L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

«A sciorre il volo»

di Francesco Lora

L’Angelica di Porpora, che vide esordire insieme Metastasio e Farinelli, trova finalmente una ripresa al Festival della Valle d’Itria, con la concertazione di Sardelli e il canto di Bakanova, Iervolino, Molinari, Petrone, Massaro e Foresti.

MARTINA FRANCA, 30 luglio 2021 – Nel 1756, Metastasio consegnò alla corte reale spagnola il libretto della Nitteti; vi unì un sonetto dedicato a Farinelli: questi aveva da tempo abbandonato le scene e nella circostanza fungeva da «eccitator primiero», cioè da organizzatore della nuova opera. Nei versi settimo e ottavo, il massimo poeta teatrale del Settecento invita l’amico – a sua volta il massimo cantante teatrale coevo – a ricordare «… che appreser gemelli a sciorre il volo | la tua voce in Parnaso e il mio pensiero»; significa questo: per una formidabile coincidenza, Metastasio e Farinelli avevano esordito insieme, così da divenire, appunto, “gemelli” in senso artistico. L’occasione era stata una serenata a sei voci, L’Angelica, eseguita sotto il Vesuvio, nel palazzo del principe Antonio Carmine Caracciolo, il 4 settembre 1720, per festeggiare il compleanno dell’imperatrice Elisabetta Cristina, di casa a Vienna ma nel contempo regina di Napoli: Porpora, già in piena carriera, aveva composto la musica, di maniera, sì, ma squisita; Metastasio, ventiduenne, aveva provveduto al libretto, e Farinelli, sedicenne, teneva la parte secondaria del pastorello Tirsi. Quanto detto cumula sufficienti ragioni per voler riascoltare oggi questa partitura benaugurante: a Londra è conservato l’autografo e a Vienna la bella copia inviata all’imperatrice; esiste un’edizione critica curata da Gaetano Pitarresi; si può infine contare sul Festival della Valle d’Itria, che il 30 luglio e il 3 agosto ha offerto, in due rappresentazioni, a Martina Franca, nell’atrio del Palazzo Ducale, non la prima ripresa assoluta in età contemporanea, ma perlomeno e senza dubbio quella di miglior qualità musicale.

Rappresentazioni anziché semplici esecuzioni. L’Angelica è appunto non un’opera, con i suoi tre atti, il contesto di teatro, il gesto, le scene e i costumi, bensì una serenata, con le sue due parti, il contesto di palazzo e un’azione cantata ma invisibile. A Martina Franca si è optato per una realizzazione totale, con regìa, scene e costumi di Gianluca Falaschi, movimenti coreografici di Mattia Agatiello e luci di Pasquale Mari. Sarebbe invero prudente parlare di mise en espace anziché di regìa vera e propria: Falaschi è anzitutto un costumista – un grande costumista – e questo impegno anche come regista e scenografo costituisce un debutto tra il timido e l’arrischiato, che non mostra ancora completezza di esperienza e conseguimenti. Il soggetto della serenata è ispirato alle persone e alle vicende dell’Orlando furioso di Ariosto, con contaminazioni pastorali e dotti riferimenti letterari, più o meno espliciti, alla Gerusalemme liberata di Tasso (canto VII), al Ciclope di Teocrito e alle Metamorfosi di Ovidio (libro XIII; preziose le identificazioni fatte da una spettatrice attenta ed esperta, Chiara Cavina): in tale orizzonte, Falaschi si limita a collocare al centro della scena una grande tavola adorna, e a farvi ronzare intorno attori piuttosto disorientati, senza un’idea drammaturgica che, ben decodificabile, serri un discorso tendente a slegarsi. Si notano, piuttosto, le manomissioni al testo, censurabili in un festival dedicato al recupero del repertorio raro con pretese di filologia; manomissioni riconducibili non al concertatore, ma al regista: versi slogati e mozzati qui e là in rime e metri, come mai potrebbe essere nella poesia italiana, e parole cambiate – banalizzando – a capriccio.

Grave è il taglio della licenza, cioè del brano conclusivo ove si omaggia l’imperiale dedicataria: non solo si perde l’ascolto di un pregevole pezzo qui sviluppato a più voci anziché, come di norma, a una sola, ma tutta l’azione termina inoltre menomata di un finale logico – anzi: di un qualsivoglia finale – che superi l’impaludamento nella follia di Orlando. In Metastasio è appunto il regno di Elisabetta Cristina a riportare ordine nelle peripezie, e compito di un regista non è sopprimere le parti che lo pongano in difficoltà, confidando nel silenzio di un pubblico inconsapevole, bensì comprendere, risolvere e spiegare ogni elemento del testo. Ciò è, del resto, quanto attuato sul versante musicale dal concertatore, Federico Maria Sardelli, qui fautore e arbitro di un discorso terso, chiaro, sottile, elegante, tra languori partenopei, influenze francesi e nitori illuministici. Egli guida un’orchestra, La Lira d’Orfeo, che non brilla per tecnica ma trova in lui – come non con altri – fiducia, sicurezza e voglia di far bene, mentre anche la compagnia di canto lo riconosce unica bussola di una lettura stilisticamente condivisa. Ekaterina Bakanova reca insinuante alterigia e limpida vocalità alla prima donna Angelica, mentre impeccabile, per linea forbita e tenero porgere, è il Medoro di Paola Valentina Molinari. Bronzea d’accento e con quel timbro di velluto spruzzato di notturno, anzi di caliginoso e mirabilmente torvo, Teresa Iervolino spadroneggia come Orlando. Equilibratissima la dialettica tra Gaia Petrone, fremente Licori, e Barbara Massaro, radioso Tirsi. Un po’ a disagio nell’insidiosa parte di Titiro, Sergio Foresti esibisce però tuttora un pregio inestimabile: l’inconfondibilità.


 

 

 
 
 

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