L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Luci dalla caverna

di Roberta Pedrotti

Il Teatro Verdi di Trieste propone, in collaborazione con il conservatorio Tartini, il meritevole ciclo Giovani talenti in concerto, purtroppo penalizzato dalla qualità non eccellente dello streaming. Riescono comunque a emergere, in un programma dedicato a Chopin e Dvořàk, le qualità del pianista Konstandin Tashko e di Michele Spotti a capo dell'Orchestra del teatro.

Streaming da Trieste, 13 febbraio 2021 - Il Teatro Verdi di Trieste per la sua stagione concertistica nei primi mesi del 2021 fa una considerazione intelligente, evita grossi spostamenti e offre a giovani solisti che si stiano perfezionando al cittadino conservatorio Tartini l'opportunità di lavorare con direttori in carriera. Peccato che la visione sul sito dell’emittente locale TeleQuattro sembri possibile solo in concomitanza con due passaggi di ogni concerto nel palinsesto in diretta (quindi, o sabato sera alle 21 o la domenica alle 23:30). Non sarebbe male, in un momento in cui l’abbondanza e la sovrapposizione di streaming sollecita tutti a costruire personali programmazioni on demand, mettere a disposizione questi concerti anche al di là delle trasmissioni televisive: sarebbe un bel vantaggio per i giovani talenti in cartellone.

Ad ogni modo, si fa quel che si può, anche combattendo con un paio di buchi di connessione e con una presa di suono non proprio impeccabile che ci fa soffrire quando l’orchestra sembra chiusa in una scatola o il volume fa i capricci. Ancora una volta ci si aggrappa allo streaming e ancora una volta lo si maledice. 

Però, alla fine, vale la pena di assistere a questo concerto in cui solo quattro anni d’anagrafe separano il solista selezionato come giovane talento e il maestro scritturato per il consolidato prestigio. Il primo è il pianista ventitreenne albanese Konstandin Tashko, il secondo il direttore ventisettenne brianzolo Michele Spotti. L'età conta? Sì, nella giusta misura, se contestualizza il talento. No, se diventa  etichetta di marketing al di là dei meriti reali. E, per fortuna, qui di talenti e meriti reali si parla, contestualizzati da carte d'identità e curricula che aprono promettenti prospettive per il futuro.

La serata si apre con il primo concerto per pianoforte e orchestra di Chopin, il cui Tashko dà subito prova di tecnica sicura, bel legato, articolazione interessante. S’intuisce un accurato lavoro di concertazione fra solista e direttore, che traspare soprattutto in suggestivi scambi e rimbalzi nel secondo movimento, o nei vivaci contrasti dinamici del terzo. Nella dolcezza impalpabile della Romanza, l’uso del pedale di Tashko trova la complicità dei tessuti orchestrali tesi da Spotti; il Rondò incasella il virtuosismo in una vitalità danzante dal divenire continuo, come se solista e orchestra si rispondessero e incalzassero a vicenda, fra contrasti e sviluppi ben affinati.

Se la gestione del tempo in Chopin sembra, da parte di Spotti, tendenzialmente apollinea, improntata a una distesa chiarezza e a un controllo equilibrato anche dei passi più vivaci ed energici (che non mancano certo), nella Settima sinfonia di Dvořàk colpisce subito lo stacco perentorio che ci trasporta in tutt’altra atmosfera. In realtà è altrettanto palese che l’impronta di base sia la stessa: controllo, visione d’insieme, equilibrio su cui poi sviluppare le peculiarità del brano; analisi da cui trarre la sintesi. L’Allegro maestoso iniziale impone un rigore quasi severo, un che di petroso ma non rozzo, anzi, profondamente meditato. Le ombre non sono tenebra cieca, ma pathos, ricerca che talora assume forme familiari alle origini slave di Dvořàk e culmina in un finale solenne in cui la tensione non viene mai meno né si fa soverchiante. Si intuisce, con in un disegno compiuto, una cura della dialettica fra soli e sezioni la cui gestione dinamica è purtroppo svilita dai continui sbalzi di volume in streaming. Peccato davvero perché, se la sinfonia sembra essa stessa una riflessione metafisica e interiore fra le ombre, così noi ci troviamo come incatenati nella caverna platonica a indovinare sagome di idee, fraseggi, tempi e timbri. Dire di più, dopo questo ascolto, sarebbe azzardato, dire di meno sarebbe ingiusto verso due musicisti che questa sera hanno dato prova di valori da ritrovare quantoprima dal vivo. Intanto, una preghiera al Teatro Verdi: bene, benissimo questo ciclo di cocnert, ma cercate di metterli a disposizione anche a più lungo termine e in migliore qualità. Vale la pena, gli artisti lo meritano.


 

 

 
 
 

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