L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Rossini & The Crown

di Roberta Pedrotti

Chiude la terna operistica principale del quarantaduesimo Rossini Opera Festival Elisabetta regina d'Inghilterra. La nuova produzione di Davide Livermore non evita l'effetto déjà vu. Sotto la direzione cauta di Evelino Pidò il cast non brilla.

Pesaro, Moïse et Pharaon, 06/08/2021

Pesaro, Il signor Bruschino, 07/08/2021

PESARO, 8 agosto 2021 - A presumibile eccezione dei cittadini britannici, per i quali Sua Maestà è semplicemente un dato di fatto, il resto del mondo si divide fra chi , repubblicano e giacobino, sprezza in toto ogni monarchia e chi, invece, senza per forza prender posizione sull'ordinamento costituzionale, venera la figura di Elisabetta II. Scherzi a parte, la sovrana vivente più longeva è una delle poche persone a potersi fregiare del legittimo, quanto abusato, titolo di icona. Non stupisce che, sull'onda anche di film e serie tv, l'associazione fra la prima Elisabetta, figlia “del tremendo ottavo Enrico”, e l'omonima ora sul suo stesso trono venga spontanea per dar forma davanti al pubblico contemporaneo al fascino dei Tudor mitizzato dal melodramma ottocentesco. Così, ha buon gioco Davide Livermore a trasportare l'Elisabetta regina d'Inghilterra di Rossini alla metà del secolo scorso, con vicende che, ovviamente, non possono tentare di sovrapporsi alla storia, se non in un generico accostamento fra la fine della Seconda Guerra mondiale e del conflittodel libretto contro gli scozzesi devoti agli Stuard. I costumi di Gianluca Falaschi sono, al solito, una meraviglia, soprattutto nelle gradazioni pastello di regina e dame, o nei riflessi del delizioso abitino di Matilde. Le proiezioni di D-Wok potranno essere discusse per le singole scelte iconografiche, ma sono indubbiamente d'alto livello tecnico e si integrano alla perfezione con la reggia/prigione trasparente realizzata dallo scenografo Giò Forma e con le luci di Nicola Bovey. Il problema è che tutto questo glorioso armamentario, una squadra collaudata di eccellenti competenze, poi nel concreto della costruzione drammaturgica si limiti a quelli che sono ormai stereotipi arcinoti dello stile di Livermore. Fermi immagine, movimenti al rallentatore, ogni nota che sempre deve corrispondere a un qualcosa che deve succedere, o ripetersi, in scena, gesti ormai visti e stravisti (le cameriere con gli ombrellini...). Sappiamo che il regista torinese ha una mente vulcanica ed è ferratissimo nella tecnica, ma se alleggerisse un po' il suo linguaggio gliene saremmo grati, anche perché l'ironia è sempre ben accetta, ma qui sembra si perda di vista che Elisabetta è un'opera che debutta quattro mesi dopo la fine del Congresso di Vienna, che riprende temi dalla Clemenza di Tito, che presenta precisi elementi musicali encomiastici (basti pensare alle ultime battute, d'una solennità che si avvicina ai finali delle cantate celebrative). È anche un'opera che tratta questa ideologia con tensioni problematiche, come mostra non solo la complessità psicologica dei rapporti fra Elisabetta, Leicester, Norfolk e Matilde, ma anche la natura più nevrotica che trionfale della cabaletta conclusiva “Fuggi amor da questo seno”. Qui più che stuzzicare qualche, legittimo, sorriso, si gioca un po' troppo alla commedia, con il risultato che quel che c'è di serio e profondo si smussa, il dramma si appiattisce, ciò che vorrebbe divertire stucca rapidamente.

