L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Eco di memorie

di Roberta Pedrotti

Diverse generazioni, diverse esperienze, un comune percorso di consapevolezza e cultura per le celebrazioni on line del Giorno della memoria dalla Scala e da Palermo

A cosa serve la memoria? Di anno in anno non è destinata ad annacquarsi, lasciando la celebrazione come un'abitudine sempre più svuotata. In modo diverso La Scala e il Massimo di Palermo ci rispondono in questo 27 gennaio in cui radunarci nei teatri o raccoglierci in riflessione fra musei e monumenti è impossibile.

La Scala propone una commemorazione sobria, essenziale e fa parlare la sua storia. Liliana Segre parla da vecchia amica del teatro, milanese, appassionata vera di musica fin da bambina, oltre che testimone e sopravvissuta. Le sue parole consapevoli dell'orrore non sono, però, l'eco di quell'orrore, ma la reazione di chi ha scelto la vita e guarda al futuro, a quando i teatri riapriranno e torneremo a viverli con coscienza e responsabilità, così come coscienza e responsabilità ci devono rimanere quale lascito della memoria. Sono, poi, Roberto Cenati, presidente provinciale ANPI Milano, Daniela Dana Tedeschi, presidente Associazione Figli della Shoah e Dario Venegoni, presidente nazionale dell’ANED Associazione Nazionale Ex Deportati, a ritornare a quella storia che Segre ha lasciato alla delicata immagine della bambina felice di andare a vedere Hansel e Gretel alla Scala, prima delle leggi razziali. Allora emerge il ritratto di Vittore Veneziani, lo storico maestro del coro del teatro, ebreo, estromesso nel 1938 ma scampato fino alla Liberazione, quando Arturo Toscanini, per prima cosa, lo richiama al suo fianco per la riapertura della Scala. E si torna all'importanza della cultura, dell'arte, che sono stati l'appiglio all'umanità per tanti deportati, che ora restano baluardi per la memoria e la testimonianza, le più importanti prospettive per il futuro. Infatti, a ogni intervento segue un brano, uno strumento solo, isolato, in raccoglimento. Simone Groppo al violoncello con la divina e matematica poesia di Bach; Stefano Cardo richiama l'incontro di nuovi ritmi e nuovi stili nei due dei Tre pezzi per clarinetto solo di Stravinskij; Andrea Pecolo, violino, rimbalza l'eco bachiana nell'Allegretto poco scherzoso (amabile) dalla Sonata n.1 per violino solo op. 27 di Ysaÿe; Andrea Rebaudengo leva i rintocchi della Vallée des cloches dai Miroirs di Ravel. Fra il foyer e il museo, li vegliano li sguardi di Toscanini e De Sabata.

Da Palermo risponde il ricordo di chi, per anagrafe, quella tragedia non l'ha vissuta, ma per cultura nazionalità e famiglia di quella memoria, e quelle memorie, è comunque parte. Il Teatro Massimo di Palermo propone una raccolta di brani registrati in tempi diversi e accomunati dallo sguardo del direttore musicale del Teatro, Omer Meir Wellber. C'è la ferita, con il lanciante Survivor from Warsaw di Schönberg con la voce recitante di Moni Ovadia; c'è l'impronta che la cultura ebraica ha lasciato nelle civiltà che ha incontrato – con scambi e dialoghi non univoci – rappresentato dalla Ouverture su temi ebraici di Prokof'ev; c'è la forma più schietta e autentica di quella tradizione che pure si manifesta in forme mobili e molteplici, perfino in un contesto jazz come il concerto alla chiesa dello spasimo in cui Wellber al pianoforte, con Jacob Reuven al mandolino e Vito Giordano e al flicorno, coinvolge il pubblico nella preghiera responsoriale “Eli Ata veodeka”. Perché la memoria è dell'abisso e della cultura, perché ricordare l'orrore ci rende consapevoli dei valori e dello scopo per cui resistere, sempre, con Vittore e la bambina Liliana.


 

 

 
 
 

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