L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Brahms senza la barba

di Lorenzo Cannistrà

Con in tasca la fresca nomina a direttore musicale della Netherlands Philharmonic Orchestra e della Dutch National Opera, il trentenne Lorenzo Viotti si cimenta in un impegnativo repertorio alla testa dell’Orchestra del Teatro alla Scala. In programma la celeberrima Terza Sinfonia di Johannes Brahms e la poco nota Settima Sinfonia di Antonín Dvořák

MILANO – Un giovane direttore, avviato ad una brillante carriera, un’orchestra affiatata e di altissimo livello, il prestigioso teatro vuoto, un’acustica nuova ma non necessariamente migliore di quella a sala piena, le solite incognite della diretta streaming. E un programma che inizia con la Terza di Brahms. Ci sono gli ingredienti per una serata che può scaldare il cuore oppure mandare tutto a carte quarantotto, tra alzate di spalle e il classico umpf! dei fumetti di Topolino.

Una premessa è necessaria: per un giovane direttore mettere su la Terza di Brahms è come maneggiare un candelotto di dinamite travestito da diamante, tale è la densità di contenuti e il fuoco trattenuto di una partitura dalla scrittura apparentemente limpida, che come poche parla all’uomo e alla sua sete di amore e libertà. Sullo sfondo si staglia il sentimento infelice, anche se probabilmente corrisposto, per Clara Wieck, moglie dell’amico e mentore Robert Schumann.

A questo punto la domanda scatta immediata e divertita (e consentitemi la boutade): Le piace (questo) Brahms? La mia risposta è in larga parte sì. Credo che da un giovane direttore, per quanto brillante e promettente, sia difficile aspettarsi di più. E in ogni caso ritengo abbia apportato una fresca ventata di novità ad un Brahms che spesso, anche nei capolavori giovanili, viene eseguito come se avesse avuto sempre la barba.

Queste le mie impressioni.

Viotti sembra estremamente sicuro del fatto suo, forte di una palpabile intesa con gli orchestrali scaligeri. Leggero ma non disimpegnato, interessato a cogliere la sostanza musicale del testo, rinuncia forse a qualcosa in termini di analisi, di cura e a volte bellezza di certi dettagli, ma la sua è una interpretazione di sintesi nel senso più positivo del termine. La musica fluisce in maniera garbata e rassicurante, anche se ci sono tutti gli elementi necessari: il travaglio della coscienza, le intime contraddizioni di un amore infelice, le ombre che popolano la natura.

Il giovane direttore svizzero non perde mai di vista l’obiettivo. La sua gestualità è al tempo stesso impetuosa (si sposta incessantemente da una parte all’altra del podio) e disciplinata. La bella fantasia con la quale traduce il significato sonoro in movimento scorre sui binari di una tecnica direttoriale più che sicura.

Già dall’Allegro con brio si capisce cosa sarà di questa Sinfonia: gli archi disegnano le prime celebri frasi come protese in avanti con fiducia, senza l’ambizione di restare scolpite nel marmo, mentre i fiati danno vita a una scena pastorale che non vuole essere altro che un semplice quadretto, ma nitido nei contorni, prima che le inquietudini successive spazzino via quella serenità.

Nell’Andante Viotti cerca di non dimenticare niente: calma, estasi della natura, religiosità, afflato amoroso, tutto illuminato da una luce che sembra filtrare da spesse nuvole, in uno dei movimenti lenti più sublimi del compositore amburghese.

Il Poco Allegretto, per quanto ciò possa sembrare sconcertante data la grande notorietà del pezzo, è il momento che più rivela a mio avviso il valore di questo giovane talento svizzero. Esistono tante, indimenticabili, bellissime, o soltanto pregevoli interpretazioni, e in ognuna troviamo qualcosa della personalità (il più delle volte prorompente) del direttore di turno. Dalla scorrevolezza di Abbado, alla concentrazione di Bernstein (una sorta di “realtà aumentata” della musica), al fraseggio ansioso e quasi strozzato di Furtwängler, ce n’è per tutti i gusti. Da un trentenne, diciamolo chiaro, ti aspetti qualcosa di corretto, magari un po’ carino e niente più. Invece questo Poco allegretto mi ha rasserenato ed emozionato per il suo respiro estremamente naturale, per la sua commozione non declamata. Non è un’aurea mediocritas, semmai un tentativo di trovare una “sezione aurea” nella forma di questo pezzo. Anche se il ritmo di marcia della sezione centrale mi ha colpito di meno, mi sono ritrovato a voler risentire tutto il movimento non per capirlo meglio, ma per gustarlo una volta di più.

Il Finale (Allegro) procede senza intoppi, ma senza che vengano esasperate le differenze tra i vari temi che si avvicendano in modo trascinante. E se questo può rappresentare un limite per i palati più raffinati, resta però una piacevolissima sensazione di scorrevolezza generale. Avrei forse preferito una maggiore veemenza degli archi nel nervoso tema annunciato dai tromboni, che si aspetta sempre con grande emozione e che nella ripresa diviene travolgente (andiamo a risentirci Furtwängler…); ma nel complesso non troviamo mai un vero calo di tensione nell’esecuzione. Anche questa costanza di rendimento e la propensione, come dicevo, a trovare una sintesi tra elementi fortemente antitetici può annoverarsi tra le notevoli qualità di Lorenzo Viotti.

La Terza di Brahms non deve farci dimenticare che la seconda parte del programma offre un altro succulento ascolto: la Settima di Antonín Dvořák, meno nota anche all’interno del corpus delle sue nove sinfonie, ma forse la migliore dal punto di vista strettamente musicale.

L’influsso di Schumann sull’arte di Brahms può essere paragonato in parte al ruolo che quest’ultimo ebbe nella crescita artistica di Dvořák, cosicché tutto il programma appare in definitiva connotato da un’intima e apprezzabile coerenza. Peraltro, come spiega il Prof. Franco Pulcini nelle note di sala, l’accostamento di questi lavori rivela “finezza musicologica” per ragioni storiche e formali (che non è il caso di approfondire in questa sede).

In questa Settima ritroviamo le qualità di Viotti appena apprezzate in Brahms: estrema mobilità degli archi, morbidi e arricchiti da una impressionante varietà di dinamiche; rinuncia al monumentalismo, al blocco roccioso della sonorità orchestrale, a favore di una agilità che fa comprendere l’impianto formale dell’opera. Il direttore svizzero conferisce drammaticità quando serve, dal momento che si tratta pur sempre di un “tempestoso affresco romantico” (sempre dalle note di Franco Pulcini), ma anche soffuso pathos nel Poco adagio. Dovunque troviamo sottolineate le tracce del ribollente patriottismo che anima questo lavoro, specialmente nel turbolento Finale.

Il bis, la Prima danza ungherese di Brahms, potrebbe sembrare casuale, ma non lo è in un programma come questo. Questo pezzo ci ricorda infatti che anche il giovane Dvořák ebbe un clamoroso e duraturo successo con le sue Danze Slave, chiaramente ispirate a quelle del suo grande mentore.


 

 

 
 
 

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