Impegnato a reggere le fila del discorso, Evelino Pidò potrebbe sembrare quasi rinunciatario, anche se la sua concertazione in realtà pare funzionare a corrente alternata: i recitativi scivolano via discretamente monotoni, i numeri si muovono con cautela (talvolta un po' troppa, come nel finale primo, in cui l'insinuante tranello e la furia di Elisabetta non si può dire seducano, turbino e sconquassino l'animo), ogni tanto emerge un bel fraseggio, la tornitura di una frase o di un modulo ritmico fra le sezioni dell'ottima Orchestra Rai. Nel complesso, però, tutte le possibili tensioni e ambiguità, l'esplorazione critica e sincera del potere e della responsabilità regale cedono elegantemente il passo alla professionalità prudente del maestro di lungo corso. Lungo corso, sì, perché fa una certa impressione pensare che se Pidò trent'anni fa inanellava altrove elettrizzati Ermioni e Zelmire con cast da capogiro, a Pesaro debutti solo ora, in una stagione in cui, per di più, sono presenti i due più interessanti direttori italiani under 30 (o 35, almeno...), entrambi presenze fisse al Rof dall'età di ventiquattro anni. Ma la storia di un festival è fatta anche di distanze, incontri tardivi, scommesse perse o vinte sugli inizi di una carriera.

Bisogna pure ammettere che, là dove il dramma latita, gli interpreti sul palco hanno la loro parte di responsabilità. Innanzitutto, i ruoli principali si contrappongono sotto diversi profili: abbiamo il dualismo fra le due donne - la regale e tormentata Elisabetta affidata alla voce quasi mezzosopranile di Isabella Colbran e la giovane, amorosa e determinata Matilde (il soprano Girolama Dardanelli) – e fra i due tenori, che però non sono ancora il baritenore vs contraltino delle opere future con l'avvento di Giovanni David, bensì due tenori centrali o baritenori, uno eroico (Leicester, Andrea Nozzari) e uno malvagio (Norfolc, Manuel Garcia); abbiamo il dualismo fra la coppia amorosa (Matilde e Leicester) e quella politica antagonista (Elisabetta, personaggio positivo e infine risolutore, e Norfolk, negativo in tutto e per tutto). Purtroppo, se vengono a mancare queste polarità, l'opera scricchiola. Nel caso dei due tenori, abbiamo già una delusione da Sergey Romanvsky, che dopo aver affrontato parti ben più ardue scritte per Nozzari, come Agorante in Ricciardo e Zoraide, risulta ora pallido e anodino come Leicester, con alcuni cedimenti vocali che speriamo siano stati solo piccoli incidenti passeggeri. Certo, a dispetto delle sue scelte di repertorio, approcciando parti più acute aveva convinto maggiormente (Pesaro, Tenors, 17/08/2017). Barry Banks, classe 1960, vanta poi una gloriosa militanza fra belcantistica nella scuderia discografica di Opera Rara, ma il suo debutto a Pesaro è tardivo, la voce è chioccia e declinante, Norfolk, formidabile cugino di Jago dalle mille sfaccettature, da motore dell'azione perde ogni interesse, i suoi diabolici duetti e la grande aria passano in sordina.

Diverso, ma parimenti irrisolto, è contrasto fra le due primedonne. Karine Deshayes è cantante forbita, raffinata ed educata, senz'altro assai musicale, ma con Elisabetta pare non trovarsi a suo agio: l'acuto le provoca tensione, la coloratura non è ficcante e significativa come dovrebbe, l'accento non scolpisce il personaggio grandioso. Salomé Jicia arriva a Matilde in uno strano peregrinare che a Pesaro, dopo la leggera Folleville del Viaggio a Reims con l'Accademia, l'aveva vista indirizzarsi più su ruoli Colbran da far tremare le vene e i polsi, come Elena nella Donna del lago e, soprattutto, Semiramide. In primavera era stata anche Elisabetta in una selezione semiscenica alla Monnaie di Bruxelles [Streaming da Bruxelles, The Queen and her Favorite / The King and his Favorite, 11-12/03/2021]. Ora invece è Matilde in locandina, ma, come colore vocale e tipo di fraseggio la vedremmo più nei panni lacerati della sovrana che in quelli liliali della coraggiosa fanciulla, da cui ci si aspetterebbe più levigato lirismo e più luminosa vocalità.

In definitiva, anche quando si riconosce il valore del singolo, la sensazione era sempre di non trovarlo a proprio pieno agio nella parte, come se qualcosa continuasse a sfuggire nella definizione dell'opera anche a dispetto delle energie profuse e del livello del lavoro svolto.

Ad ogni modo, l'anteprima è salutata da applausi per tutti, compresi naturalmente Marta Pluda e Valentino Buzza impegnati rispettivamente nelle parti di Enrico e Guglielmo e il coro del Teatro Ventidio basso preparato da Giovanni Farina.


 

 

 
 
 

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