva parte del repertorio, ma venne “esiliato” al Palazzo dei Congressi del Cremlino da seimila duecento spettatori che il popolo dei melomani chiamava “baraccone”. Evidentemente, la sontuosa sede del teatro dell’opera più antico di Mosca venne considerata non adatta a rappresentare la storia della povera farfalla. Si preferivano le opere di Čajkovskij, Rimskij-Korsakov, Musorgsky, Verdi, altro Puccini e i compositori sovietici.

Incuriositi dall’aspetto sicuramente cambiato della Madama Butterfly nella Russia contemporanea, siamo andati a vederla al Teatro Musicale K.S. Stanislavsky e V.I. Nemirovič-Dančenko, secondo palcoscenico moscovita. La produzione risale al 2002 e nel 2003 ottenne il premio teatrale più importante della Russia, Maschera d’oro. A distanza di diciannove anni il pubblico continua ad andare a vederla: significa che la produzione mantiene il suo valore.

Abbiamo visto le varie messe in scene della Butterfly, da quelle decisamente mastodontiche come quella di Franco Zeffirelli all'Arena di Verona, alle minimaliste come quella di Pier Luigi Pizzi allo Sferisterio di Macerata. Nella capitale russa si è optato per la seconda scelta, il minimalismo, appunto.

La produzione è decisamente al femminile, la regia affidata alla moscovita Lyudmila Naletova, per molti anni assistente di Aleksandr Titel’, direttore artistico dello Stanislavsky, scene create dalla pietroburghese Elena Stepanova. Il loro spettacolo fu fatto realmente di nulla: il grande palcoscenico quasi vuoto, fondale e quinte azzurro pallido, la fragile casetta della Butterfly che finge anche dal monte Fujiyama, qualche pietra bianca sparsa di qua e di là – un’allusione al tradizionale giardino di pietre giapponese, una barca bianca dal doppio significato. In barca la piccola giapponese  ha vissuto la sua felicità con Pinkerton e la stessa barca la porta, suicida, verso l’aldilà, con le braccia aperte simile alle ali di farfalla. Tutto il resto è stato affidato al light designer Il’dar Bederdinov che creò effetti visivi effimeri e fragili, prediligendo i colori lilla, rosa, grigio e azzurro pallido. Sempre la Stepanova fu autrice dei costumi, un kimono bianco candido per Butterfly,  giacche bianche per Pinkerton e Sharpless, gli abiti piuttosto buffi e colorati per i familiari di Cio-Cio-san, volendo, forse, sottolineare l’abisso che ormai la divideva da loro.

Le persone che sono venute al Teatro Stanislavsky in aprile – poche, visto che a causa del coronavirus solo una poltrona ogni tre poteva essere occupata – sono state fortunate. La compagnia dell’opera può essere orgogliosa dei propri solisti, e quella sera le stelle sono state favorevoli, abbiamo potuto ascoltare Irina Vaščenko e Nikolay Erokhin rispettivamente nelle parti di Butterfly e Pinkerton. Il soprano russo ha tutte le carte in regola di essere una Butterfly perfetta – voce bella e ampia, femminilità, doti attoriali, bella figura e movenze eleganti. Ha dato il suo meglio, recitato con molta naturalezza suscitando simpatia e compassione per la sua eroina; tutti gli assoli sono stati pensati ne dettaglio, e abbiamo ascoltato un canto limpido, morbido e libero. E’ arrivata all’apice del successo intonando ”Tu, tu piccolo iddio!... O a me sceso dal trono” capace di estorcere le lacrime vere al pubblico.

Senza artisti come Nikolay Erokhin una compagnia dell’opera difficilmente sarebbe potuta esistere; vanta voce importante, voluminosa e resistente, ha nel suo attivo la parte di Hermann nella Dama di picche – il fatto che parla per sé. Purtroppo, il suo aspetto è lontano da quello che sicuramente avrebbe fatto innamorare l’ingenua farfalla giapponese; è apparso impacciato e quindi non del tutto adatto al ruolo del seduttore, tuttavia ha disegnato il modo convincente il codardo tenente della marina americana e ha cantato benissimo, sfoggiando voce salda e ben timbrata e dimostrando una buona comprensione dello stile pucciniano. Gli applausi generosi dopo il duetto finale del primo atto e la romanza “Addio fiorito asil” sono stati pienamente meritati.

A fianco di due protagonisti, c’è stato un cast ben preparato e molto credibile: Evgheny Polikanin – un dignitoso Scharpless, dalla voce bella e vellutata, Veronika Vyatkina – la fedelissima Suzuki, un’ottima attrice e cantante di valore; Evheny Liberman - Goro, Maksim Orlov – Bonza, Mikhail Golovuškin – un commissario, Felix Kudryavcev – Yamadori, Anastasia Khorošilova – Kate Pinkerton.

Alla guida dell’orchestra del Teatro Stanislavky e Nemirovič-Dančenko, Felix Korobov ha adottato i tempi a volte troppo serrati (l’Introduzione) e preferito dinamiche decisamente forti, privando così la partitura pucciniana delle sfumature sottili e delle trasparenze necessarie. Peccato per le belle voci spesso coperte dal suono dell’orchestra. Efficace e espressivo è stato il coro preparato da Stanislav Lykov e Aleksandr Rybnov.

Alla fine, un gran successo per tutti, soprattutto per la meravigliosa protagonista Irina Vaščenko, per Nikolay Erokhin, e, ovviamente, per un piccolissimo bimbo, a suo perfetto agio nel ruolo muto del figlioletto di Butterfly.

Non volendo togliere nulla al valore della produzione ormai storica del secondo teatro dell’opera moscovita, finiamo con un sorriso. Uno spettatore infastidito dall’eccessivo minimalismo della produzione e dalla presenza della barca, propose “l’idea di scrivere un appello collettivo, indirizzato al Teatro Musicale K.S. Stanislavsky e V.I. Nemirovič-Dančenko di Mosca, firmato da tutti i melomani. Il senso dell’appello sta nell’idea di far regalare la sua barca al teatro La Nuova Opera. Ein wertvolls Geschenk für unglücklich Lohengrin” (“Un regalo prezioso per un infelice Lohengrin“).


 

 

 
 
 

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